Almeno la strategia dem è chiara
Il campo delle forze prende forma, in una giornata segnata da due eventi
importanti per la politica e da un terzo – il discorso di Marchionne a
Rimini – che per quanto possa essere discutibile richiama con grande
efficacia la gravità della crisi italiana. Il senso dell’emergenza che
si avverte nel sistema politico diventa acutissimo, se ad esso si
giustappone l’appello dell’amministratore delegato della Fiat: il mondo
cambia di corsa mentre gli italiani rimangono fermi a guardare.
In
realtà, la scena politica non è immobile. Non ci stancheremo mai di
scrivere che la rottura nel centrodestra è irrimediabile. Appena poche
ore dopo l’esito attendista del summit Berlusconi-Bossi, deflagra la
bomba della convocazione ad personam dei finiani davanti ai
commissari politici del Pdl, per rispondere delle proprie posizioni
individuali: la separazione sarà durissima, altro che ricomposizione.
Questo
primo fatto politico di giornata è la conferma di un processo
irreversibile di articolazione del centrodestra in due tronconi, uno
berlusconiano e uno “costituzionale”.
Il secondo fatto politico si
collega a questo: la precisazione della strategia del Pd di Bersani
offre un’ipotesi di fuoriuscita dalla crisi che, la si trovi più o meno
convincente e vincente, comunque obbliga tutti gli altri a prendere
posizione. Come hanno fatto subito Berlusconi e, con qualche ambiguità,
Casini. La proposta di Bersani su Repubblica sorvola (inevitabilmente,
per ora) su alcuni dettagli che sono invece essenziali. Ma se non altro
ha il pregio della chiarezza. Vediamola.
La premessa è che l’ultimo
scontro elettorale con Berlusconi non sarà uguale ai molti che l’hanno
preceduto, “normali” conte fra centrosinistra e centrodestra. Un po’
perché il clima politico è degenerato, ma soprattutto perché la prossima
volta fuori dal centrosinistra ci saranno altre forze determinate a
chiudere la stagione dell’attacco alla Costituzione e all’equilibrio fra
poteri dello stato.
Questa è (qualcuno dirà: finalmente) una
sensibile correzione della linea con la quale Bersani è diventato
segretario del Pd. Che come si ricorderà si riassumeva nella formula,
tentata in alcune elezioni regionali, del nuovo centrosinistra allargato
all’Udc.
La correzione è più importante di come appaia, perché ha
implicazioni strategiche (che possono inquietare qualcuno nel Pd). Si
riconosce che fuori dal berlusconismo sta nascendo un nuovo
centrodestra, del quale Casini e Fini sono soci fondatori e col quale –
superata l’emergenza, ovvero uscito di scena con la forza Berlusconi –
toccherà confrontarsi da avversari, in un bipolarismo più sano.
Su
questo punto Bersani la pensa sostanzialmente come il Veltroni di
martedì scorso: la nostra candidatura a governare, limpidamente, da
posizione democratiche e di centrosinistra, è rinviata a quando la lotta
di liberazione dal Cavaliere sarà stata vinta.
È davvero lo schema
Cln, in definitiva. E infatti ieri Casini apprezzava Bersani:
soprattutto per il fatto di essere tenuto fuori, finalmente, da qualcosa
che non lo riguarda, cioè la riorganizzazione del centrosinistra.
Fin
qui tutto semplice, si fa per dire. Il “nuovo centrosinistra” si
ridimensiona: la sua area torna a essere quella tradizionale (non a caso
Bersani riesuma l’Ulivo: anche come simbolo elettorale?). Che non
tornino anche i tradizionali problemi che già condannarono Prodi, questo
è tutto da dimostrare. Nella logica bersaniana infatti il Nuovo Ulivo è
un cartello di sigle (già entusiasti i Verdi, Rifondazione appare
interessata) e la sua solidità riformista – per quanto il segretario Pd
sia garanzia del contrario – già vacilla un po’: siamo pericolosamente
vicini allo schema Pd più cespugli, come ai tempi dei Ds.
La vera
grande incognita è nella formula matematica che possa rendere vincente
la somma fra Nuovo Ulivo e centrodestra antiberlusconiano. Stante
l’attuale legge elettorale, Bersani deve contemplare l’ipotesi di «un
patto vero e proprio»: il Cln che si fa lista. Veramente arduo da
immaginare.
Più forte appare la sua subordinata («forme di
convergenza» fra due minicoalizioni distinte, sulla difesa delle regole e
della Costituzione), soprattutto se abbinata al riferimento alle
«energie esterne ai partiti».
Ecco, in questa espressione bersaniana
c’è la chiave di tutto, il fattore che rimane incognito (perché non può
essere che così, adesso) e potrebbe rivelarsi risolutivo, come
anticipava Europa martedì: l’affidamento a una personalità
attualmente fuori dalla politica della leadership di questa ampia e
transitoria Alleanza per la democrazia.