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Politica
23 luglio 2009
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La fregatura per noi di sinistra
L’unica apparente speranza di riscatto dei laburisti britannici si chiama Open Left. È il Forum aperto da James Purnell e Peter Hyman per cominciare a reinventare programmi e valori del New Labour per il dopo-batosta di Gordon Brown.

Sinistra aperta
. Sinistra. Nel paese che ha vissuto la rivoluzione blairiana e ora si accinge a consegnarsi ai conservatori più progressisti di sempre, ci si può dire di sinistra senza paura di passare per nostalgici. Non c’è equivoco sul significato delle parole: la sinistra post-ideologica di Giddens, Mandelson e appunto Tony Blair ha governato una grande trasformazione, l’ha cavalcata, si è fatta travolgere da una guerra ingiusta e da una crisi di cui è stata in parte responsabile, ora può pensare che dopodomani rialzerà la testa. Nessun inglese, dopo questo controverso ma poderoso ciclo di potere, penserà mai più che stare a sinistra possa essere un’opzione minoritaria.

Non è così in Italia.

Francesco Rutelli su Europa ha scritto che se il Pd accetta di farsi assimilare tout court alla sinistra, «è fritto». Basandosi sulla sintesi del suo ragionamento offerta da Repubblica, i lettori online di quel giornale (e non solo loro) si sono sfogati con un vasto assortimento di insulti e scomuniche.
Inutile girarci intorno: per una gran parte di opinione pubblica di sinistra, elettori e quadri del Pd oppure traslocati con Di Pietro, Rutelli e chi la pensa come lui sono merce avariata da scaricare.
L’incontro con questi “non di sinistra”, dunque la nascita del Pd, è un infortunio al quale rimediare.

Stanno – stiamo – per ricevere una gran fregatura, noi italiani di sinistra. Non per colpa di Rutelli, che non potrebbe dare fregature neanche se volesse.
Per colpa della disperazione, del disorientamento, della rabbia.
Solo poche persone possono evitare questa colossale storica fregatura: coloro che oggi si fanno paladini del pieno ritorno a un partito “di sinistra”, e coloro che dirigono un grande giornale di progresso. Dovrebbero però essere coraggiosi, sinceri, brutali con il proprio popolo come non sono stati mai.

In che cosa consista la fregatura è presto detto. Il fallimento dell’avventura veltroniana e l’amarezza per l’ennesima vittoria di Berlusconi hanno suscitato una vasta reazione psicologica, culturale e infine politica perfettamente comprensibile. È difficile rimanere lucidi quando ci si ritrova appesi per aria, senza una guida sicura, nel momento dello slancio verso territori poco conosciuti. È dura venire respinti mentre ci si impegnava – con tanti sforzi e dopo ulteriori rinunce simboliche e ideologiche – per uscire dal guscio protettivo della propria area di appartenenza tradizionale, per «parlare a tutti gli italiani» e da loro venire accettati.

Il riflusso è conseguenza e risposta alla sconfitta. Si cerca la consolazione nelle parole conosciute. Si cerca il rifugio laddove si ricordava di averlo avuto. Si individuano i responsabili fuori da sé. Ci si incattivisce contro l’avversario che ti ha umiliato, tanto più se umilia anche il paese.
Nessuno lo dirà mai in questi termini, ma una parte consistente del congresso del Pd si gioca su questa reazione. Non su una differenza programmatica evidente, né su un autentico progetto politico di restaurazione. Bensì sulla banale necessità di rassicurare.

La fregatura sta nel prezzo politico di questa rassicurazione. Costa cara. Perché non avendo mai scatenato una autentica rivoluzione liberale (dopo averla promessa, peraltro), la sinistra italiana in quanto tale tuttora non è legittimata a governare in prima persona. È una ampia, decisiva, magnifica minoranza del paese. Minoranza, però. Non lo dicono i suoi nemici, non lo dicono i suoi infidi alleati di ieri, oggi o domani. Lo dicono i fatti e i numeri. È una colossale ingiustizia, ma è così.
Berlusconi lo sa e lo ripete, conscio che gli italiani in prevalenza la pensano come lui.

Il Pd sarebbe lo strumento per rovesciare questa ingiustizia. Hanno scelto di fondarlo anche i leader del Pci-Pds-Ds, consapevoli e testimoni dell’amara verità. Gente che negli anni s’è dovuta affidare a Ciampi, a Dini, a Prodi, a Rutelli, e che dovrà tornare a farlo con personaggi analoghi se darà libero corso al riflusso identitario.

È una verità che va detta oggi, perché la fregatura sia meno dolorosa domani. A meno che le leadership di sinistra (e gli opinion-maker del giornale-partito di riferimento) non si impegnino in una grande opera che non sapremmo definire se non pedagogica, di contrasto all’estremismo verbale, di battaglia aperta alle posizioni minoritarie, di lotta al settarismo di chi vuole “cacciare via” coloro che non sono uguali a lui.

Non seguire il riflusso di elettori e lettori, assecondandolo, ma invece governare, orientare, spingere un nuovo flusso anche se all’inizio va contro corrente. Significa sfidare accuse di cedimento politico o addirittura morale, reggere scontri duri come quello aperto con Di Pietro.
Ma è qui che si battezzano le leadership di un paese.

(da Europa)
permalink | inviato da stefano menichini il 23/7/2009 alle 1:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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