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Giornali
11 agosto 2010
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Fini si salverà (perché a destra sono amorali)
Azzardiamo un pronostico: non ce la fanno a far fuori Fini. Come già invariabilmente in tutte le occasioni in cui i falchi alla Vittorio Feltri e alla Maurizio Belpietro hanno dettato la linea del centrodestra, anche stavolta lo condurranno in un vicolo cieco.
Non lo scriviamo perché pensiamo che Fini sia immacolato, anzi, né tanto meno per simpatia politica verso il capo dei dissidenti: Europa è stato forse l’unico organo di stampa di area democratica a ripetere spesso che l’avventura finiana (e casiniana) va intesa come pericolosa concorrenza del Pd, non come sua disinteressata alleanza.
Il problema è che Berlusconi, sorretto dai laudatores alla Stracquadanio e dai sicari a mezzo stampa, ha negli anni abituato gli elettori del Pdl a standard di etica pubblica e privata talmente bassi, da renderli insensibili alle campagne moralizzatrici. Non bisogna farsi fuorviare dalle sottoscrizioni del Giornale: fossero anche vere, e diventassero anche centinaia di migliaia, le firme di Feltri raggiungeranno il medesimo effetto degli appelli di Repubblica contro Berlusconi.
Zero.
Del resto, sono loro di destra che per anni ci hanno spiegato con sorrisini di compiacenza che i giornali in Italia non li legge nessuno, che i direttori non hanno il polso del paese reale, che l’italiano medio non si informa e comunque non si scandalizza facilmente.
Questa circostanza è particolarmente vera per l’Italia di centrodestra, e dopo aver a lungo favorito Berlusconi, ora può favorire il suo peggior nemico.
Paradossalmente, ma non tanto, lo scandalo Tulliani colpisce più nell’opinione pubblica di sinistra, fra coloro che pensavano o speravano in un Fini decisivo per liberarsi di Berlusconi: si preoccupano, ora, senza però considerare che i loro dirimpettai di destra hanno molto più pelo sullo stomaco.
Su Europa troverete in questi giorni analisi interessanti su come la secessione finiana, per di più incattivita dall’attacco in corso, si stia estendendo in Puglia, Sicilia, Campania, presto nel Lazio, in genere nel Centro Sud. Sono eletti e amministratori locali che si spostano, per affinità antiche e per più attuali calcoli di convenienza sul dopo-Berlusconi. Non si faranno frenare dalle storie su cognati arrivisti. Anche perché loro ne hanno migliaia, di cognati così.
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Giornali
10 agosto 2010
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Consigli inutili da giornali illustri
Siamo tutti d’accordo: Berlusconi è un populista inabile a governare, Fini ha dei parenti impresentabili e s’è messo a capo di un’armata Brancaleone, il Pd ha dei leader col carisma di un tonno. La classe politica è quella che è, dei suoi livelli inferiori non parliamo per carità di patria.
Non è però che i grandi giornali, così giustamente severi con la politica e preoccupati per i destini del paese, si stiano sforzando granché per dare una mano. Prendiamo solo gli ultimi solenni editoriali dei tre maggiori quotidiani d’informazione: nessuno di loro brilla per illuminanti e risolutivi consigli ai disorientati politici.
Ferruccio de Bortoli non ha difficoltà a respingere nel nome del bene collettivo sia il pericolo del voto anticipato al buio, che l’ardua strada di un esecutivo tecnico o di transizione. Sarà però rimasto insoddisfatto anche lui – come noi, forse anche come Berlusconi – quando per esclusioni successive ha finito per indicare come unica soluzione della crisi un ambizioso rilancio del programma di governo previo nuovo alto accordo nel centrodestra: molto responsabile come posizione, ma non esattamente lo scenario più a portata di mano, a meno che de Bortoli e il Corriere non abbiano bacchette magiche da regalare.
Altrettanto si potrebbe dire per Ilvo Diamanti.
Repubblica è specializzata nell’individuare e denunciare le debolezze del Pd (per la serie: ti piace vincere facile), ma quanto a consigli illuminanti non è formidabile neanche lei. Così ieri, dopo aver messo in fila tutte le ben note aporie democratiche e aver previsto elezioni a breve, Diamanti si ritrova di fronte al medesimo busillis di Bersani: come si fa a battere Berlusconi? Non è così difficile, credete a Repubblica: basta mettere tutti insieme dall’estrema sinistra all’Udc e poi scegliere un leader con le primarie fra Bersani medesimo, Vendola, Casini, Tabacci, Rutelli, Di Pietro, Letta, Chiamparino e possibilmente qualcun altro. Elementare, no? Bisogna essere stupidi a non averci pensato prima.
Stupidi oppure colpevoli, come sentenziava domenica sulla Stampa Barbara Spinelli.
