Il momento del Pd è dopodomani, purtroppo
Il problema e il limite dell’ultimo appello politico di Walter Veltroni sono tutti nella prima frase della sua lettera al Corriere.
«Scrivo agli italiani...» non è solo un incipit di incorreggibile
retorica. È una ambiziosa dichiarazione d’intenti che invece mette a
nudo una debolezza: ci si rivolge agli italiani con una prosa da
presidenziali americane in un momento in cui la politica è paralizzata
dalla inamovibilità di Berlusconi, nessuno si erge come suo competitore
dichiarato, agli elettori delusi dalla destra non si offre alcuna
alternativa credibile e i partiti – tutti, Pd compreso – cercano solo di
non rimanere ingolfati nelle manovre da loro stessi tentate.
Veltroni
è altamente apprezzabile per la coerenza con la quale non si rassegna
alla logica della manovra, del ribaltone o dell’ammucchiata in nome
dell’emergenza. Rilancia la linea rigorosamente bipolarista del “suo”
Pd, appena corretta da una logica più inclusiva verso la sinistra
vendoliana.
Questa non è più la linea dei democratici (a cominciare
da Bersani e Franceschini), che appaiono proiettati verso la difficile
costruzione di nuovi archi costituzionali. Ma non sarebbe neanche questo
il problema principale.
Il problema è che Veltroni salta a piè pari
il tema più grosso e attuale – come liberare l’Italia dal tappo
berlusconiano – collocando la propria riflessione, la propria proposta
innovatrice e sanamente anti-conservatrice, e in definitiva anche le
proprie ambizioni personali, in un dopodomani nel quale ci piacerebbe
vivere (e magari, perché no, farci governare da Veltroni) ma che non ci
pare tanto a portata di mano.
Tutti sanno che, se fosse stato
possibile immaginare che il centrodestra sarebbe collassato entro pochi
mesi, Veltroni non si sarebbe dimesso da segretario nel febbraio 2009.
Chissà quante volte s’è mangiato le mani, per quella scelta che ora
rivendica con orgoglio.
Ma quel catastrofico errore non nacque solo
da una personale vulnerabilità rispetto alle ostilità interne. In quel
preciso momento, le logiche di partito prevalevano rispetto al messaggio
da rivolgere all’intero paese. Da allora, il Pd nel suo insieme ha
smesso di presentarsi agli italiani come l’alternativa globale a
Berlusconi: s’è rassegnato al dominio del Cavaliere, a contrastarlo con
un’onesta e a tratti efficace opposizione, e a percorrere la lunga
tortuosa strada di alleanze che non si sono mai perfezionate.
Così
oggi, quando la crisi del berlusconismo deflagra nella politica e nella
società, non esiste più il soggetto politico che, per l’assoluta
originalità della sua offerta e del suo profilo, avrebbe potuto guardare
negli occhi gli elettori delusi del Pdl e dire loro: ci avete creduto,
avevate le vostre ragioni per farlo, ora siete senza patria, noi ve ne
offriamo una diversa da tutte le altre del passato.
È oggi, non
dopodomani, che sarebbe servito il Pd di Veltroni. Un Pd capace di dire
ad alta voce ciò che tutti gli italiani indistintamente pensano, e che
la sinistra non sa più articolare: in Italia c’è ben poco da conservare.
Fra
tanti meriti, Bersani ha proprio questo grave difetto: trasmette troppo
spesso l’idea di voler conservare, più che di voler cambiare. Qualche
volta addirittura l’idea di voler restaurare: per esempio, restaurare il
sistema istituzionale e politico precedente alla rivoluzione bipolare.
Ma
mettere in contrapposizione Veltroni con Bersani e Franceschini, come
pure si farà, non ha più molto senso. Entrambe le linee, in questo
momento, confessano in sostanza la stessa aporia democrat: non siamo noi
adesso a poter sconfiggere Berlusconi.
Veltroni supera l’aporia
collocando il bipolarismo come piace a lui in un futuro nel quale il
centrodestra sarà stato finalmente depurato da Berlusconi (a opera di
chi? Fini, Casini, Tremonti, pensateci voi). Bersani invece si fa carico
dell’emergenza antiberlusconiana di qui e di ora, ma in sostanza arriva
alla stessa conclusione: l’Alleanza costituzionale può farcela se ce la
fanno, appunto, Fini, Casini, forse Tremonti.
Sarebbe ingiusto dare
addosso alle leadership democratiche per questo loro grosso limite. Per
quanto stiano certo meglio della destra, hanno davanti a sé problemi
difficili: una crisi di governo che non era nelle loro agende, tempi più
stretti di quelli che si erano dati per ridare al Pd competitività, la
prospettiva di elezioni anticipate che cercheranno di scongiurare. Ma
l’incapacità di raccogliere il frutto della crisi di Berlusconi ha
radici e cause antiche.
Nessuno può chiamarsi fuori, a cominciare
dalle varie altre sinistre, egoiste e (almeno in passato)
irresponsabili. Non si salva neppure Romano Prodi, per l’ennesima volta
coinvolto suo malgrado nella bagarre quotidiana. Lui, l’uomo che ha
battuto Berlusconi, retrospettivamente ci appare curiosamente simile al
suo storico avversario: capace di vincere le elezioni, ma non di
costruire un futuro stabile per la propria coalizione e di spezzare il
muro di incomunicabilità fra le due Italie.
Tutti i leader
democratici che abbiamo conosciuto nel recente passato – da D’Alema a
Veltroni, da Rutelli a Fassino a Franceschini – a un certo punto del
proprio percorso hanno guardato oltre i recinti di casa propria e hanno
provato a «scrivere agli italiani» come Veltroni ricomincia oggi a fare.
Non
si sono espressi bene, non sono stati coerenti, non sono stati capiti:
importa poco ormai, perché comunque la realtà è che l’esito della
partita in corso non dipende da loro, come confermano implacabili tutti i
sondaggi possibili.
Dunque nessuno di loro passerà alla storia per
aver liberato l’Italia da Berlusconi. Pazienza. Per fortuna ci sarà
davvero molto da fare nel paese, e per tutti, quando questo evento
sovrannaturale si sarà verificato.