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Giornali
28 febbraio 2009
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l'unità soru
Problemi all'Unità, e un po' mi imbarazza
Dunque pare che le voci di ieri fossero vere, e che effettivamente all'Unità sia scoppiato un bel casino. Dopo neanche sei mesi Renato Soru lascia, e lascia bruscamente. Per ora "solo" annunciando pesanti tagli di budget, ma l'intenzione di fondo è evidente.
Io non so come andrà a finire e ho diecimila buone ragioni per augurare ai colleghi ogni migliore soluzione. In più dico soltanto che mi dispiace di aver fatto con loro negli ultimi giorni una polemica dura, che continuo a considerare giustificata ma che appare adesso del tutto intempestiva.
Se avessi saputo che cosa stava succedendo, non l'avrei fatto.
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Politica
28 febbraio 2009
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Bene, la legge sulla fine vita svanisce. Anche per cinismo, però
La prima reazione è di un pieno, assoluto sollievo. Non sappiamo naturalmente come andrà a finire, ma vediamo allontanarsi nell’agenda parlamentare e politica l’approvazione della legge Calabrò sui trattamenti di fine vita. Giorno dopo giorno svanisce l’interesse della maggioranza per quel testo. Ci sono i dissensi espliciti, quelli sotterranei, c’è l’evidente distacco da parte del governo. C’è una comunità di costituzionalisti critica, non è difficile intravedere l’opinione del Quirinale dietro gli inviti alla riflessione di Fini e Schifani.
Europa ha già scritto tante volte che Berlusconi più che impegnarsi consapevolmente s’è fatto travolgere dal caso Englaro, per calcolo contingente e sotto la pressione di un manipolo di estremisti. Già 24 ore dopo la morte di Eluana, era chiaro che anche lui, a modo suo, aveva staccato una spina. Al senato la legge Calabrò è andata avanti per inerzia. È deflagrata prima nel Pd, poi nel Pdl, ora ha perso la sua carica. Meglio così. Perché era una brutta legge, e perché nella rinuncia strisciante c’è anche l’ammissione di aver dato il peggio di sé in questo incontro con tante storie di dolore vero.
Dopo il sollievo sale però la rabbia. Siamo all’ennesima resa della politica davanti a una propria incapacità. E dietro alla resa si intuisce, diciamolo chiaro, un bel po’ di cinismo.
Intellettuali, giornalisti, filosofi si interrogano se non sia vana la pretesa di dettare regole che i centomila diversi casi singoli travolgeranno sempre. È una riflessione importante, e se si allargasse a tutta la biopolitica avrebbe conseguenze serie. Ma non è per questo che la politica rinuncia.
C’è un calcolo costi benefici. Col passare dei giorni, i costi politici di uno scontro sul testamento biologico sono cresciuti per tutti. E alla fine appaiono eccessivi rispetto al guadagno. Non c’è gloria, non c’è incasso politico né materiale, se anche venisse approvata la legge avrebbe più guai che meriti. Forse, vita breve. Perché spendersi? Quanti papà Englaro volete che ci siano in Italia? Le famiglie coinvolte non si muoveranno alla fine meglio in quella zona grigia di cui ha scritto Panebianco?
Siamo cinici, pessimisti? Forse. Non i più cinici, però.

(da Europa)
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Politica
26 febbraio 2009
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hamas fatah israele gaza d'alema
Se fanno pace Fatah e Hamas
Si sono sparati addosso, letteralmente ammazzati gli uni con gli altri. Si sono odiati e reciprocamente traditi, tradendo agli occhi del mondo l’immagine e la speranza dei palestinesi. Fatah con la sua corruzione, Hamas con il fondamentalismo, la violenza, il dispotismo, l’uso cinico della popolazione civile, la cecità di voler cancellare a ogni costo Israele dalle mappe.
Ora si ritrovano, a quanto pare, e sulle macerie di Gaza e grazie alla mediazione egiziana provano a ricostruire una prospettiva se non comune, almeno non autodistruttiva. Si ipotizzano fra Ramallah e Gaza governi di unità nazionale, si insediano commissioni di lavoro.
I percorsi della politica mediorientale sono sempre più complessi di quanto noi li si possa leggere. Ma è evidente il nesso fra questa riapertura di dialogo e l’emergere a Gerusalemme di una maggioranza politica di destra, anche estrema. Di più: oltre alle piaghe imposte dagli israeliani ai civili e ai bambini di Gaza, l’invasione ha lasciato una ferita politica profonda che mina la pretesa di autosufficienza, anzi di dominio, di Hamas.
Vedremo se, come è già capitato, i settori meno pacifisti della politica israeliana e questa nuova unità palestinese potranno riaprire un percorso di dialogo. Arduo pensarlo, ma ciò che è successo una volta potrebbe succedere ancora.
Noi dobbiamo qui fare una riflessione. Con quanta furia ci dividiamo in Occidente, ma soprattutto in Italia, negli esorcismi incrociati in casa altrui, espellendo virtualmente ora questo ora quello dalla lista dei soggetti abilitati a interloquire. Hamas solo terroristi, israeliani solo assassini di bambini, D’Alema fondamentalista islamico, gli altri al soldo della lobby ebraica. Poi la politica e la diplomazia seguono, per fortuna, linee meno manichee (come insegnano Blair, Sarkozy, Obama) e nessuno che conti qualcosa è mai espulso davvero dai processi politici.
Da Teheran a Beirut, perfino a Kabul, è giusto distinguere amici e nemici ed è raccomandabile la coerenza, ma per la pace non si può sperare nell’estinzione di nessuno. È una lezione per tutti, anche per noi qui, per quando cediamo al vizio di tradurre in italiano le tragedie degli altri.