Qui siamo davvero al paradosso. Illimitata libertà di pensiero ma utilità zero.
Figurarsi che per la Spinelli il problema italiano (e la colpa storica della sinistra) sarebbe che di Berlusconi non sono stati a sufficienza denunciati il disprezzo delle leggi, il controllo sulle tv, il conflitto d’interessi, le collusioni sospette, la dubbia moralità personale.
Apparentemente ignara che in Italia non si parli d’altro da sedici anni (essendo stati fondati sulla questione partiti, giornali, movimenti d’opinione, e svoltesi cinque campagne elettorali e alcune dozzine di oceaniche manifestazioni di popolo), la Spinelli pensa che, per inconfessabili motivi, non se ne sia parlato ancora abbastanza. E questa è l’esortazione che dalla Stampa rivolge agli ignavi dell’opposizione: svelate agli italiani i segreti su Berlusconi, sì che capiscano, si illuminino, si ravvedano. Ma insomma, che ci vuole?
Portiamo molto rispetto per de Bortoli, Diamanti, Spinelli. Ora però, come Berlusconi e Bersani anche se per motivi molto diversi dai loro, cominciamo ad avere qualche dubbio che la grande stampa indipendente possa aiutare l’Italia a uscire dai guai in cui si è cacciata.
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Giornali
28 maggio 2010
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apple kindle ipad
Primo giro sull'iPad
Che devo dirvi? Non sono un tecnico, né uno smanettone più di tanto. Questo coso dove scrivo - su una tastiera comodissima per dimensione tasti, da impratichirsi per il resto - è sostanzialmente un grosso iPhone senza la scocciatura di essere anche un telefono. Movimenti, funzioni, applicazioni, sono gli stessi, ma naturalmente su una dimensione che rende per esempio l'attività di scrivere (non piccola cosa ammetterete) molto più agevole (arrivati a questa quinta riga anzi quasi divertente).
Io non ho ancora questa microsim per il 3G, dunque navigo usando il wireless del giornale, e siamo a velocità notevoli. Col 3G non so dire, né tantomeno so dire adesso dei costi di navigazione. Chiaro che tutto ciò che faccio qui per giocare, stando dove sto adesso (o a casa) lo farei più comodamente sul Mac. In compenso ho la netta impressione che questo coso manderà in archivio il portatile piccolo che uso per scrivere e spedire i pezzi quando sto fuori, ma anche per questo devo attendere verifica quando avrò su il 3G: come sapete l'Italia non è un paese per wireless...
Pare ottimale per: musica, video, giochi, foto, navigazione Internet. Risoluzione e luminosità dello schermo sono straordinarie (anche nel senso che non è troppo luminoso). La rotazione automatica si può bloccare, utilità che nel mio vecchio iPhone non c'era. 
Ma sappiamo tutti qual è la scommessa: davvero sostituisce giornali e libri? No. Però se siamo bravi ci dà la possibilità di leggerne molti di più. Ho scaricato le applic di Repubblica, Nyt, Guardian, Foglio: più o meno buone (Rep obiettivamente molto buona, non foss'altro perché mentre sfogli il giornale ti offre anche gli aggiornamenti dell'online) ma a me personalmente - posso parlare solo per la vita che faccio, e per quanta connettività ho a disposizione già ora - serviranno solo quando starò in vacanza. Se però penso a quanto mi sguercio per leggere Internet sul Blackberry, questo è il paradiso.
Non è leggerissimo, si sapeva, ma sopportabile. Forse per i libri elettronici (dovendo proprio, però per le cose non pubblicate in Italia è un sistema essenziale) continuerò a preferire il Kindle di Amazon che mi hanno regalato a Natale e sul quale ho già letto tre libri: più leggero e non retro-illuminato, che è una salvezza per gli occhi. Poi non tollero i monopoli, e come non amavo Telecom (uno dei primi utenti Omnitel) né Windows, non permetterò ad Apple di egemonizzare la mia vita elettronica. 
Non si scalda, consiglio la sua bella (e costosetta) custodia, ma rimane la schifezza di tutti i touchscreen: una marea di luride ditate, che sono l'unica cosa che rimane di tutta la poesia quando lo spegni. 
In conclusione (nel frattempo la tastiera s'è confermata notevole, anche per le lettere accentate che come sapete sono sempre un po' pallose da mettere. Poi consiglio fortemente di battere tasti usando con energia le unghie, funziona benissimo, il che è bel vantaggio per le ragazze)? In conclusione costa una cifra non congrua con la crisi economica, e neanche la gestione sarà gratuita. Dunque prima della seconda/terza edizione secondo me non diventa oggetto di massa come è ormai l'iPhone. 
