Tra ieri sera e stamattina ho cercato di specchiarmi in mio figlio, che in altre occasioni s'è dimostrato una specie di quintessenza del tifoso romanista: passionale, stizzoso, puzzone, antisportivo, settario, insomma la gente che amo.Ebbene non l'ho mai visto così sereno davanti a una sconfitta così drammatica. Ha capito da sé (appena cominciati i calci di rigore, perché fino al 120' era un fascio di nervi) che la Roma aveva fatto quello che poteva nelle circostanze date, e s'era battuta bene - con tanti giocatori malconci di gambe o di testa - contro una squadra fortissima e in perfetta forma.Deluso e orgoglioso dunque. Va bene così. Sarà perché a undici anni ha tutta la vita davanti per vedere arrivare la coppa con le orecchie (i miei tempi cominciano ad accorciarsi). Sarà perché quel giorno all'Olimpico venticinque anni fa lui non c'era, e non può capire il senso di una rivincita che non arriva mai. Comunque prendo esempio e mi sento come lui. Al massimo dovremo pensare se è il caso che la sua sciarpa continui a essere quella mia appunto di venticinque anni fa, o non sia arrivato il momento di appenderla al muro.Da adesso abbiamo deciso che si tifa Barcellona e Messi, e Dio stramaledica gli inglesi. A proposito, che cos'ha detto Mourinho ieri sera? Mi sa che stavolta ha proprio ragione.