(da Europa)
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Magica
26 febbraio 2009
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roma panucci motta
Bentornato Christian
Non sarà un mostro di simpatia, ma sono molto contento che sia tornato. E se è tornato perché un certo Marco Motta gli ha fatto abbassare la cresta, meglio ancora.

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Giornali
25 febbraio 2009
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L'Unità e gli ammutinati del Pd
Stesse posizioni, stessa battaglia, stessi avversari, due stili diversi. Ieri il manifesto è tornato, come ai tempi migliori, a dare all’Unità una lezione di apertura mentale. Entrambi i giornali impegnati fino in fondo per il testamento biologico e contro le posizioni clericali, martedì hanno avuto in comune anche la sorte di una insolita reprimenda pubblica da parte di Francesco Rutelli, stanco di sentirsi strapazzato per i suoi dissensi nel Pd sui temi bioetici. Allora il manifesto senza mollare di un centimetro – figurarsi – è andato da Rutelli e ha ingaggiato con lui un’intervista tosta e interessante. L’Unità non s’è abbassata a tanto. Il contestatore da una parte è stato liquidato con un corsivetto nel quale lo si paragona a Berlusconi (che è facile e non guasta mai), dall’altra è stato affidato alle cure di bloggers e frequentatori della rete presi un po’ dappertutto con una caratteristica comune: che fossero i più incazzati possibile.
Intendiamoci, sappiamo bene quale sia l’opinione prevalente a sinistra, sia sul tema testamento biologico (è anche la nostra peraltro) sia sul più appassionante tema Rutelli. La rete, poi, è fatta apposta per ospitare autentiche rivolte. Ma qui c’è appunto il problema, la differenza: un giornale serve a dare libero sfogo alla rabbia, e anzi ad amplificarla e farla propria (come è capitato all’Unità sulla linea “primarie subito”, fino al giorno dopo la Fiera di Roma)? O non ha anche un compito minimo di filtro critico, rielaborazione, confronto, perfino moderazione se necessario?
Al posto di Rutelli non avremmo fatto martedì quella sciorinatura di prime pagine. Ma al posto dei dirigenti del Pd – lo diciamo senza ipocrisie – oggi saremmo preoccupati di sapere affisso sulle bacheche di tanti circoli un giornale che incita apertamente alla cacciata dei reprobi, li sfida alla scissione, a fondare un partito teocratico, a raggiungere l’Udc, e gli scarica addosso tutta intera la colpa della crisi del partito. Fino alla versione letteraria ma poco fantasiosa di Andrea Camilleri, che butterebbe dal vascello Pd gli ammutinati, «abbandonandoli in mare su una barchetta».
Che roba è questa? In italiano si chiama invito alla repressione fisica del dissenso. Dovevamo arrivare al 2009 e a una direttrice brava e soave, per ritrovare toni e metodi che il Pci ha ripudiato più di trent’anni fa. Oggi come allora, affiora un manifesto a segnalare la differenza. Ma non solo.
Sul testamento biologico com’è noto anche nel centrodestra ci sono state dissociazioni pubbliche (molte meno di quanto sarebbe stato immaginabile), alcune clamorose. Laici come Della Vedova, un leader come Fini, un fondatore (cattolico) di Forza Italia come Beppe Pisanu. Risulta forse che dai giornali o dai blog della destra siano stati indirizzati contro di loro scomuniche, insulti, inviti a togliere il disturbo, accuse di rovinare la coalizione e farla perdere? Gli hanno dato degli assassini, dei traditori, gli hanno urlato di andarsi a mettere coi comunisti? Nossignore. A destra sono sicuri della propria «posizione prevalente» sul testamento biologico e, come per fortuna Franceschini e Finocchiaro nel Pd, non fanno drammi delle dissociazioni.
Su Libero, diciamo Libero, s’è svolto un civilissimo confronto fra posizioni opposte. È dalla destra profonda che bisogna farsi dare certe lezioni?
Rutelli non ha bisogno di essere difeso, sa difendersi da sé e comunque paga già le proprie scelte e i propri errori in una scomoda (e voluta) posizione di minoranza. Il Pd invece merita di essere difeso, eccome, da questa grossolana domanda di pulizia etnica che suona anche vagamente ricattatoria nei confronti del suo nuovo segretario.
Non era per arrivare a questo punto, che Fassino, D’Alema, Veltroni, Bersani, Finocchiaro e tutti gli altri avevano deciso di sciogliere i Ds. Pagando il prezzo di una scissione (s’è visto poi quanto lungimirante) e consapevoli delle difficoltà cui andavano incontro, ma anche di un duro dato della realtà: neanche la Quercia era più, da tanto tempo, un partito monolitico. E comunque, per quanta maggiore coesione potessero avere su tante questioni, alle ultime elezioni generali affrontate col proprio simbolo navigavano intorno al 17 per cento.
Loro se lo ricordano, l’Unità evidentemente no.