Posso solo dire che a me servirà, e forse vale il prezzo in prospettiva, a parte i discorsi che conosciamo sull'avere oggetti hitech di culto, e tutta la pubblicità gratuita che gli stanno facendo gli editori dei giornali alla canna del gas.
Ça va sans dire: presto anche Europa su iPad, come già su ogni altra piattaforma. Baci

PS. dimenticavo: no, non ha la porta USB né la telecamera. Della seconda cosa me ne frego, ormai fra un device e un altro ho più telecamere che persone od oggetti da riprendere. quanto all'USB, questo è per ora un sistema talmente proprietario che "parla" solo con iTunes di Apple e quello che può passare di lì come foto, video, musica, libri, podcast, testi ecc ecc. That's all folks
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Giornali
25 maggio 2010
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Il miracolo della moltiplicazione dei direttori
Qualche giorno fa Silvio Berlusconi si lamentava con i ministri per gli errori di comunicazione compiuti in questi giorni di vigilia di manovra.
Complimenti, perché da quando il presidente del consiglio ha cercato di rimettere dritta la barra, la situazione è degenerata, e il messaggio al paese da preoccupante s’è fatto catastrofico. Da oggi la sigla delle misure economiche non potrà che essere quella proposta da Gianni Letta: «Duri sacrifici per evitare di finire come la Grecia». Pazzesco, solo rammentando che lo spettro greco era sempre stato escluso per l’Italia; che l’idea stessa di una manovra per il 2010 era stata per molto tempo smentita; e che Berlusconi s’era raccomandato di non presentarsi col volto corrucciato di un governo in ansia.
Simili incidenti non si verificano a caso, sono lo specchio di uno scollamento che appare irrimediabile. Di nuovo, è plateale l’assenza di una guida politica al vertice del centrodestra.
Ciò che accade sulle intercettazioni ne è la conferma. Col paese messo davanti a «duri sacrifici», i senatori del centrodestra si ritrovano irregimentati a difesa di una legge che presto sarà senza padri né madri, e che prima ancora del primo voto ha già realizzato il miracolo di riunificare all’opposizione la totalità della stampa nazionale: mai successo. 

In tanti anni di giornalismo non s’era mai vista una manifestazione come quella organizzata ieri in fretta e furia dalla Fnsi, in ponte tra Roma e Milano. Non esageriamo il potere di condizionamento dell’opinione pubblica da parte dei direttori di giornale, però non sottostimiamo il valore simbolico di un evento del genere, se non altro agli occhi del coté politico, soprattutto quello del centrodestra. Un conto è battersi per le leggi ad personam avendo contro solamente la stampa d’opposizione e qualche commentatore indipendente. Tutt’altra storia è sentirsi schiacciati nel ruolo di difensori della Casta, con forti venature liberticide, dalla lettura dell’intero arco dell’informazione nazionale e locale, stampata e radiotelevisiva, indipendente e d’opinione, grande e piccola, di sinistra e di destra, con poche eccezioni e con la sola (ancorché macroscopica) copertura delle testate Mediaset e del Tg1 di Minzolini.
È normale, per un parlamentare della destra, chiedersi a questo punto: «Chi me lo fa fare?». Soprattutto se sull’efficacia della legge che sta ora in senato emergono dubbi fortissimi da parte degli stessi che l’hanno proposta e fin qui difesa.
Ieri Europa ha raccolto negli ambienti della maggioranza la convinzione diffusa che neanche la battaglia per proibire le intercettazioni telefoniche – come tante altre in questa legislatura – andrà in porto. Il prezzo politico e d’immagine s’è fatto salato. La contropartita esile. E il risultato finale, per quanto il parlamento possa essere blindato (e non può esserlo mai del tutto, almeno non alla camera), non è affatto garantito. Rimane ancora l’incognita del parere del capo dello stato, che fin qui osserva gli accadimenti ma certo si sarà fatto un’opinione sull’impatto delle norme: anche da questo punto di vista avranno avuto un bel peso l’iniziativa dei direttori di giornale e l’appello di oggi.
Tutto questo, ovviamente, appesantito dalla contemporanea drammatica vicenda della manovra economica: una operazione che già sarebbe stata politicamente difficile, ma ora sta diventando disastrosa dal punto di vista che Berlusconi è solito curare di più. Cioè quello della propria immagine.
L’accavallarsi di questi ultimi giorni – notizie, mezze notizie, smentite e conferme – massimizza il danno. Gli italiani hanno ricevuto informazioni contrastanti ma in genere tutte brutte. C’era una possibile arma propagandistica da impiegare – condire la ciccia dei tagli con qualche misura, diciamo così, anti-Casta – ma neanche questa è stata adoperata con la perizia consueta.
