E ora tutti alla larga da Blair (e dalla stagione liberale)
C’era un tempo – lo ricordo personalmente – in cui i leader del
riformismo italiano facevano letteralmente a gomitate per farsi ricevere
da Tony Blair. Per entrare nelle liste degli ospiti dei seminari alla
Chatam House. Per organizzare in Italia sontuosi convegni nelle località
più appetite dalla upper class laburista. Un incontro a tu per
tu con il premier era preda ambita e rara, non sempre gratificante:
D’Alema e Rutelli masticarono amaro (non è difficile immaginarlo, per
chi li conosca) quando in occasione di un meeting della Terza via a
Londra (estate 2003) vennero rapidamente ricevuti in una stanza
d’albergo, stretti nel programma fra una delegazione e un’altra,
allegramente salutati «hallo boys» e poi trattati come fratelli minori
ai quali spiegare i segreti del battere la destra sul suo terreno.
Sarà stato per il ricordo di questa alterigia posh,
sarà stato per il sano opportunismo dei politici, o forse infine per
convinzione, comunque non appena la stella di Blair cominciò ad
appannarsi i viaggi della speranza oltre Manica si diradarono. Il
micidiale unodue dell’Iraq e dell’esplosione della bolla finanziaria
trasformarono l’età d’oro della Terza via, alla quale tutti avevano
creduto, nell’errore catastrofico di uno solo. Nel tempo, Prodi e
D’Alema sono stati i più espliciti e articolati, nel denunciare ex post i
danni della presunta infatuazione liberista nella quale Blair e Clinton
li avevano avvinti (anche se non hanno mai insistito troppo sull’altro
passaggio cruciale dal quale sarebbe difficile dissociarsi, anche perché
fu in definitiva un sucesso: la guerra a Milosevic).
Oggi quel presuntuoso egocentrico di inglese torna a tirare i piedi a chi andava a lezione da lui.
Certo,
innanzi tutto alla gente del Labour, o del Next Labour come
prudentemente dice David Miliband, sempre in bilico fra la
rivendicazione del blairismo e una timorosa presa di distanza.
Giustamente John Reid, insieme a tutta la stampa inglese più accorta,
tira fuori dal libro di memorie di Blair uscito due giorni fa l’essenza
politica: il rilancio cocciuto, insistito, argomentato, della filosofia
di fondo della Terza via.
Contro tutto e ormai contro tutti (perfino
contro il parere di Anthony Giddens, che coniò il termine), Blair torna
sulla necessità di una sinistra che tenga lo Stato lontano
dall’economia, che si metta dalla parte del ceto medio e di chi non
mastica di politica, che non demonizzi le banche, che si adoperi per
creare il migliore ambiente possibile per la crescita economica, per
favorire il business, per stimolare lo spirito d’intrapresa e il
coraggio degli individui invece di cercare sempre e solo di proteggerli.
Sono
concetti che una volta andavano per la maggiore, nelle correnti
riformiste del centrosinistra. Ora suonano eresia. E Blair lo sa, perché
è così già sotto casa sua, nel suo Labour non più New, in una corsa per
la successione alla leadership che comunque vada sposterà il partito
più a sinistra.
È anche inevitabile che le cose vadano così. Le botte
sono state dure. La lettura prevalente della sconfitta elettorale
attribuisce la perdita di Downing street al terribile crollo di fiducia
presso i ceti popolari (anche se poi, andando a guardare, il Labour
socialmente ha perso dappertutto, e soprattutto né Cameron né tanto meno
Clegg hanno sfondato da nessuna parte). Se la causa del laburismo
liberale viene impugnata da uno come Blair, si capisce che non sia
destinata a grande successo oltre Manica: Tony è più o meno un
infrequentabile, con tutti i soldi che fa fra conferenze e promozioni
finanziarie, col peccato originale dell’Iraq mai espiato (né, dalle
memorie, pare intenzionato a espiare), col carico insostenibile della
guerra fratricida con Brown che ha sconvolto il Labour, e dalla quale i
giovani contendenti alla leadership devono tenersi alla larga (dopo
averla per anni alimentata).