(da Europa)
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Politica
24 febbraio 2009
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Come trattare il dissenso di Rutelli
L’operazione tentata da Francesco Rutelli per sbloccare l’impasse su alimentazione e idratazione forzate nel testamento biologico non ha avuto successo. Dalla destra versante di governo è venuto un irrigidimento, mentre dalla destra versante parlamentare le aperture sono suonate più funzionali ad amplificare le difficoltà del Pd che non a trovare una effettiva soluzione. La destra dovrebbe rinunciare alla propria bandiera ideologica – il divieto per legge dell’interruzione del sostegno alimentare e idrico – per addentrarsi in formule più civili e realistiche: non ha mai dato segno di tale interesse.
A destra c’è un’area vasta quanto silente che sta stretta nella gabbia imposta da Berlusconi e da un drappello di estremisti nei giorni del caso Englaro. Lì però non si passa: non è il Pd, i margini di iniziative libere sono inesistenti. Il caso di Pisanu è interessante (e gravido di conseguenze) ma isolato.
Questa assenza di interlocuzione non dà chances a tentativi come quello di Rutelli, che finiscono per rimbalzare sul centrosinistra. Qui un partito serio deve compiere una valutazione politica fredda (confermando le proprie posizioni, in assenza di margini di miglioramento dei testi di maggioranza) e una valutazione politica calda: visto che non compromettono l’esito del confronto parlamentare (come invece accadeva nella legislatura prodiana), e con l’unico vincolo che se si hanno responsabilità di partito non si vota con il governo, perché non valorizzare le posizioni autonome, per dimostrare che il Pd ha verso la complessità dei temi un’apertura e una comprensione inesistenti a destra?
Questo è l’atteggiamento di Franceschini. Dobbiamo dirci che parte del Pd non la vive così: si avverte un’ansia di certezze e di unità granitiche, si preferisce derubricare le obiezioni di coscienza a manovra politica. Così tutto si banalizza e si finisce per esercitare sui dissensi una pressione dura e impropria. Come abbiamo scritto, il Pd è un approdo definitivo, l’epoca del nomadismo è finita. Fino a prova contraria Rutelli (che il Pd l’ha fondato) dice le stesse cose, con più amarezza: merita di esser preso sul serio e lasciato in pace. È anche il modo migliore per il Pd per smettere di farsi del male e sterilizzare ogni ipotetica (e fin qui immaginaria) manovra di spaccatura.

(da Europa)
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Politica
23 febbraio 2009
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Per Franceschini cento giorni a sinistra
Il clima è più rilassato, certo. Il corpo del partito si è rassicurato. La morsa dei giornali s’è allentata, per un giorno. La diffidenza di quelli che «non esiste più la sinistra» si è ammorbidita davanti al papà partigiano, al giuramento sulla Costituzione, all’omaggio ai martiri di Ferrara, alla prospettiva che non ci sarà da rompere coi socialisti europei. Insomma, Dario Franceschini ha avuto una sua luna di miele. Ahilui, breve quanto un fine settimana, perché già ieri la dura realtà s’è ripresentata nelle sembianze che avevano dato tanto dolore a Veltroni.
L’emergente Renzi che picchia duro sul vice del segretario fallito. Filippo Penati che insiste sulla linea securitaria e non demonizza le ronde. Soprattutto, la spina del testamento biologico che torna a far male, con Rutelli che firma testi diversi da quelli del Pd (ma decisamente molto diversi anche da quelli del governo) su alimentazione e idratazione forzate.
Nessuna sorpresa, come è anche giusto le persone pensano oggi su alcuni temi cruciali le stesse cose che pensavano venerdì scorso. Chiaro che ci sia come un suono stonato, dopo il sollievo della Fiera di Roma: ma questo risveglio è solo la conferma di una cosa che il segretario sa bene, e cioè che la conduzione di un partito... democratico non è agevole come quella di tutti i suoi concorrenti.
Franceschini col sostegno di Rutelli cercherà anche una mediazione sulla bioetica, si è capito però che la sua exit strategy non passa da questa strettoia. Da domenica il Pd è a tutti gli effetti in campagna elettorale per recuperare in cento giorni il ruolo di principale oppositore a Berlusconi e di unica autentica alternativa di governo. Questo implica alcune semplificazioni (tipiche delle campagne elettorali), la chiusura di alcune querelle (con la Cgil o contro?) e il lancio di un’operazione di recupero verso gli sfiduciati.
Avremo dunque un Pd più di sinistra? In questa fase di serrate le fila è forse inevitabile. Si pensa che verrà più avanti, nella legislatura, il tempo per riaprire la competizione con la destra sul cruciale elettorato intermedio e mobile. Sperando che nel frattempo Berlusconi non faccia precipitare le cose, proprio per prendere il Pd in un momento di sbilanciamento.

