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Politica
28 settembre 2009
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Il Pd tra le macerie della socialdemocrazia europea
Di domande ne sono bastate due, altro che dieci. E si sbaglia Repubblica: Gordon Brown non ha affatto accettato di rispondere con spirito britannico al giornalista della Bbc che in diretta gli chiedeva se fosse vero che sta perdendo la vista, e che si imbottisce di anti-dolorifici e di anti-depressivi. Al contrario, la furia e la frustrazione del Labour sono ormai orientati in pari misura verso i Tories, apparentemente destinati al trionfo in maggio, e verso i media che hanno ricominciato a irridere il partito come quando era Old. Lord Mandelson, il comeback kid di tante battaglie, ieri ha infiammato la conferenza di Brighton come ai bei tempi, e oggi altrettanto saprà fare Brown. Ma i bei tempi non tornano (come scrive Lazzaro Pietragnoli oggi su Europa, c’è perfino chi prevede l’estinzione del Labour come partito di governo) e l’atteggiamento aggressivo dei media rispecchia il senso del declino.
(Per la cronaca: Andrew Marr, il giornalista della Bbc, è stato accusato a Brighton di rovistare nella spazzatura, di fare sponda alle diffamazioni dei bloggers di destra, di violare la privacy del primo ministro. E comunque Gordon ha ammesso di soffrire per la vista, pur non rischiando di perderla, avendo avuto entrambi gli occhi lesionati in gioventù giocando a rugby, ma si è rifiutato di rispondere sugli anti-depressivi).
Tramonta così, fra rabbia e gossip, l’era della sinistra liberale più ardita e iconoclasta. Sembra dire, il New Labour: non c’è speranza per nessuno. Né per i dinosauri del Ps francese, né per i rampanti post-blairiani, né per il partito solido per eccellenza, la gloriosa Spd precipitata al minimo storico. Gran parte di questi e di altri partiti socialdemocratici europei farebbero oggi volentieri cambio con le percentuali del Pd, che in Italia sembrano tanto miserevoli.
Questo fa riflettere, o almeno dovrebbe far riflettere. Aspettiamo un momento, prima di decidere (senza dirlo, per carità) di ritirarci nelle enclaves del voto tradizionale, che si rivelano spesso destinate a essere comunque svuotate, magari da partiti di destra ideologicamente agili, non banalmente conservatori e non orribilmente populisti. 

Quel che colpisce della crisi dei partiti socialdemocratici, è che sfugge a qualsiasi catalogazione. Perdono gli ortodossi come gli innovatori, dal governo e dall’opposizione, al nord e al sud. Potresti pensare che il New Labour paghi per aver cavalcato la tigre della globalizzazione liberista. Ma non puoi pensare la stessa cosa della Spd, che cade dopo anni di Grosse Koalition in un paese che non ha perduto la testa per la finanza facile. E che dire del Ps, che ha resistito oltre ogni ragionevolezza all’autoriforma liberale?
Si dirà (e lo diranno, in una logica domestica): i riformisti perdono alla loro sinistra. È il mantra che in Italia ci sentiamo ripetere dal 2001, nonostante tutte le prove del contrario. Potrebbe non essere affatto la dimostrazione che bisogna andare più a sinistra, o fare alleanze con partiti di sinistra che grandi (la Linke) o pulviscolari (in Francia) risultano peraltro irriducibili a logiche di governo. Casomai, sotto i piedi dei socialdemocratici si apre una faglia: da una parte va il voto della protesta sociale, dell’insofferenza, della rabbia; dall’altra va il voto di chi chiede rassicurazioni a leadership di governo solide. I socialisti evidentemente non vanno bene per nessuna delle due opzioni. Ma se scegliessero di inseguire la prima, oltre che andare contro natura, darebbero l’addio davvero definitivo alle ambizioni di governo.
Massimo D’Alema ripete spesso, guardando al sud del mondo, che i riformisti vincono nei paesi giovani, dove è forte la speranza nel futuro. In India, in Brasile, in Cile. A parte che alcuni di loro non amerebbero definirsi socialisti, l’analisi lascia inalterati i nostri problemi: e noi, ora, in questi paesi anziani e pieni di paura?
La fine ingloriosa dell’era New Labour ci impone di farla finita anche con la retorica liberalsocialista, che pure c’è stata. Ciò che vediamo vincere, nel nord del mondo, è il pragmatismo totalmente post-ideologico di Obama, corretto con ampie visioni valoriali ma soprattutto sorretto da un eccezionale carisma personale: troppo, per noi.
La verità è che non ci sono vie di fuga risolutive, oppure strade solo smarrite che basti ritrovare: chi lo racconta inganna. Non si può tornare indietro, non si può scartare di lato, non ci si può innalzare più di tanto. Non resta che andare avanti, sul percorso post-ideologico che ha già portato il Pd ai primi posti in Europa per consenso popolare. La destra italiana non è un aggregato stabile. Per quanto duri da quindici anni, rimane pervasa da un senso di provvisorietà, di avventura fulminante che però nulla di solido lascia dietro di sé, diversamente dalle destre europee che hanno innestato leadership giovani su corpi antichi, capaci di resistere a ogni ricambio. Dunque non c’è fretta, non ci deve essere l’angoscia della sconfitta.
Per quanto incredibile suoni, oggi è più promettente essere riformisti italiani che tedeschi, o francesi, o inglesi. 

permalink | inviato da stefano menichini il 28/9/2009 alle 23:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2)


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