Oggi avremo (forse) il quadro completo delle misure, frutto del braccio di ferro fra Tremonti e i ministri, e fra Tremonti e il premier. Andranno valutate con attenzione. Ma il pasticcio di cui sono frutto fa già dubitare che avremo un bis di questo spettacolo. Non sappiamo se Tremonti ha esaurito la vena creativa. Sicuramente Berlusconi ha esaurito la scorta dei miracoli, a parte quelli che realizza contro se stesso.

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Giornali
12 maggio 2010
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europa pravda
Sono un uomo realizzato
Potrei smettere anche oggi: non ho vissuto invano. Lo testimonia la bibbia dei nostri giorni, cioè Dagospia, di cui questa qui sotto è una pagina uscita oggi. Non faccio commenti sull'accostamento fotografico, mi dichiaro soddisfatto.

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Giornali
5 maggio 2010
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berlusconi labour sun tories libdem
L'appello al voto delle "page 3-girls"
 
Ci sono due velleitarie candidate alle elezioni inglesi - una Labour e l'altra LibDem - che vorrebbero limitare la pubblicazione di foto di ragazze nude sui tabloid. Quale occasione migliore per il Sun di Rupert Murdoch per rafforzare il tradizionale endorsement per i Conservatori?
Ecco la famosa pagina 3 come è uscita stamattina. Poi non lamentatevi di Berlusconi.

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Giornali
20 aprile 2010
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Segui Il Post
Eccolo qui. È una cosa nuova, è il blog dei blog varato oggi da Luca Sofri, si chiama Il Post, hanno scritto (non Sofri) che si ispira all'ormai colossale Huffington Post (si possono solo fare gli auguri in questo senso). Vale la pena di stargli dietro un po'.
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Giornali
15 aprile 2010
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E ora dàgli all'intellettuale di destra
Una bella fortuna di questi tempi non essere intellettuali. Soprattutto non essere intellettuali di destra. Perché se la professione in sé è già squalificata, tentare di svolgerla a destra è addirittura pericoloso. Stufi del gioco al massacro contro il radical-chic e il culturame di sinistra, da quelle parti si passa all’esecuzione dei dotti di casa propria, sommersi dalla medesima valanga di stereotipi.
Innescato da Lucia Annunziata, specialista nel genere anti-intellettuale sinistro, il Giornale si scatena contro «i fighetti» del giro di Fini. E dopo aver accusato per mesi il capocorrente di alto tradimento, passa a infilzare l’ala pensante.
Non devono neanche aggiornare il vocabolario: i luoghi comuni sui bamba di sinistra vanno bene anche per i Campi, i Mellone, le Perine. «Sanno di caviale», vestono di cachemire, ascoltano Gaber e De André, amano Pannunzio, Ozpetek, Alan Ford e Kerouac, riscoprono Camus.
È il catalogo dei deviati interessi culturali confessati dal Secolo d’Italia o dalla fondazione finiana, e contro di essi viene scagliato il genuino popolo di destra, che naturalmente abita «i bar di periferia», ascolta Gipo Farassino (ma dai?), anima i blog (però, popolino tecnologico), si nutre di Drive In.
Leggere è un delitto, pensare un lusso, criticare un abominio. Chissà andare a teatro, o seguire il balletto. Il popolo non capirebbe.
Niente di nuovo si dirà. Siamo, banalmente, al rogo dei libri, alle invettive mussoliniane. Roba fascistoide rovesciata contro dei post-fascisti da raddrizzare. Peccato che per anni la destra si sia consumata nel complesso d’inferiorità verso l’egemonia culturale della sinistra: e ora che si affacciava qualche ambizione, la scure dell’ortodossia si abbatte sui reprobi. Drive In!
Sempre poi imitando i cliché altrui, prova di una sudditanza irrimediabile: come nella Russia di Stalin, la condanna del cachemire di destra è affidata dal Giornale a chi? A un intellettuale a sua volta, dotato di laurea e spezzoni di curriculum (sedicente liberale popperiano, dicono). Si sarà sentito per questo in odore di fronda, Vittorio Macioce: meglio farsi notare come ossequioso al bar di periferia, nel caso improbabile gli capitasse un giorno di entrarci.

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Giornali
23 febbraio 2010
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editoria tremonti pd
Giornali, vittoria a metà (ma vittoria)
La parola definitiva sarà detta solo oggi, dunque nulla può essere dato per certo. Tranne un dato politico importante: il governo ha dovuto dare ascolto alla pressione fortissima che gli è venuta dal senato (ordine del giorno approvato all’unanimità) e soprattutto dalla camera (345 firme raccolte in appena due giorni in tutti i gruppi), al fine di sanare lo strappo brutale del taglio ai fondi per l’editoria contenuto nella legge finanziaria.
