L'assemblea, né terremoto né dissolvenza
C’è il timore che l’assemblea costituente possa ribollire di rabbia verso il gruppo dirigente, magari sovvertire l’accordo raggiunto sulla successione a Veltroni. Non sappiamo fino a che punto il timore sia fondato, ma questo ci appare comunque uno scenario eventualmente preferibile al vero incubo: una sala semivuota, fredda, passiva, rassegnata.
Nel primo caso avremmo un terremoto nel Pd. Nel secondo caso, la sua dissolvenza.
Essendo il Pd un corpo collettivo tuttora dotato di cuore e cervello, è probabile che oggi alla Fiera di Roma accada una terza cosa, intermedia. Non sarà affatto una riunione facile, e ci mancherebbe, né il passaggio da Veltroni a Franceschini potrà avvenire in maniera automatica, scontata. Saranno esigenti i delegati e ci sarà movimento nel gruppo dirigente, ben oltre lo smarcamento di Parisi (che stavolta s’è però mosso sul terreno meno “eversivo”: l’elezione di Franceschini è insidiata più dall’idea di uno show down nelle primarie, che dalla concorrenza di altri candidati nell’assemblea).
Movimento s’è già visto ieri, fra un’intervista a D’Alema e un manifesto di Rutelli. I due pezzi da novanta che erano fuori dalle stanze del Nazareno seppelliscono i sedici mesi di Veltroni sotto qualche tonnellata di critica politica. È incoraggiante avere la conferma di un loro impegno per salvare il salvabile (soprattutto nel caso di Rutelli, che era dato in partenza per altri lidi), ma qualcuno troverà ingombrante il loro desiderio di definire il contesto politico in una fase che, col venir meno di Veltroni, si immaginava affidata in toto a un’altra leva di dirigenti.
Certo l’esperienza anche recente insegna che i personaggi di spicco è meglio che stiano dentro ai momenti decisionali, piuttosto che fuori. La stessa affermazione però in questo momento è molto più vera per il corpo vivo del Partito democratico, per la folla dei dirigenti intermedi e locali, per i simpatizzanti. Il primo assillo di Franceschini in queste ore non dovrebbe essere la ricerca di nuovi equilibri fra big e fondatori, bensì che nessuno in giro per l’Italia si senta escluso dalle scelte che decidono della vita o della morte del proprio partito.
Il senso di esclusione, la delusione, quella che in gergo si chiama scissione silenziosa: questo è adesso il nemico del Pd e di chiunque lo voglia dirigere. È illusorio e ingannevole – speriamo senza dolo – far credere che la risposta a questo distacco stia in una palingenesi immediata, in un bagno purificatore, nell’apoteosi di un salvatore della patria che peraltro esita a manifestarsi. La domanda di un leader forte subito è comprensibile: anche a sinistra vigono le leggi della politica moderna sui tempi rapidi, i modi efficaci, il personalismo accentuato, e del resto proprio questo ha messo il vento nelle vele a Veltroni fin da quando, sindaco, veniva implorato di salvare i riformisti. Dopo di che però il Pd è finito in un mar dei sargassi di equivoci e indecisione: un errore da non ripetere.
È noto che Europa – il primo giornale a dichiararsi senza riserve «per il partito democratico», quando non ne esisteva neanche il nome – si batte per un profilo liberaldemocratico del Pd, per il superamento definitivo e autentico delle (migliori) tradizioni novecentesche, contro ogni riflusso difensivo e contro la rinuncia a conquistare le menti e i cuori degli italiani “non di centrosinistra”. Ma anche questa nostra convinzione, come ogni altra, va messa alla prova della realtà mutevole, di una crisi che fa sembrare un lusso parlare di concorrenza, mercati aperti, meritocrazia, quando la domanda è di protezione, sicurezza, assistenza, regolazione. Il Pd veltroniano, e prima di esso la Margherita, era partito in quarta su una corsia finalmente sgomberata da statalismo e assistenzialismo: per poi accorgersi che improvvisamente tutto il traffico, il mainstream, l’opinione corrente, va nella direzione opposta. Accostare e pensarci su un momento non è male. Poi si riparte più convinti.
Questo è solo un esempio, fra tanti, di argomenti cruciali che non possono essere bruciati nel falò emozionante di primarie subito.
La proposta di elezione di Franceschini corrisponde all’esigenza di mettere in sicurezza il progetto originario del Pd, a partire dal suo pluralismo interno e dallo scioglimento delle appartenenze. I migliori appelli che corrono in queste ore – gli amministratori locali, quelli di “Non torniamo indietro” – vanno in questa direzione.
Questa però è solo la premessa, il minimo indispensabile. Certo non è la soluzione, Franceschini sarà il primo a dirlo. La soluzione è da costruire, evitando due atteggiamenti speculari. Il richiamo della foresta (che può essere forte anche se implicito) a ricostruire «una vera sinistra», saltando il nodo della sconfitta storica e strategica delle sinistre europee. E la minaccia (forte anche se implicita) che possano venir meno da un momento all’altro e solo per un mutare di leadership le condizioni di una convivenza nel medesimo partito. Non è mai corretto discutere armando la pistola di una scissione (infatti nessuno lo fa), ma soprattutto va ricordato che operazioni solve et coagula sono interessanti se servono a battere la destra, e dunque se tolgono innanzi tutto pezzi alla destra. Sennò, le si fa solo un favore.
A parte il fatto – ma questo magari è personale – che il tempo del nomadismo pare proprio finito. Bene o male, siamo arrivati a casa.
(da Europa)