Se fanno pace Fatah e Hamas
Si sono sparati addosso, letteralmente ammazzati gli uni con gli altri. Si sono odiati e reciprocamente traditi, tradendo agli occhi del mondo l’immagine e la speranza dei palestinesi. Fatah con la sua corruzione, Hamas con il fondamentalismo, la violenza, il dispotismo, l’uso cinico della popolazione civile, la cecità di voler cancellare a ogni costo Israele dalle mappe.
Ora si ritrovano, a quanto pare, e sulle macerie di Gaza e grazie alla mediazione egiziana provano a ricostruire una prospettiva se non comune, almeno non autodistruttiva. Si ipotizzano fra Ramallah e Gaza governi di unità nazionale, si insediano commissioni di lavoro.
I percorsi della politica mediorientale sono sempre più complessi di quanto noi li si possa leggere. Ma è evidente il nesso fra questa riapertura di dialogo e l’emergere a Gerusalemme di una maggioranza politica di destra, anche estrema. Di più: oltre alle piaghe imposte dagli israeliani ai civili e ai bambini di Gaza, l’invasione ha lasciato una ferita politica profonda che mina la pretesa di autosufficienza, anzi di dominio, di Hamas.
Vedremo se, come è già capitato, i settori meno pacifisti della politica israeliana e questa nuova unità palestinese potranno riaprire un percorso di dialogo. Arduo pensarlo, ma ciò che è successo una volta potrebbe succedere ancora.
Noi dobbiamo qui fare una riflessione. Con quanta furia ci dividiamo in Occidente, ma soprattutto in Italia, negli esorcismi incrociati in casa altrui, espellendo virtualmente ora questo ora quello dalla lista dei soggetti abilitati a interloquire. Hamas solo terroristi, israeliani solo assassini di bambini, D’Alema fondamentalista islamico, gli altri al soldo della lobby ebraica. Poi la politica e la diplomazia seguono, per fortuna, linee meno manichee (come insegnano Blair, Sarkozy, Obama) e nessuno che conti qualcosa è mai espulso davvero dai processi politici.
Da Teheran a Beirut, perfino a Kabul, è giusto distinguere amici e nemici ed è raccomandabile la coerenza, ma per la pace non si può sperare nell’estinzione di nessuno. È una lezione per tutti, anche per noi qui, per quando cediamo al vizio di tradurre in italiano le tragedie degli altri.
(da Europa)