«Francesco ha torto, però ha anche ragione», dicono. Fossi Bersani, comincerei a preoccuparmi. Proprio adesso, a un passo dal risultato. Perché da Bindi a Marini, da Letta a Fioroni, ex popolari di tutte le correnti e di tutte le mozioni pensano di avere in mano la chiave per entrare nel futuro Pd. E di riprendere lì il gioco del condizionamento del segretario.
Per paradosso e per astuzia (non solo della storia), la chiave l'hanno trovata nel libro di Francesco Rutelli. Di cui non avranno apprezzato neanche una delle cose che sono piaciute a Christian Rocca – la linea liberal, l'emancipazione dalla coppia dc-pci, l'eco degli anni radicali – ma di cui hanno subito colto il punto fondamentale: lo scivolamento a sinistra dell'eventuale Pd di Bersani esigerà un pronto riequilibrio.
E se Rutelli medita se andare a fare questo lavoro fuori dalla casa comune, loro saranno invece lì, dentro casa, pronti dal 26 ottobre a discutere sulla distribuzione delle stanze. La frase chiave era ieri nell'intervista di Franco Marini all'Unità: «Un'area che prende il 40 per cento non deve aver paura, sennò vuol dire che non ha il senso della convivenza in un partito, e della forza che dà il 40 per cento». Più chiaro di così.
Il che ci riporta a Francesco Rutelli, sulle cui prospettive il Foglio mi chiede gentilmente un'opinione: davvero non accetterà come gli altri di stare dentro a quel 40 per cento, nel partito di cui è co-fondatore, sicuramente risparmiato da improbabili purghe socialdemocratiche (cosa che non diremmo con la stessa sicurezza di Veltroni e veltroniani)?
Difficile. Molto più no che sì. E non solo per motivi politici, altrimenti faremmo torto a quelli così simili a lui che non hanno dubbi sul restare: Gentiloni, Realacci, Giachetti... Ma per motivi esistenziali, quindi più forti.
C'è quel fenomeno di cui scrive Rocca: «L'odio belluino di certi elettori e sostenitori del centrosinistra» nei confronti di Rutelli. «Certi elettori»? Dai Rocca, non siamo timidi. Diciamo pure la stragrande maggioranza. Togliamo il belluino, togliamo l'odio, e ammettiamo che Rutelli sta sulle scatole a un discreto 90 per cento del popolo delle feste («Vieni alla Festa dell'Unità del 2010?» è di questi tempi la molestia telefonica preferita del simpatico Ugo Sposetti, l'uomo delle casse diessine). Quest'estate Rutelli di feste ne ha fatte poche, forse solo Genova. Ma era citato in tutte le altre, e non mancava mai l'urlo dalla platea: «Se ne vada».
Del resto lo si sa dalla sera della sconfitta per il Campidoglio: voti di sinistra, Rutelli, non ne avrà più.
Perché, che cosa ha fatto di male? Innanzi tutto, ai tempi del referendum sulla fecondazione assistita ha scommesso (per convinzione) su un'opzione che era maggioritaria nel paese ma totalmente minoritaria nel Pd, allora in gestazione, e a sinistra. Aver avuto ragione ha solo peggiorato le cose per lui: l'anticlericalismo di sinistra non sopporta le sconfitte, le eleva a ingiustizia cosmica, deve individuare un colpevole, un traditore, una quinta colonna. Rutelli è diventato la quinta colonna, e da quel momento si è avvitato in una spirale davvero minoritaria, ben oltre il necessario. Non che i cattolici ex Margherita l'abbiano aiutato: la sinistra dc non gli ha mai perdonato di aver invaso un terreno – le relazioni con gerarchie e associazionismo – che doveva rimanere monopolio; i teodem gli sono sfuggiti di mano, e del resto bisognava saperlo che nel Pd si sentono in missione solo per conto di Dio.
Chi ha dato un'occhiata a La svolta, avrà notato che di tutta quell'epopea rimane ben poco a parte una rivendicazione di fede personale: i conti col minoritarismo sono stati fatti.
Ma non c'è solo la biopolitica, che fa balenare separazioni. Né solo la subalternità europea alla socialdemocrazia, un cedimento che Rutelli in realtà addebita tutto a Franceschini.
L'abbiamo letto proprio sul Foglio giorni fa: Bersani – scriveva un commentatore dalemiano – dovrebbe restituire l'onore a quelli di Unipol.
Ecco. Dopo l'anima, la ciccia. Perché c'è del vero quando si dice che il Pd è nato nell'estate dei furbetti del quartierino, sull'umiliazione delle ambizioni bancarie delle coop. È stata una lotta fra poteri in gran parte extra-politica, ma stracciare il disegno finanziario dei diessini era precondizione per poterci scendere a patti. Coi comunisti vai d'accordo se prima gli hai menato: evocava più Craxi che Moro, ma questa è stata la via rutelliana alla fusione.
Umiliazione mai perdonata, mai dimenticata. E non solo da D'Alema e Bersani. Le coop sono un popolo, sono le feste, sono un mondo. Anche per questo la scelta di Fassino per Franceschini è suonata blasfema (ma Franceschini non avrebbe mai gestito così Bnl-Unipol). Anche per questo Rutelli non può che guardare con dispetto al gruppo di comando che sta scalando il “suo” Partito democratico.
Che ne sarà di lui allora? Intanto Franceschini può ancora vincere, e allora sarebbe un'altra storia. Se toccasse a Bersani, al posto suo cercherei di tenermi stretto il co-fondatore, però so che la storia personale fra i due non è un granché: dopo Unipol, la competition interministeriale sulle liberalizzazioni ha lasciato strascichi. Se invece fossi uno di sinistra nel Pd (a modo mio lo sono), mi farei passare la viscerale antipatia. Perché s'è capito che il Pd dovrà tornare a cercare fuori da sé il candidato per palazzo Chigi, e allora chi può escludere che domani o dopodomani un nuovo centrino – rimpannucciato, ammodernato e spruzzato di verde – non ti ripresenti da fuori il Rutelli che non hai saputo tenere dentro? Pensa la beffa, povero popolo di sinistra.
(dal Foglio)
Pubblicato il 2/10/2009 alle 17.30 nella rubrica Politica.