Tre ostacoli per Casini premier
Dunque, l’idea sarebbe quella del governo-Cln con Casini leader. Europa
ha verificato che questa è l’idea che si va affermando ai vertici del
Pd, dunque prendiamola per buona. Prendiamola sul serio, se non altro,
anche perché proviene da D’Alema, cioè da colui che in questi mesi ha
sempre anticipato di un paio di giorni le uscite di politica generale di
Bersani: insomma, non un passante qualsiasi.
Va da sé che il Pd non
era nato per spingere una personalità come Casini a palazzo Chigi, e che
non era questa la promessa fatta da Bersani ai tempi delle primarie. Ma
come Europa ha scritto molte volte, già a quei tempi e
soprattutto a cavallo dell’addio di Rutelli, un simile esito sarebbe in
realtà coerente con il ridimensionamento delle ambizioni, inevitabile
per un Pd più “di sinistra”.
Non basterà però la generosità
democratica perché una così vasta alleanza elettorale prenda davvero
corpo nei pochi mesi che ci separano dalle elezioni. Sono necessarie
almeno altre tre condizioni, oltre all’accettazione da parte del Pd del
ruolo gregario che i Ds ricoprivano (sacramentando) ai tempi di Prodi.
Intanto, c’è appunto Casini. Vorrà accettare l’offerta, se e quando arriverà?
È
vero che il Cln lo chiamò in ballo per primo proprio lui (primi di
dicembre 2009), ma da allora molte cose sono cambiate. La secessione
finiana, soprattutto, ha reso l’eventuale operazione più difficile,
anche se teoricamente più forte elettoralmente. A questo punto, infatti,
per Casini è essenziale che i finiani siano con lui dovunque e in
qualsiasi schema. Non solo per ovvi motivi di forze esigue da mettere
insieme, ma soprattutto perché i due ex alleati del Cavaliere giocano la
medesima partita strategica, la leadership del centrodestra
deberlusconizzato: per non compromettere tutto, nessuno dei due può
farsi passare per complice della sinistra. Solo una dichiarazione
congiunta sull’esplodere di un’emergenza democratica e repubblicana
autorizzerebbe entrambi alla capriola di un fronte col centrosinistra,
con tutti i dubbi del caso sulla reazione del loro elettorato moderato e
di destra. Dunque Fini è essenziale: chi vuole Casini leader, deve
pensarla in questi termini. Che vuol dire offrire molto, in cambio di
questa liberazione da Berlusconi.
La seconda condizione, vitale per
il Pd, è che nessuno si stacchi a sinistra. E qui dalle capriole
passiamo ai salti mortali, perché invece i dioscuri provenienti dal Polo
delle libertà potrebbero chiedere – Casini già l’ha fatto – proprio di
scaricare pezzi di centrosinistra, di offrire ai propri elettori incerti
almeno la testa di Di Pietro. Nessun democratico dentro di sé
piangerebbe a vedere l’ex pm decapitato, ma politicamente la cosa è
impensabile: i flussi di voti in uscita dal Pd diventerebbero fiumi, in
ogni direzione.
Vendola è, come sanno i ben informati, molto più
digeribile per tutti. La sua testa è salva, la sua missione storica è
resuscitare e ricondurre in parlamento (anche qui a scapito elettorale
del Pd, ma pazienza) un tipo di sinistra che sembrava morta per sempre.
Che ce la possa fare grazie al traino di un ex missino e di un ex
forlaniano sembrerà assurdo, ma di assurdità nella Seconda repubblica se
ne sono viste tante. E a sinistra sono abituati da quindi anni a
baciare i rospi dell’emergenza antiberlusconiana.
La terza condizione
riguarda i meccanismi elettorali. Sì, certo, anche la legge elettorale
nazionale, però occorre riconoscere che modificarla contro la rabbia del
Pdl sembra davvero arduo. No, la condizione vera riguarda i meccanismi
elettorali di preselezione del candidato premier.
Casini, va da sé,
vuol dire rinuncia alle primarie (ce lo vedete che si sottopone a un
duello, per dire, con Vendola davanti agli elettori di sinistra? Solo i
professori e i sognatori possono immaginare certi scenari), e vuol dire
rinuncia alla priorità statutaria che il Pd deve dare al proprio
segretario.
La seconda cosa non è difficile, Bersani sarebbe il primo
a proporla. Invece la prima rinuncia, in aggiunta a tanti altri
strappi, capriole e salti mortali politici, logici e ideologici, andrà
“venduta” bene alla base democratica. La contropartita per un simile
snaturamento del progetto originario, il voltare le spalle al ricordo
dei milioni in fila ai gazebo nel nome di una leadership dell’Udc, dovrà
essere alta. Sì, certo, c’è in ballo la liberazione da Berlusconi. Il
quale, con la tattica della terra bruciata di questi giorni, rischia di
rendere molto più facili per tutti le scelte ardue che abbiamo elencato.
Del
resto anche nel Cln, visto che questo è il precedente che si cita,
toccò di fare tanti sacrifici politici, alleandosi perfino con pezzi del
vecchio regime. Si sa come andò a finire quella vicenda per le
sinistre. Però, per chiudere con ottimismo, c’è da dire che nessuno poi
se n’è mai pentito davvero.