Solo per questo – e per le proteste del sindacato e di alcune fra le testate colpite – i sottosegretari di Tremonti hanno dovuto ieri accettare di sedersi al tavolo di una complicata trattativa con le opposizioni. In un contesto politico più generale che va tenuto presente: non è più vero che il governo può fare in parlamento il bello e il cattivo tempo. La maggioranza spesso va sotto in aula, pochi giorni fa si è assistito alla clamorosa ritirata sul decreto Protezione civile. La minaccia del Pd di fare ostruzionismo contro il decreto Milleproroghe è risultata molto convincente e ha mutato il clima politico.
Dopo di che, vedremo oggi se ci sarà davvero una soluzione, e quale sarà. È importantissimo che sia stato accettato il ripristino del diritto soggettivo a usufruire delle provvidenze (visto che lo stato non riesce a essere puntuale coi pagamenti, è solo sulla base di quel diritto che le banche erogano gli anticipi). È grave che il governo intenda garantire questo diritto ancora solo per un anno. Ed è grave che la copertura finanziaria sia ottenuta non con risorse fresche, ma ridistribuendo quelle (già scarse) che ora sono a disposizione delle più varie aziende editoriali, per i motivi più vari.
Tutto in emergenza, dunque fatto male. Colpa di governi (non solo l’attuale) incapaci di quella riforma del sistema che dovrebbe colpire i furbi e stabilire regole trasparenti per l’impiego dei soldi dei contribuenti.
Se oggi la tagliola fatta scattare da Tremonti in dicembre verrà davvero riaperta, si tratterà di una soluzione molto provvisoria, e il parlamento col suo orgoglio ritrovato dovrà riappropriarsi anche della partita della riforma.

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Giornali
12 febbraio 2010
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Sette anni di Europa, e non vogliamo crisi
Ieri la redazione di Europa ha brindato. Era il suo settimo compleanno, e sette anni cominciano a essere una discreta età per un piccolo giornale politico. Vista la coincidenza, diciamo chiaramente che, come capita alle coppie solide, non avvertiamo alcuna crisi: Europa è una impresa piccola ma sana, che s’è conquistata passo passo uno spazio di credibilità e di ascolto. Forse non presso il grande pubblico, ma sicuramente nel circuito significativo del dibattito e del confronto politico.
C’è un senso in questa storia, direbbe il segretario del Pd. E siccome per conto nostro non viviamo alcuna crisi del settimo anno, francamente non vorremo che ci venisse imposta dal di fuori. Per questo che da giorni – anzi da mesi – siamo in prima fila nella battaglia per ripristinare il sacrosanto sostegno pubblico all’editoria politica, cooperativa, di partito. Una battaglia che fin qui ci ha visti traditi, delusi e sconfitti. Ma è tutt’altro che finita. 

Siamo convinti che, nonostante una certa distrazione, il concretissimo pericolo della chiusura di decine di giornali si imporrà nei prossimi giorni nel dibattito politico. Ora i grandi giornali non ne parlano (tranne ieri un articolo molto preciso su Repubblica) e tanto meno ne parlano i talk-show televisivi, come al solito presi da se stessi, dalle vicende sempre drammatiche che li avvolgono, dall’ego dei conduttori trasformati in eroi e martiri al primo stormir di fronde.
Ma qui non stiamo parlando di una pausa di qualche puntata per colpa di una assurda e burocratica par condicio. Qui stiamo parlando di imprese editoriali che si avviano alla chiusura o a fortissime ristrutturazioni entro poche settimane, causa chiusura dei rubinetti già avari degli anticipi bancari. Migliaia di giornalisti e di poligrafici. Persone e famiglie in carne e ossa. Colpite alle spalle da un ministro che per capriccio o per disegno ha deciso da un giorno all’altro di eliminare la certezza di un credito esigibile dallo stato, che è moneta sonante per qualsiasi impresa.
Ma la partita con Tremonti non è chiusa. Sono le sue parole, scolpite nella memoria, che la tengono aperta: ha riconosciuto, e con più di una persona, che il danno va riparato. Ha avuto già più di un’occasione di farlo, ma ha sempre tradito la parola data. Non ci si può fidare che, spontaneamente, la mantenga in futuro.
Dunque occorre costringere il governo, in qualche modo, a mantenere l’impegno che esso stesso ha preso e non rispetta.
Non praticando l’arte del ricatto e della minaccia, conosciamo solo due strade: riaprire la battaglia parlamentare e portare la questione al più alto livello possibile di conoscenza e di sensibilizzazione da parte dell’opinione pubblica. Ed è quello che faremo, non solo noi di Europa ma tutti i soggetti coinvolti.