(da Europa)
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Politica
21 febbraio 2009
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Con Franceschini, ammaraggio riuscito
Era come stare sulle ali dell’Airbus ammarato nell’Hudson a metà gennaio. Gente che si guarda un po’ incredula, siamo ancora tutti vivi, certo stiamo con i piedi nell’acqua fredda ma siamo vivi, e ci siamo tutti, ce l’abbiamo fatta, se siamo scampati a questa... e un pensiero riconoscente va al pilota che è stato bravissimo, ha portato giù dolcemente l’apparecchio che improvvisamente aveva rotto il motore.
Dario Franceschini s’è guadagnato ieri alla Fiera di Roma i galloni di capitano coronando con un discorso abile ed equilibrato (ma con all’interno un paio di novità consistenti) tre giorni di manovre in piena turbolenza. Con lui, l’intero Partito democratico ha come compiuto un salto di qualità. Al livello centrale e poi ieri nel suo quadro intermedio s’è mosso – forse per la prima volta – come un vero partito, come una comunità solidale. Miracoli della paura, si dirà.
Tutte smentite le previsioni di rissa, insurrezione della base, assalto al quartier generale. Come quelle opposte, di diserzione, passività, scissione silenziosa. Del resto, con tutto il rispetto per l’Onda, si doveva pur sapere che quella riunita ieri non è un’assemblea studentesca: anche in questo s’è visto che il Pd comincia a diventare un partito comme il faut, con un corpo intermedio esigente ma solido. Composto, va ricordato, da persone a loro volta elette dalla stessa enorme base elettorale che incoronò Veltroni nel 2007.
La soddisfazione per essere usciti da una brutta situazione e per aver trovato in Franceschini un punto d’equilibrio soddisfacente per tutti, non cancella i problemi, che il Pd ha principalmente nei confronti del mondo esterno. Ma il nuovo segretario ha mostrato di aver chiare le priorità: i nodi più controversi all’interno (ma meno appassionanti fuori) come testamento biologico e affiliazione europea sono stati sciolti con relativa rapidità; viceversa il Pd è stato subito lanciato di nuovo sulle piste della crisi economica e dello scontro frontale col governo.
Che Franceschini sciogliesse – almeno nelle intenzioni – i nodi che hanno tormentato il Pd negli ultimi mesi era prevedibile per due motivi. Il primo è l’insostenibilità di un confronto interno ulteriormente trascinato dopo il trauma delle dimissioni di Veltroni: il Pd è vivo ma ha i cerotti, continuare a torturarsi non si può. Dunque «l’opinione prevalente» sul testamento biologico diventa linea del partito, dunque le procedure per l’avvicinamento al gruppo socialista europeo saranno più spicce.
Il secondo motivo è tutto politico e dà indicazioni sulla nuova mappa del partito: l’evento di un ex democristiano, ancorché sempre stato di sinistra, che diventa capo delle truppe una volta comuniste può consumarsi a patto di forti garanzie. E, come diceva ieri a caldo Piero Fassino, cioè uno dei king makers, «Franceschini ha rassicurato la nostra gente». Si deve supporre che a rassicurare gli altri, cioè l’area della ex Margherita e soprattutto gli ex popolari, basti la figura stessa del segretario.
Questo induce a porsi una domanda inevitabile: che cosa rimane del Pd veltroniano, ad appena quattro giorni dalle dimissioni? Molto, e niente.
Molto, se si considera la piena vicinanza dell’ex segretario e dell’attuale negli ultimi fatidici sedici mesi. Se si assumono le parole di Franceschini sul rinnovamento generazionale e il suo ribadire che «indietro non si torna» rispetto alle logiche di appartenenza. E se infine ci si sofferma sul punto cruciale della strategia: mai più coalizioni solo “contro”, vocazione maggioritaria pur in una politica di alleanze.
Detto questo, già ieri alla Fiera – dove si celebrò uno dei fasti veltroniani – non c’era più nulla di quel recentissimo passato. Torna l’inno ulivista, torna il coinvolgimento pieno di generali e colonnelli che Veltroni aveva messo ai margini (Fassino appunto, ma non solo), si avverte l’ansia di ripristinare riti, regole e procedure di un partito tradizionale. A cominciare da quella promessa di collegialità che è fondamento del patto su Franceschini, e che vedremo come si sposerà al suo impegno a fare il segretario davvero,«senza mediazioni».
Evidentemente è questo l’unico ambiente che, caduto Veltroni, può consentire l’avvio e lo svolgimento della fase congressuale e della selezione del prossimo segretario. Franceschini è da ieri in campo anche in questa prospettiva, ovviamente, ed è chiaro che adesso il risultato delle Europee diventa importante per lui come lo era per Veltroni. In termini completamente rovesciati però: Veltroni aveva tutto da perdere a giugno. Franceschini avrà tutto da guadagnare, perché nessuno giustamente gli ha chiesto di fare miracoli, e questa in politica può essere una gran fortuna.
Di Bersani, di Rutelli e D’Alema, del destino dei singoli e degli equilibri nuovi che andranno costruiti nel Pd, ci sarà tempo di parlare. Per ora vale la pena di tornare a gettare lo sguardo per un attimo nell’altro campo, in quella destra che negli ultimi giorni ha goduto la vertigine (perfino un po’ inquietante) del venir meno dell’avversario. Bene, l’elezione di Franceschini è stata salutata da commenti acidi, negativi, privi di simpatia.
Volendo, è un ottimo segnale.

