Era prevedibile che, alle ultime curve, la corsa dei candidati democratici si sarebbe fatta bagarre. Era un rischio insito nella scelta stessa del meccanismo congressuale, con le due fasi distinte e tutto il resto. Certo, ci sono stati congressi di partito anche più accaniti di questo: ma accadeva al tempo della Prima repubblica, quando i danni di immagine erano meno immediati.
Era stridente ieri il contrasto fra la tempesta polemica fra dirigenti di opposte mozioni democratiche, e la beata operazione propagandistica di Berlusconi fra le nuove case abruzzesi, nel giorno del compleanno: il giorno-sì del presidente del consiglio sarebbe stato difficile da contrastare comunque (le case sono state effettivamente costruite, per quanto si sia lontani dalla fine del dramma), ma è incredibile come il Pd sia riuscito a trasformarlo in una Caporetto comunicativa.
Che era peraltro già annunciata dai giornali della mattina, con alcune indiscrezioni sulla cervellotica e anacronistica trattativa interna a proposito del dibattito televisivo fra i tre candidati: c’è qualcuno al Nazareno che decisamente si prende troppo sul serio, e non ha capito quali sono le cose importanti di cui occuparsi.
Lo scontro feroce scaturito dalla frase di Filippo Penati è un’altra conferma della confusione che regna, perfettamente trasversale, nel gruppo dirigente di un partito che avrebbe la pretesa e il compito di contrastare Berlusconi nel suo momento di massima difficoltà.
Da una parte c’è chi, incoronando con anticipo Bersani, mostra di considerare irrilevante l’opinione dei cittadini che saranno chiamati alle primarie. Dall’altra si risponde con durezza, saltando però una riflessione che viceversa apparirebbe necessaria: com’è possibile che il segretario in carica ottenga solo poco più di un terzo dei voti degli iscritti, che non sono né apparato né truppe cammellate?
Tutti insieme poi non sembrano preoccupati dallo scenario probabile del 26 ottobre, dopo le primarie: il nuovo leader del Pd, l’ipotetico sfidante di Berlusconi, eletto con una maggioranza risicata, alla testa di un partito amaramente diviso e già sottoposto a spinte centrifughe.
I sostenitori della necessità del congresso, si ricorderà, portavano come argomento che nel Pd non si fosse mai parlato davvero di politica, e che così finalmente si sarebbe fatta chiarezza. Sta accadendo veramente?
L’unico dato sicuramente positivo fin qui è stata la partecipazione di molti iscritti: segnale di vitalità, ennesima dimostrazione di fiducia che è stato offensivo ridurre a girone eliminatorio. Dopo di che, la scelta è stata fatta più sulle personalità e sulle suggestioni identitarie (alluse, non dichiarate) che su linee nitidamente alternative, ora impossibili da distinguere fuori dal politichese.
Uscite come quella di Penati fanno poi anche peggio: tutta quell’ansia per il dibattito politico pare ridursi ad ansia per il ricambio di potere, allora torniamo a pensare che di tanta retorica congressuale si poteva fare a meno risolvendo le questioni di potere prima e in altro modo.
In extremis arriva poi Rutelli gettando sul tavolo una discriminante pesante: l’impossibilità per il partito di dirsi “di sinistra”. Ecco, già un congresso che avesse avuto un simile tema avrebbe avuto una sua forza. Magari Enrico Letta (che dice al New York Times: «La socialdemocrazia è una risposta del Novecento») non si sarebbe trovato dove si trova. Il congresso sarebbe stato ancor più divisivo, ma più sincero. Con vincitori e vinti. Forse ne sarebbe scaturito un partito anche più di sinistra di come probabilmente accadrà, tutti però avrebbero capito di cosa si tratta.
A noi la parola sinistra non fa paura. L’unica paura è che il 26 le cose possano non essere affatto chiare. E che davanti a Berlusconi si ritrovino tanti perdenti e nessun vero vincitore.