Intanto a Montecitorio, nei prossimi giorni, confortati dalle dichiarazioni dei parlamentari di maggioranza e opposizione che si dicono determinati a riproporre quanto meno la proroga delle provvidenze per tutto il 2010. Poi nei rapporti delle autorità istituzionali: in questa storia si intrecciano un enorme problema occupazionale e una delicata questione di libertà civili. Ci sono istituzioni che di questi aspetti sono garanti, a nome dell’intera comunità nazionale.
Poi ci sarà da sostenere una battaglia di informazione. Non è casuale, il silenzio di tv e grandi media: loro non solo fanno la parte del leone nella ripartizione delle risorse pubblicitarie, ma affondano i denti – e con quale appetito – anche nelle sovvenzioni pubbliche. Visto che il totale di queste ultime si va riducendo, nessun grande gruppo editoriale si straccerà le vesti nel veder sparire qualche piccolo vicino. Salvo poi, i loro columnist, riempirsi la bocca di virtù del mercato e necessità della trasparenza. Che in Italia, si sa, è buona soprattutto se riguarda gli altri.

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Giornali
11 febbraio 2010
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A chi conviene chiudere questi giornali?
I grandi giornali non hanno dato peso alla cosa. Nulla su Corriere, Stampa e Giornale, una finestrella su Repubblica, qualche lancio d’agenzia ripubblicato sul Sole 24 Ore. Può darsi che la pensino come Giorgio Dell’Arti, che ieri mattina nella rassegna stampa di Radiotre commentava la prospettiva della chiusura di qualche decina di giornali politici, di partito, cooperativi dicendo sostanzialmente: pazienza, è la legge del mercato. Un mercato che, come sanno tutti Dell’Arti compreso, è assistito dalla mano pubblica anche per i grandi gruppi editoriali, anzi molto più per loro che per i giornali più piccoli.
Comunque, viva la sincerità di chi accoglie con favore la mandata a casa di qualche migliaio di persone, diverse centinaia di giornalisti, e la chiusura di testate come il manifesto o il Secolo d’Italia, per non parlar di noi.
Non crediamo che ci sia un pensiero così cinico, nelle scelte dei giornali che dedicano ampio spazio allo stop imposto dalla par condicio a Vespa e a Santoro, e pochissimo a questa carneficina editoriale. Diciamo che c’è distrazione, sottovalutazione del problema, atteggiamenti che verranno sicuramente corretti (e che comunque faremo di tutto per far correggere).
Una consapevolezza ampia del rischio è necessaria, affinché il governo cambi linea. Che poi non è neanche una vera e propria linea, come testimoniano i pochi (tutti leader politici importanti) che sono riusciti a parlare con Tremonti dell’argomento. Al ministro scoccia di dover concedere una proroga per finanziamenti che – per quanto di entità relativamente ridotta – finiscono anche nelle tasche di chi non li merita. Solo che non scarica questa frustrazione sui responsabili di questa situazione (cioè il governo di cui lui stesso fa parte, e i precedenti) bensì su tutti, compresi i regolari aventi diritto.
È un impasse dal quale sarebbe facile uscire, perché ormai il consenso intorno alla razionalizzazione del settore è unanime. Si tratta solo di metter da parte capricci, impuntature, rancori fra ministri. Se non accadesse, quello che finora è “solo” un grave incidente rischierebbe di divenire un caso politico di prima grandezza, sotto la dizione “repressione della libertà d’informazione”: a chi conviene?

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Giornali
10 febbraio 2010
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L'impegno tradito di Tremonti
Aveva scomodato perfino Antonio Gramsci, che nella sua tomba si sarà quanto meno stupito. Giulio Tremonti quella mattina del 9 dicembre, al telefono col presidente della camera e mentre quattro direttori di giornale erano all’ascolto, sembrava l’uomo più convinto della terra a proposito della necessità di sostenere con una mano pubblica l’editoria politica, di qualità, di idee, nelle insidie di un mercato ineguale.
Non dico che ci siamo fidati alla cieca, ma abbiamo creduto in un impegno assunto così vigorosamente. E il più convinto era Gianfranco Fini che per quell’incontro si era adoperato, al fine di riaprire la tagliola della Finanziaria scattata alla gola di un settore con quattromila lavoratori.
Ieri sera è scattata l’ultima ora perché l’impegno di Tremonti si tramutasse in un gesto concreto del governo, cioè nell’accettazione almeno della proroga delle provvidenze richiesta in parlamento sia dalla maggioranza che dall’opposizione. L’impegno alla fine è stato disatteso. Panico in decine di redazioni, impotenza dei senatori, protesta del sindacato.