(da Europa)
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Politica
20 febbraio 2009
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L'assemblea, né terremoto né dissolvenza
C’è il timore che l’assemblea costituente possa ribollire di rabbia verso il gruppo dirigente, magari sovvertire l’accordo raggiunto sulla successione a Veltroni. Non sappiamo fino a che punto il timore sia fondato, ma questo ci appare comunque uno scenario eventualmente preferibile al vero incubo: una sala semivuota, fredda, passiva, rassegnata.
Nel primo caso avremmo un terremoto nel Pd. Nel secondo caso, la sua dissolvenza.
Essendo il Pd un corpo collettivo tuttora dotato di cuore e cervello, è probabile che oggi alla Fiera di Roma accada una terza cosa, intermedia. Non sarà affatto una riunione facile, e ci mancherebbe, né il passaggio da Veltroni a Franceschini potrà avvenire in maniera automatica, scontata. Saranno esigenti i delegati e ci sarà movimento nel gruppo dirigente, ben oltre lo smarcamento di Parisi (che stavolta s’è però mosso sul terreno meno “eversivo”: l’elezione di Franceschini è insidiata più dall’idea di uno show down nelle primarie, che dalla concorrenza di altri candidati nell’assemblea).
Movimento s’è già visto ieri, fra un’intervista a D’Alema e un manifesto di Rutelli. I due pezzi da novanta che erano fuori dalle stanze del Nazareno seppelliscono i sedici mesi di Veltroni sotto qualche tonnellata di critica politica. È incoraggiante avere la conferma di un loro impegno per salvare il salvabile (soprattutto nel caso di Rutelli, che era dato in partenza per altri lidi), ma qualcuno troverà ingombrante il loro desiderio di definire il contesto politico in una fase che, col venir meno di Veltroni, si immaginava affidata in toto a un’altra leva di dirigenti.
Certo l’esperienza anche recente insegna che i personaggi di spicco è meglio che stiano dentro ai momenti decisionali, piuttosto che fuori. La stessa affermazione però in questo momento è molto più vera per il corpo vivo del Partito democratico, per la folla dei dirigenti intermedi e locali, per i simpatizzanti. Il primo assillo di Franceschini in queste ore non dovrebbe essere la ricerca di nuovi equilibri fra big e fondatori, bensì che nessuno in giro per l’Italia si senta escluso dalle scelte che decidono della vita o della morte del proprio partito.
Il senso di esclusione, la delusione, quella che in gergo si chiama scissione silenziosa: questo è adesso il nemico del Pd e di chiunque lo voglia dirigere. È illusorio e ingannevole – speriamo senza dolo – far credere che la risposta a questo distacco stia in una palingenesi immediata, in un bagno purificatore, nell’apoteosi di un salvatore della patria che peraltro esita a manifestarsi. La domanda di un leader forte subito è comprensibile: anche a sinistra vigono le leggi della politica moderna sui tempi rapidi, i modi efficaci, il personalismo accentuato, e del resto proprio questo ha messo il vento nelle vele a Veltroni fin da quando, sindaco, veniva implorato di salvare i riformisti. Dopo di che però il Pd è finito in un mar dei sargassi di equivoci e indecisione: un errore da non ripetere.
È noto che Europa – il primo giornale a dichiararsi senza riserve «per il partito democratico», quando non ne esisteva neanche il nome – si batte per un profilo liberaldemocratico del Pd, per il superamento definitivo e autentico delle (migliori) tradizioni novecentesche, contro ogni riflusso difensivo e contro la rinuncia a conquistare le menti e i cuori degli italiani “non di centrosinistra”. Ma anche questa nostra convinzione, come ogni altra, va messa alla prova della realtà mutevole, di una crisi che fa sembrare un lusso parlare di concorrenza, mercati aperti, meritocrazia, quando la domanda è di protezione, sicurezza, assistenza, regolazione. Il Pd veltroniano, e prima di esso la Margherita, era partito in quarta su una corsia finalmente sgomberata da statalismo e assistenzialismo: per poi accorgersi che improvvisamente tutto il traffico, il mainstream, l’opinione corrente, va nella direzione opposta. Accostare e pensarci su un momento non è male. Poi si riparte più convinti.
Questo è solo un esempio, fra tanti, di argomenti cruciali che non possono essere bruciati nel falò emozionante di primarie subito.
La proposta di elezione di Franceschini corrisponde all’esigenza di mettere in sicurezza il progetto originario del Pd, a partire dal suo pluralismo interno e dallo scioglimento delle appartenenze. I migliori appelli che corrono in queste ore – gli amministratori locali, quelli di “Non torniamo indietro” – vanno in questa direzione.
Questa però è solo la premessa, il minimo indispensabile. Certo non è la soluzione, Franceschini sarà il primo a dirlo. La soluzione è da costruire, evitando due atteggiamenti speculari. Il richiamo della foresta (che può essere forte anche se implicito) a ricostruire «una vera sinistra», saltando il nodo della sconfitta storica e strategica delle sinistre europee. E la minaccia (forte anche se implicita) che possano venir meno da un momento all’altro e solo per un mutare di leadership le condizioni di una convivenza nel medesimo partito. Non è mai corretto discutere armando la pistola di una scissione (infatti nessuno lo fa), ma soprattutto va ricordato che operazioni solve et coagula sono interessanti se servono a battere la destra, e dunque se tolgono innanzi tutto pezzi alla destra. Sennò, le si fa solo un favore.
A parte il fatto – ma questo magari è personale – che il tempo del nomadismo pare proprio finito. Bene o male, siamo arrivati a casa.

