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Giornali
25 febbraio 2009
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L'Unità e gli ammutinati del Pd
Stesse posizioni, stessa battaglia, stessi avversari, due stili diversi. Ieri il manifesto è tornato, come ai tempi migliori, a dare all’Unità una lezione di apertura mentale. Entrambi i giornali impegnati fino in fondo per il testamento biologico e contro le posizioni clericali, martedì hanno avuto in comune anche la sorte di una insolita reprimenda pubblica da parte di Francesco Rutelli, stanco di sentirsi strapazzato per i suoi dissensi nel Pd sui temi bioetici. Allora il manifesto senza mollare di un centimetro – figurarsi – è andato da Rutelli e ha ingaggiato con lui un’intervista tosta e interessante. L’Unità non s’è abbassata a tanto. Il contestatore da una parte è stato liquidato con un corsivetto nel quale lo si paragona a Berlusconi (che è facile e non guasta mai), dall’altra è stato affidato alle cure di bloggers e frequentatori della rete presi un po’ dappertutto con una caratteristica comune: che fossero i più incazzati possibile.
Intendiamoci, sappiamo bene quale sia l’opinione prevalente a sinistra, sia sul tema testamento biologico (è anche la nostra peraltro) sia sul più appassionante tema Rutelli. La rete, poi, è fatta apposta per ospitare autentiche rivolte. Ma qui c’è appunto il problema, la differenza: un giornale serve a dare libero sfogo alla rabbia, e anzi ad amplificarla e farla propria (come è capitato all’Unità sulla linea “primarie subito”, fino al giorno dopo la Fiera di Roma)? O non ha anche un compito minimo di filtro critico, rielaborazione, confronto, perfino moderazione se necessario?
Al posto di Rutelli non avremmo fatto martedì quella sciorinatura di prime pagine. Ma al posto dei dirigenti del Pd – lo diciamo senza ipocrisie – oggi saremmo preoccupati di sapere affisso sulle bacheche di tanti circoli un giornale che incita apertamente alla cacciata dei reprobi, li sfida alla scissione, a fondare un partito teocratico, a raggiungere l’Udc, e gli scarica addosso tutta intera la colpa della crisi del partito. Fino alla versione letteraria ma poco fantasiosa di Andrea Camilleri, che butterebbe dal vascello Pd gli ammutinati, «abbandonandoli in mare su una barchetta».
Che roba è questa? In italiano si chiama invito alla repressione fisica del dissenso. Dovevamo arrivare al 2009 e a una direttrice brava e soave, per ritrovare toni e metodi che il Pci ha ripudiato più di trent’anni fa. Oggi come allora, affiora un manifesto a segnalare la differenza. Ma non solo.
Sul testamento biologico com’è noto anche nel centrodestra ci sono state dissociazioni pubbliche (molte meno di quanto sarebbe stato immaginabile), alcune clamorose. Laici come Della Vedova, un leader come Fini, un fondatore (cattolico) di Forza Italia come Beppe Pisanu. Risulta forse che dai giornali o dai blog della destra siano stati indirizzati contro di loro scomuniche, insulti, inviti a togliere il disturbo, accuse di rovinare la coalizione e farla perdere? Gli hanno dato degli assassini, dei traditori, gli hanno urlato di andarsi a mettere coi comunisti? Nossignore. A destra sono sicuri della propria «posizione prevalente» sul testamento biologico e, come per fortuna Franceschini e Finocchiaro nel Pd, non fanno drammi delle dissociazioni.
Su Libero, diciamo Libero, s’è svolto un civilissimo confronto fra posizioni opposte. È dalla destra profonda che bisogna farsi dare certe lezioni?
Rutelli non ha bisogno di essere difeso, sa difendersi da sé e comunque paga già le proprie scelte e i propri errori in una scomoda (e voluta) posizione di minoranza. Il Pd invece merita di essere difeso, eccome, da questa grossolana domanda di pulizia etnica che suona anche vagamente ricattatoria nei confronti del suo nuovo segretario.
Non era per arrivare a questo punto, che Fassino, D’Alema, Veltroni, Bersani, Finocchiaro e tutti gli altri avevano deciso di sciogliere i Ds. Pagando il prezzo di una scissione (s’è visto poi quanto lungimirante) e consapevoli delle difficoltà cui andavano incontro, ma anche di un duro dato della realtà: neanche la Quercia era più, da tanto tempo, un partito monolitico. E comunque, per quanta maggiore coesione potessero avere su tante questioni, alle ultime elezioni generali affrontate col proprio simbolo navigavano intorno al 17 per cento.
Loro se lo ricordano, l’Unità evidentemente no.

(da Europa)
permalink | inviato da stefano menichini il 25/2/2009 alle 23:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3)


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