Tutto questo perché? A quanto fanno sapere le fonti, per un conflitto di competenze fra Tremonti – ufficiale pagatore non contento di dover rifinanziare una giungla di testate non tutte con le carte in regola – e il sottosegretario Bonaiuti, titolare del settore, non pronto a sostenere il disboscamento della giungla e non disposto a cedere le proprie competenze.
È per questo che rischiamo di morire. Bonaiuti comunica che i finanziamenti continueranno, sia pure ridimensionati causa crisi economica, fino a risistemazione del settore. Fini fa sapere che si è ricordato di quella telefonata a Tremonti e allora ne ha fatta un’altra perché ha capito che ne va di mezzo la propria credibilità. A lui il ministro dice: «Rispetterò l’impegno». Poi però nel maxiemendamento, sul quale al senato è calato il macigno della fiducia, la proroga non c’è. Per dirne una, alla lobby dei produttori di tabacco Tremonti ha ceduto: sui giornali non cede, con buona pace di Fini.
Parole, parole. Impegni disattesi. Arbitrio. Ecco che cosa succede quando a un diritto in materia di libertà si sostituisce la discrezionalità di governo: che tutto finisce appeso ai capricci di questo o quello. Ma non ci faremo strozzare in silenzio. 

Ieri, nella giornata che potrebbe aprire la crisi definitiva di decine e decine di testate, la parte del leone l’ha fatta la polemica intorno al nuovo regolamento per le tribune elettorali approvato dal centrodestra e dai radicali nella Commissione di vigilanza Rai. Un regolamento assurdo, che ingessa l’informazione politica televisiva ed irrigidisce ed esalta proprio quella par condicio che Berlusconi ha tante volte deprecato.
Detto del nuovo regolamento per la Rai tutto il male possibile, fateci però dire che dal nostro punto di vista una giornata come quella di ieri aggiunge al danno la beffa.
Soffocati come siamo, noi della carta stampata, dal risucchio di risorse pubblicitarie a favore della tv, dobbiamo anche in questa occasione constatare che come scandalo, minaccia alle libertà, attentato alla Costituzione, vale più l’ipotetica sospensione per un mesetto di Vespa, Santoro e Floris, che non la chiusura definitiva di tanti giornali.
Chiaro, c’è una sproporzione di audience. Neanche mettendo insieme le vendite di Europa, Avvenire, manifesto, Secolo d’Italia, Opinione, Liberal, Liberazione e Unità – per citare a caso – si raggiungono gli spettatori di una sola puntata di Annozero. I politici lo sanno, il governo lo sa, i conduttori lo sanno, tutti lo sanno. E allora? È questa la misura della libertà d’informazione? L’audience?
Sarebbe come dire che l’attacco di Berlusconi a Repubblica – che spinse in piazza decine di migliaia di persone – sia più grave della minaccia di chiusura per il più piccolo dei giornali politici. Ezio Mauro per primo non lo penserebbe mai, come nessun suo collega direttore di grande giornale.
E come non lo penserebbero mai le loro grandi redazioni, che quando hanno aperto vertenze su contratti di lavoro molto importanti per loro (e magari meno tagliati su misura delle redazioni piccole o sulle cooperative), hanno sempre ricevuto solidarietà e sostegno dai colleghi dei giornali cosidetti minori.
Anche qui, volendo, c’è la beffa sopra al danno. La scure calata dal governo contro i giornali piccoli infatti diventa appena una leggera lima, quando si tratta di metter mano alle abbondanti sovvenzioni che raggiungono in via indiretta i grandi gruppi editoriali. 
Tutto questo, fuor d’ipocrisia, per dire che questa non è e non può essere una battaglia dei soli diretti interessati. Ci aspettiamo che i volti noti dell’informazione televisiva e i grandi giornali indipendenti si schierino con tutta la forza, come chiedono di fare agli altri quando nel mirino finiscono loro.
Forse non abbiamo molto tempo davanti per continuare a scrivere queste cose. Ma lo utilizzeremo tutto, e venderemo cara la pelle.

permalink | inviato da stefano menichini il 10/2/2010 alle 22:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Giornali
4 febbraio 2010
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La parola del ministro Tremonti
Prima abbiamo dato battaglia con ogni strumento, poi abbiamo aspettato, fiduciosi nella parola data. Con le nostre orecchie abbiamo ascoltato il ministro dell’economia garantire che le provvidenze per la stampa politica, di partito e cooperativa sarebbero state ripristinate dopo il brutale taglio operato dalla Finanziaria. E la sua parola sembrava tanto più forte in quanto accompagnata dall’espressione di un convincimento: queste voci di libertà devono assolutamente continuare a essere tutelate dalla comunità, oltre le logiche di mercato.
Non vogliamo ancora credere che Giulio Tremonti ci stesse prendendo in giro, quel giorno di dicembre mentre parlava attraverso il telefono del presidente della camera fattosi intermediario (e quindi testimone).