(da Europa)
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Politica
20 febbraio 2009
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Uno stupratore che passa fra giudici, militari, telecamere, sindaci...
«Per il nostro tribunale due sentenze non bastano per dichiarare la pericolosità sociale di un uomo». Ecco qui, racchiusa in una sola frase, la confessione del fallimento del sistema giudiziario italiano. Dell’errore gravissimo di un singolo magistrato (la dottoressa Mariangela Gentile, giudice onorario a Bologna) rivelatore di una intera malintesa propensione garantista che garantisce tutto e tutti, tranne il diritto di una ragazza di quattordici anni a essere protetta dall’aggressione di un bruto che la polizia e la giustizia avevano già più e più volte identificato.
La strada che ha condotto il rumeno Alexandru Loyos Isztoika fino al parco della Caffarella è documentata da fascicoli giudiziari alti un metro, da fotografie, da riprese filmate. Nulla di casuale, improvviso, imprevisto e imprevedibile. Un delinquente seriale individuato, segnalato, al quale con atto discrezionale è stata evitata, si badi bene, non la carcerazione preventiva bensì la semplice espulsione. Un uomo che attraversa indenne tutto l’apparato costruito in teoria per fermarlo: le leggi, i soldati nei campi, il censimento, le bonifiche del sindaco. Tutto vano.
La sevizia della Caffarella nasce da una legge della famosa destra rigorista fatta male (la Bossi-Fini) e applicata peggio. Cioè non solo dall’odioso machismo di una cultura primitiva, ma dalla congiunzione di due moderni difetti italici: la severità a chiacchiere di una politica inetta, e il perdonismo che traspare da atti e parole di giudici che usano i codici e la burocrazia come scusa per non fare, e non strumenti per fare.
Non si trattasse di un crimine autentico con vittime autentiche, sarebbe la metafora perfetta di ideologie di destra e di sinistra parimenti vuote e inutilizzabili nella vita reale, al servizio della gente vera.
Gli unici tra i politici che capiscono queste cose sono i sindaci (perfino Alemanno ci sta arrivando) o gli ex sindaci, e per questo piacciono poco agli ammalati di ideologismo. Nel Pd li stanno triturando uno dopo l’altro, con loro che danno una mano all’opera. Fra le tante stupidaggini, è una delle più stupide.

