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Politica
27 agosto 2010
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Almeno la strategia dem è chiara
Il campo delle forze prende forma, in una giornata segnata da due eventi importanti per la politica e da un terzo – il discorso di Marchionne a Rimini – che per quanto possa essere discutibile richiama con grande efficacia la gravità della crisi italiana. Il senso dell’emergenza che si avverte nel sistema politico diventa acutissimo, se ad esso si giustappone l’appello dell’amministratore delegato della Fiat: il mondo cambia di corsa mentre gli italiani rimangono fermi a guardare.
In realtà, la scena politica non è immobile. Non ci stancheremo mai di scrivere che la rottura nel centrodestra è irrimediabile. Appena poche ore dopo l’esito attendista del summit Berlusconi-Bossi, deflagra la bomba della convocazione ad personam dei finiani davanti ai commissari politici del Pdl, per rispondere delle proprie posizioni individuali: la separazione sarà durissima, altro che ricomposizione.
Questo primo fatto politico di giornata è la conferma di un processo irreversibile di articolazione del centrodestra in due tronconi, uno berlusconiano e uno “costituzionale”.
Il secondo fatto politico si collega a questo: la precisazione della strategia del Pd di Bersani offre un’ipotesi di fuoriuscita dalla crisi che, la si trovi più o meno convincente e vincente, comunque obbliga tutti gli altri a prendere posizione. Come hanno fatto subito Berlusconi e, con qualche ambiguità, Casini. La proposta di Bersani su Repubblica sorvola (inevitabilmente, per ora) su alcuni dettagli che sono invece essenziali. Ma se non altro ha il pregio della chiarezza. Vediamola.

La premessa è che l’ultimo scontro elettorale con Berlusconi non sarà uguale ai molti che l’hanno preceduto, “normali” conte fra centrosinistra e centrodestra. Un po’ perché il clima politico è degenerato, ma soprattutto perché la prossima volta fuori dal centrosinistra ci saranno altre forze determinate a chiudere la stagione dell’attacco alla Costituzione e all’equilibrio fra poteri dello stato.
Questa è (qualcuno dirà: finalmente) una sensibile correzione della linea con la quale Bersani è diventato segretario del Pd. Che come si ricorderà si riassumeva nella formula, tentata in alcune elezioni regionali, del nuovo centrosinistra allargato all’Udc.
La correzione è più importante di come appaia, perché ha implicazioni strategiche (che possono inquietare qualcuno nel Pd). Si riconosce che fuori dal berlusconismo sta nascendo un nuovo centrodestra, del quale Casini e Fini sono soci fondatori e col quale – superata l’emergenza, ovvero uscito di scena con la forza Berlusconi – toccherà confrontarsi da avversari, in un bipolarismo più sano.
Su questo punto Bersani la pensa sostanzialmente come il Veltroni di martedì scorso: la nostra candidatura a governare, limpidamente, da posizione democratiche e di centrosinistra, è rinviata a quando la lotta di liberazione dal Cavaliere sarà stata vinta.
È davvero lo schema Cln, in definitiva. E infatti ieri Casini apprezzava Bersani: soprattutto per il fatto di essere tenuto fuori, finalmente, da qualcosa che non lo riguarda, cioè la riorganizzazione del centrosinistra.
Fin qui tutto semplice, si fa per dire. Il “nuovo centrosinistra” si ridimensiona: la sua area torna a essere quella tradizionale (non a caso Bersani riesuma l’Ulivo: anche come simbolo elettorale?). Che non tornino anche i tradizionali problemi che già condannarono Prodi, questo è tutto da dimostrare. Nella logica bersaniana infatti il Nuovo Ulivo è un cartello di sigle (già entusiasti i Verdi, Rifondazione appare interessata) e la sua solidità riformista – per quanto il segretario Pd sia garanzia del contrario – già vacilla un po’: siamo pericolosamente vicini allo schema Pd più cespugli, come ai tempi dei Ds.
La vera grande incognita è nella formula matematica che possa rendere vincente la somma fra Nuovo Ulivo e centrodestra antiberlusconiano. Stante l’attuale legge elettorale, Bersani deve contemplare l’ipotesi di «un patto vero e proprio»: il Cln che si fa lista. Veramente arduo da immaginare.
Più forte appare la sua subordinata («forme di convergenza» fra due minicoalizioni distinte, sulla difesa delle regole e della Costituzione), soprattutto se abbinata al riferimento alle «energie esterne ai partiti».
Ecco, in questa espressione bersaniana c’è la chiave di tutto, il fattore che rimane incognito (perché non può essere che così, adesso) e potrebbe rivelarsi risolutivo, come anticipava Europa martedì: l’affidamento a una personalità attualmente fuori dalla politica della leadership di questa ampia e transitoria Alleanza per la democrazia.
permalink | inviato da stefano menichini il 27/8/2010 alle 18:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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