Ieri però al senato è arrivato, dal governo, il parere negativo sull’emendamento al decreto milleproroghe che avrebbe almeno fermato la corsa verso l’abisso di tanti giornali piccoli, piccolissimi, noti e meno noti, di ogni opinione politica.
L’emendamento, bipartisan, mirava a null’altro che a prorogare per il 2010 i trattamenti precedenti. Impegnando però il governo (secondo gli intendimenti espressi dallo stesso Tremonti, e ieri alla camera dal sottogretario Bonaiuti che ha la delega per l’editoria), a un riordino serio, trasparente, rigoroso del settore, per porre fine alla giungla vergognosa dei giornali finti che rapinano soldi veri.
La commissione bilancio di palazzo Madama ha tenuto duro (per l’impegno del democratico Lusi, piuttosto distratti i commissari di maggioranza) e il suo parere è stato alla fine favorevole. Rimane però, pesante, l’ostilità del governo, che se riproposta potrebbe far cadere il tentativo al momento del voto.
L’opposizione è motivata dalla mancanza di risorse. Potremmo, scherzando, proporre di spostare sull’editoria quelle che Marchionne non ritiene indispensabili per l’auto. Sarebbe un bel segnale. Ma come segnale basterebbe molto meno. Basterebbe che il ministro Tremonti fosse coerente con la foga con la quale – evocando perfino Gramsci – affermò che le idee non possono essere soffocate per mancanza di denaro.
permalink | inviato da stefano menichini il 4/2/2010 alle 23:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Giornali
12 gennaio 2010
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Polverini-Ugl, silenzio a sinistra
Sul fronte Polverini, che ci sta appassionando, le notizie sono due. Anzi tre. La prima è quella che Gianni Del Vecchio ha ripescato nella storia dell’Ugl, quando l’internazionale dei sindacati le chiuse la porta in faccia per i troppo evidenti pasticci nel tesseramento e per una connotazione ideologica ancora opaca (nel 2008!).
La seconda notizia è un brillante posizionamento della candidata su un tema che vedrà le Regioni al centro, cioè l’installazione delle centrali nucleari di Scajola. Alla rincorsa della politichetta più elusiva, la Polverini ha cincischiato a proposito di Montalto di Castro che insomma bisognerà vedere, dovranno esprimersi le comunità locali, certo lì rispetto agli anni ’70 è aumentata la popolazione... Insomma, zero idee e tanta furberia. Fossimo Feltri la chiameremmo paraculaggine, se non fosse che Feltri (vedasi scambio sul Giornale con un deputato forzista perplesso sullo scandalo tessere Ugl) ha deciso di rinunciare alla sua polemica anti-Polverini, in verità abbastanza sguaiata.
Il che ci introduce alla terza notizia sul caso della aspirante governatrice maga delle tessere. La notizia è che... non c’è notizia. Tranne Libero, in minima parte il Giornale (per motivi di competition interna) e il sito Dagospia, nessun quotidiano e nessun politico ritiene interessante andare a verificare il record della Polverini sindacalista. Soprattutto, niente sulla stampa di sinistra e centrosinistra, neanche una parola dai partiti.
Emma Bonino ha deciso per ora di non attaccare l’avversaria, e va bene. Così il suo partito le sta dietro, nonostante decenni di lotte contro il malcostume sindacale. Anche il Pd le sta dietro (però ieri Pier Luigi Bersani ci ha detto: «Basta gonfiare i meriti di questa Polverini», e vivaddio). E i giornali? Tutti zitti al Fatto, che pure parla e straparla sempre; zitti all’Unità, zitti al Riformista, zitti al manifesto, un titolo sabato su Repubblica per citare Europa. Stampa e Corriere neanche a parlarne, dal Messaggero di Caltagirone che vuoi aspettarti.
Signori, se questo silenzio è opera del lobbyista Claudio Velardi, spin doctor della candidata, onore al vecchio scugnizzo. Speriamo però che non ci sia dell’altro, a proposito di grandi inciuci.
permalink | inviato da stefano menichini il 12/1/2010 alle 23:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Giornali
30 dicembre 2009
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Con Piccolo
Al Foglio piace qualcuno che scrive sull'Unità. Sembra una stranezza, invece è una cosa normale. Anche a me piace per gli stessi motivi, perché siamo davvero in pochi a opporci all'opa travagliesca su questa povera sinistra in stato confusionale. Dopo di che, La separazione del maschio mi ha fatto un po' male e in Caos calmo mi sono identificato fin troppo. Insomma, in Francesco Piccolo ho trovato un simile, e non sono molti.
permalink | inviato da stefano menichini il 30/12/2009 alle 11:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2)


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