(da Europa)
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Politica
18 febbraio 2009
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Il nuovo segretario del Pd...
... dovrebbe essere Walter Veltroni. Uno che non l’ha mai detta chiara come ieri: «Basta con la sinistra salottiera, pessimista, giustizialista e conservatrice». In quattro aggettivi perfetti c’è la storia della degenerazione della sinistra. Uno che questa evidenza l’ha colta così chiaramente è il leader naturale del Pd. Infatti lo è stato. Lascia oggi perché non è stato coerente con questa intuizione, in alcune scelte politiche (Di Pietro) e nell’atteggiamento del quale ieri ha fatto ammenda (unica sua autocritica): «Ho cercato di tenere tutto insieme».
Cercare «di tenere tutto insieme» non è un cedimento al buonismo. È stata per molti decenni una precisa strategia di governo interno, di un grande partito chiamato Pci. Tutti i dirigenti dell’età e della scuola di Veltroni sono cresciuti nel brodo primordiale del grande centro berlingueriano, unico luogo possibile di governo. Questo è stato l’errore fatale di Veltroni: riprodurre questo schema (l’unico che conosce) in un partito che si voleva radicalmente diverso, rifiutandosi di creare intorno a un progetto di rottura la necessaria maggioranza.
Veltroni oggi lascia (ma tornerà, garantito: verso la fine della legislatura o forse già nel famoso e auspicato congresso “vero” del Pd). Ma questo problema è affidato a chi rimane, a chi si contenderà la leadership, all’intero Pd.
Il discorso di Veltroni di ieri mattina ha provocato tre effetti, più un quarto indiretto che non lascia ben sperare sul prosieguo del confronto nel partito.
Il primo effetto è quello di cui s’è parlato e si parlerà meno fra gli addetti ai lavori, essendo invece il più importante. All’opinione pubblica generale, quella che non è nelle segrete cose della politica, un leader che lascia chiedendo scusa farà una grande impressione. Eravamo stati meschini, ieri su Europa, auspicando che Veltroni non sfogasse i propri risentimenti sul gruppo dirigente che lui stesso ha lasciato in gravi difficoltà. Veltroni ha fatto molto di più e di meglio: ha dato un esempio di generosità, ha assunto un impegno di non belligeranza futura (simile a quello assunto e rispettato anche da Prodi), s’è caricato dell’onere delle promesse non mantenute. Diranno chapeau gli avversari, noi diciamo che questo è già un primo lascito difficile da imitare per chi verrà.
Il secondo effetto parte da questo dato personale e sconfina nella politica: per tono, lucidità e perfino grinta, il Veltroni di ieri lascia rimpianti ancora maggiori in chi gli aveva chiesto di non dimettersi.
Il terzo effetto è pienamente politico è già investe il Pd del dopo-Veltroni. La rivendicazione della linea del Lingotto è stata precisa, dura, insistita. «Indietro non si torna». Vocazione maggioritaria, ricerca di ascolto e consenso in tutto il paese e non solo nell’elettorato tradizionale. È una piattaforma veltroniana, che Veltroni fin dalle primarie non ha voluto che diventasse piattaforma di una maggioranza interna.
Questa scelta ha alimentato equivochi, tensioni, ambiguità che alla fine hanno riassorbito la novità del Lingotto, hanno compromesso Veltroni medesimo, gli hanno sottratto una linea di possibile resistenza rispetto alle critiche sulle prevedibili sconfitte elettorali: alla domanda «che cosa fareste di diverso?» mancava sempre la risposta.
Nella stagione che si apre – sia che la successione sia di transizione o definitiva, che il periodo sia breve o lungo – gli equivoci non potranno più ripresentarsi. Caduto Veltroni, cade per sempre la dottrina delle Frattocchie, svanisce anche l’incubo del duello con D’Alema che, per non potersi alimentare di contenuti politici visto che nessuno voleva finire in minoranza, si avvelenava di personalismi.
Veltroni ha reso molto relativa la eventuale novità di un segretario non ex-diessino: l’investitura di Dario Franceschini risponde a criteri di lealtà e di continuità politica, non a una staffetta fra partiti fondatori. Sarà però senz’altro utile a svuotare l’eterno argomento che «non c’è spazio per i cattolici (o per i moderati) nel Pd». Come su scala diversa ha dimostrato Matteo Renzi, chi merita, combatte e rischia, lo spazio se lo conquista.
A proposito di lealtà. Visto che di quella di Fassino non è mai lecito dubitare, è sintomatico che, nel discutere di eventuali nomi di transizione, il suo sia stato utilizzato per eccitare gli animi di chi si sentirebbe spossessato da qualsiasi opzione non diessina: visto che questo è proprio il metodo che porta alla fine del Pd, è ovviamente impraticabile.

(da Europa)

permalink | inviato da stefano menichini il 18/2/2009 alle 21:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15)


Politica
18 febbraio 2009
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Berlusconi e i voli della morte
Non so che dire, giudicate voi.