Il punto è che il fondatore del New
Labour rifiuta la versione tribale del dualismo con Brown, attribuendo
le proprie resistenze a cedere lo scettro solo al motivo politico: era
convinto che i browniani avrebbero abbandonato la dottrina della svolta
liberale. Esattamente ciò che sta accadendo, solo che lo fanno più o
meno tutti i candidati a guidare il Next Labour, mentre Cameron e Clegg
lavorano sulla scia delle liberalizzazioni e di una dottrina di “meno
stato” che trova veloci esegeti anche in Italia: ministri del
centrodestra come Sacconi, ma anche Rutelli sembra aver trovato nella
strana coppia di Downing street un altro modello interessante da citare,
molto prima che diano prova di sé.
Già, l’Italia.
Da qui, gossip,
rivalità personali ed errori compiuti a Westminster possiamo guardarli
con distaccata curiosità. Non l’enorme tema politico che ostinatamente
Blair rilancia: è giusto che dalla storica crisi finanziaria del 2008 la
sinistra abbia ricavato solo un alibi per tornare all’antico, cioè a
statalismo e classismo, all’asse privilegiato coi sindacati, ad
abbassare la guardia su legge e ordine, in un concetto solo a rientrare
nell’alveo della sua tradizione tanto confortevole quanto perdente? Non è
una domanda da respingere sommariamente solo perché la pone un
infrequentabile come Tony Blair. Soprattutto considerando che tornare
indietro sarebbe grave in un paese dove comunque la sinistra la propria
rivoluzione liberale l’ha fatta, consumata e applicata (per tre mandati
consecutivi) al governo; ma sarebbe folle in un paese come l’Italia nel
quale la rivoluzione liberale è rimasto slogan vuoto, mai neanche
tentato nelle politiche, del resto né dalla sinistra che dalla destra.
Qui si tornerebbe Old senza mai essere davvero New.
Non è un processo alle intenzioni, è un fenomeno in corso.
D’Alema,
oggi chiamato a rivisitare la cultura politica della socialdemocrazia
europea, parla spesso della necessità di emendarsi dalla sbandata
liberista degli anni Novanta. Quella per intenderci, che lo induceva
all’estasi davanti allo spettacolo dei giovani italiani in maniche di
camicia che dai loro computer della City muovevano in un amen masse di
capitali: allora erano il simbolo della nuova Italia progressista
globalizzata, oggi sono tornati le pedine di un turbocapitalismo senza
scrupoli.
La verità è che nel mondo la bolla s’è gonfiata e poi
esplosa senza che nel frattempo in Italia cambiasse nulla dei suoi
disastrosi fondamentali: corporativismo, mercato chiuso, credito
impossibile, restrizioni all’imprenditoria dal basso, corruzione e
incrostazione delle pubbliche amministrazioni, elefantiasi della
politica, gerontocrazia in ogni ambito, iniquità fiscale.
Ci siamo salvati dal crack perché eravamo piccoli, con piccole banche e una piccola economia.
Ora
che gli altri ripartono siamo sempre lì: piccoli, con tutta l’antica
diffidenza verso chi rischia in proprio, chi cresce, e verso le
conseguenze della crescita (quelle raccontate e bruscamente applicate da
Marchionne).
A Torino, l’altroieri, D’Alema ha consigliato ai
candidati alla guida del Labour di tenersi lontani dal
memoriale-manifesto di Blair. Ha ragione. Anche il Pd, probabilmente, si
terrà lontano da quel tipo di ostinazione liberale: l’ostinazione di un
leader che ha fatto tanti errori ma ha conquistato e poi cambiato il
proprio paese sfidando la prudenza e la conservazione.
I Blair di
casa nostra non hanno mai sfidato nulla. In compenso hanno dimostrato
che si possono fare lo stesso un sacco di errori.