L’unica apparente speranza di riscatto dei laburisti britannici si
chiama
Open Left. È il Forum aperto da James Purnell e Peter Hyman per
cominciare a reinventare programmi e valori del New Labour per il
dopo-batosta di Gordon Brown.
Sinistra aperta.
Sinistra. Nel paese
che ha vissuto la rivoluzione blairiana e ora si accinge a consegnarsi
ai conservatori più progressisti di sempre, ci si può dire di sinistra
senza paura di passare per nostalgici. Non c’è equivoco sul significato
delle parole: la sinistra post-ideologica di Giddens, Mandelson e
appunto Tony Blair ha governato una grande trasformazione, l’ha
cavalcata, si è fatta travolgere da una guerra ingiusta e da una crisi
di cui è stata in parte responsabile, ora può pensare che dopodomani
rialzerà la testa. Nessun inglese, dopo questo controverso ma poderoso
ciclo di potere, penserà mai più che stare a sinistra possa essere
un’opzione minoritaria.
Non è così in Italia.
Francesco Rutelli
su
Europa ha scritto che se il Pd accetta di farsi assimilare
tout
court alla sinistra, «è fritto». Basandosi sulla sintesi del suo
ragionamento offerta da
Repubblica, i lettori online di quel giornale
(e non solo loro) si sono sfogati con un vasto assortimento di insulti
e scomuniche.
Inutile girarci intorno: per una gran parte di
opinione pubblica di sinistra, elettori e quadri del Pd oppure
traslocati con Di Pietro, Rutelli e chi la pensa come lui sono merce
avariata da scaricare.
L’incontro con questi “non di sinistra”, dunque la nascita del Pd, è un infortunio al quale rimediare.
Stanno
– stiamo – per ricevere una gran fregatura, noi italiani di sinistra.
Non per colpa di Rutelli, che non potrebbe dare fregature neanche se
volesse.
Per colpa della disperazione, del disorientamento, della rabbia.
Solo
poche persone possono evitare questa colossale storica fregatura:
coloro che oggi si fanno paladini del pieno ritorno a un partito “di
sinistra”, e coloro che dirigono un grande giornale di progresso.
Dovrebbero però essere coraggiosi, sinceri, brutali con il proprio
popolo come non sono stati mai.
In che cosa consista la fregatura è
presto detto. Il fallimento dell’avventura veltroniana e l’amarezza per
l’ennesima vittoria di Berlusconi hanno suscitato una vasta reazione
psicologica, culturale e infine politica perfettamente comprensibile. È
difficile rimanere lucidi quando ci si ritrova appesi per aria, senza
una guida sicura, nel momento dello slancio verso territori poco
conosciuti. È dura venire respinti mentre ci si impegnava – con tanti
sforzi e dopo ulteriori rinunce simboliche e ideologiche – per uscire
dal guscio protettivo della propria area di appartenenza tradizionale,
per «parlare a tutti gli italiani» e da loro venire accettati.
Il
riflusso è conseguenza e risposta alla sconfitta. Si cerca la
consolazione nelle parole conosciute. Si cerca il rifugio laddove si
ricordava di averlo avuto. Si individuano i responsabili fuori da sé.
Ci si incattivisce contro l’avversario che ti ha umiliato, tanto più se
umilia anche il paese.
Nessuno lo dirà mai in questi termini, ma una
parte consistente del congresso del Pd si gioca su questa reazione. Non
su una differenza programmatica evidente, né su un autentico progetto
politico di restaurazione. Bensì sulla banale necessità di rassicurare.
La
fregatura sta nel prezzo politico di questa rassicurazione. Costa cara.
Perché non avendo mai scatenato una autentica rivoluzione liberale
(dopo averla promessa, peraltro), la sinistra italiana
in quanto tale
tuttora non è legittimata a governare in prima persona. È una ampia,
decisiva, magnifica minoranza del paese. Minoranza, però. Non lo dicono
i suoi nemici, non lo dicono i suoi infidi alleati di ieri, oggi o
domani. Lo dicono i fatti e i numeri. È una colossale ingiustizia, ma è
così.
Berlusconi lo sa e lo ripete, conscio che gli italiani in prevalenza la pensano come lui.
Il
Pd sarebbe lo strumento per rovesciare questa ingiustizia. Hanno scelto
di fondarlo anche i leader del Pci-Pds-Ds, consapevoli e testimoni
dell’amara verità. Gente che negli anni s’è dovuta affidare a Ciampi, a Dini, a
Prodi, a Rutelli, e che dovrà tornare a farlo con personaggi analoghi
se darà libero corso al riflusso identitario.
È una verità che va
detta oggi, perché la fregatura sia meno dolorosa domani. A meno che le
leadership di sinistra (e gli
opinion-maker del giornale-partito di
riferimento) non si impegnino in una grande opera che non sapremmo
definire se non pedagogica, di contrasto all’estremismo verbale, di
battaglia aperta alle posizioni minoritarie, di lotta al settarismo di
chi vuole “cacciare via” coloro che non sono uguali a lui.
Non
seguire il riflusso di elettori e lettori, assecondandolo, ma invece
governare, orientare, spingere un nuovo flusso anche se all’inizio va
contro corrente. Significa sfidare accuse di cedimento politico o
addirittura morale, reggere scontri duri come quello aperto con Di
Pietro.
Ma è qui che si battezzano le leadership di un paese.
(da Europa)