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Politica
18 febbraio 2009
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Io lo ricandiderei
Ho appena ascoltato da Walter Veltroni un discorso sulla linea politica giusta, con la grinta giusta, i toni personali giusti. A rischio di prendere insulti, io lo ricandiderei alla guida del Pd.
Anzi, quasi quasi lo ricandido.
permalink | inviato da stefano menichini il 18/2/2009 alle 12:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2)


Politica
18 febbraio 2009
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Veltroni lascia, il viaggio continua
Non siamo all’ultima spiaggia. Per un motivo semplice ma drammatico: s’era detto già di Walter Veltroni, che sarebbe stata l’ultima spiaggia. Non è guardando ai più recenti passi della crisi del Pd che se ne coglie la gravità, ma tornando ai primi momenti. All’inizio del viaggio di Veltroni, come lui stesso volle chiamarlo con una di quelle immagini che adesso gli si ritorcono contro, adesso che la realtà divora il sogno.
Tornare al momento dello slancio iniziale serve anche a rendere riconoscimento al lavoro e al tentativo di un leader al quale è stato dato molto – come potere, come fiducia – ma al quale è stato anche chiesto molto. Il centrosinistra dell’estate 2007 era già nel pieno di una parabola discendente che ha motivazioni profonde, non contingenti.
Il peggio che si possa dire del Veltroni di questi sedici mesi è che non è stato in grado di fermare la crisi, già evidente ai tempi di Prodi. Occorre però tener fermo che, contrariamente all’opinione nostalgica corrente (assai smemorata), il partito di cui è stato segretario continua a essere l’unico presidio possibile, l’unica alternativa alla definitiva ritirata della sinistra nel minoritarismo. Nel momento in cui Veltroni molla, la priorità assoluta deve essere non mollare il progetto del Pd, con tutto ciò che questo significa.
Veltroni lascia nel momento più difficile. Gli verrà rinfacciato, ricordando precedenti di analoghi abbandoni. È vero che lasciare, in questa politica, è diventato un valore, e infatti non è l’onesto riconoscimento della sconfitta che va eventualmente rimproverato. Quanto casomai tempi e modi: il trapasso poteva essere meno traumatico.
Ora sono in campo tre soggetti. C’è un gruppo dirigente che deve improvvisare una risposta e trovare una solidarietà interna. Fanno bene a rispettare le regole statutarie. Veltroni renderebbe un ultimo servizio al proprio partito se evitasse la strada facile di scaricare su presunti “oligarchi” la colpa di tutto. Nella storia breve del Pd ci sono stati alcuni grandi episodi di generosità e molti piccoli episodi di egoismo: sicuramente Veltroni vorrà che il proprio passo d’addio venga ricordato fra i primi, e non fra i secondi.
Il secondo soggetto in campo sono i militanti e i simpatizzanti attoniti: chiedono reazione e risposte rapide, chiedono chiarezza politica e una nuova guida forte. Vanno coinvolti fino in fondo perché sono l’unica vera ricchezza di un partito democratico (pensate a che cosa sono stati capaci di fare proprio in questi giorni, con la partecipazione alle primarie fiorentine), ma devono sapere che dalla crisi non si esce con risposte facili, palingenesi leaderistiche, grandi congressi rifondativi come invece suggeriscono alcuni opinion leader di area.
Il terzo soggetto in campo è appunto la pressione esterna che soprattutto i grandi giornali esercitano sul Pd. Veltroni non è certo stato il primo a soffrirla e a farsene condizionare, ma con lui siamo arrivati all’esasperazione di una dipendenza quotidiana che è l’esatto opposto di una politica autenticamente democratica.
Parte dunque un traghetto, questa è l’immagine che si usa per dare l’idea di una soluzione di comando temporanea. Parte nel mare peggiore che ci si possa augurare. Si dirige intanto verso l’Europa, che almeno non è la Sardegna. Per una volta si può adoperare un trito luogo comune: siamo tutti sulla stessa barca, se affonda questo traghetto rimarranno solo scialuppe di salvataggio inadatte alla navigazione.
Europa salutò Veltroni e un grande discorso al Lingotto dicendosi pronta a partire «In viaggio con Walter». Il viaggio continua, Europa si permette di ringraziare colui che l’ha iniziato, ma non vogliamo fermarci.

(da Europa)
permalink | inviato da stefano menichini il 18/2/2009 alle 8:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6)


Politica
17 febbraio 2009
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Una giornataccia
Abbiamo lavorato con fatica - ma in questi casi scatta l'adrenalina, e la passione politica condita al cinismo da vecchi giornalisti fa il resto - per fare un giornale all'altezza degli eventi.
Mi pare che la rete sia esplosa e anche il Cannocchiale sia andato giù per un bel po'. Segno che c'è una reattività forte, anche se non sono sicuro della direzione di questa reazione.
Esce più tardi qui un ragionamento articolato sulle dimissioni di Veltroni e sulla fase difficile che si apre adesso. Per ora voglio solo dire che una cosa va tenuta ferma: Veltroni molla, noi non possiamo mollare il Pd, il progetto originario, la missione che non è mai stata una missione solitaria (e quando è stata solitaria, ha fallito).
permalink | inviato da stefano menichini il 17/2/2009 alle 20:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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