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Politica
7 settembre 2010
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berlusconi fini bossi pdl fli casini
Pdl: niente era, e niente ritornerà
Domenica Gianfranco Fini ha fatto un solo vero errore: quando si è detto vittima di una lapidazione islamica. Che è una metafora azzardata in queste ore, una di quelle figure retoriche di cui i politici abusano senza rendersi conto di quanto stridano con certe micidiali realtà. A parte l’improprio richiamo a Sakineh, il discorso di Mirabello è stato perfetto anche nella sua sostanziale ipocrisia, quella disponibilità a sostenere il governo da parte di chi – come diciamo da mesi – è il peggior nemico che Berlusconi abbia mai avuto, l’unico a questo punto platealmente determinato non solo a sconfiggerlo politicamente, ma a umiliarlo personalmente, a smontarne il carisma, a macchiarne l’immagine. Capita così, quando uno scontro fratricida non ha come posta in palio la prevalenza momentanea di uno schieramento sull’altro, ma la sostituzione di un leader e di un progetto all’interno del medesimo schieramento.
Chi per mesi predicava o prevedeva la riappacificazione non coglieva il punto essenziale: la destra di Berlusconi e quella di Fini non possono coesistere, non solo dentro lo stesso partito ma dentro la stessa scena politica.
I prossimi tempi saranno segnati da una lotta che avrà un solo sopravvissuto: una sola destra rimarrà in piedi, oltre alla Lega.
E quella che oggi ancora si chiama Pdl non parte favorita, per il motivo banale che non corrisponde ad alcun progetto che possa ormai essere realizzato.
Saranno sempre di più coloro che nel Pdl se ne renderanno conto, come Bossi e Tremonti e anche Giuliano Ferrara hanno già fatto. L’ultimo bastione di Berlusconi è il salvacondotto personale e la tutela dei beni. Non c’è Quirinale, non c’è riforma della Costituzione, non c’è apoteosi di alcun tipo all’orizzonte, e neppure l’obiettivo minimo di durare al governo (per continuare a chiamarlo così). Per qualsiasi disegno berlusconiano manca la forza parlamentare, verrebbe a mancare ulteriormente nel momento stesso in cui il presidente del consiglio annunciasse le dimissioni, non ne verrà mai a sufficienza da elezioni anticipate anche se le convocassero, ridicolmente, a dicembre.
Gli animal spirits della politica, dentro e intorno ai Palazzi, queste cose le annusano, le capiscono prima che gli eventi si consumino.
Al Pdl rimarrebbe una sola via di riscossa, talmente paradossale da risultare impraticabile: il passaggio di testimone. Cioè nel gesto che un Berlusconi che non fosse davvero Berlusconi avrebbe dovuto meditare e annunciare tanto tempo fa, quando aveva ancora intorno a sé l’intera Casa delle libertà, Casini compreso.
Quella sarebbe stata l’apoteosi, da lì sarebbe nato un centrodestra formidabile, quasi imbattibile, e la rivoluzione berlusconiana sarebbe diventata costituzione, cambiamento reale, storia.
Non è accaduto, non poteva accadere, non accadrà. Berlusconi non concepisce un dopo- Berlusconi, e chiunque dei suoi abbia meno di 70 anni sta ora considerando questo abisso davanti a sé.
Dal niente il Cavaliere ha creato la propria creatura, e nel niente la lascerà. 
permalink | inviato da stefano menichini il 7/9/2010 alle 17:42


Politica
4 settembre 2010
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blair labour brown miliband pd d'alema prodi
E ora tutti alla larga da Blair (e dalla stagione liberale)
C’era un tempo – lo ricordo personalmente – in cui i leader del riformismo italiano facevano letteralmente a gomitate per farsi ricevere da Tony Blair. Per entrare nelle liste degli ospiti dei seminari alla Chatam House. Per organizzare in Italia sontuosi convegni nelle località più appetite dalla upper class laburista. Un incontro a tu per tu con il premier era preda ambita e rara, non sempre gratificante: D’Alema e Rutelli masticarono amaro (non è difficile immaginarlo, per chi li conosca) quando in occasione di un meeting della Terza via a Londra (estate 2003) vennero rapidamente ricevuti in una stanza d’albergo, stretti nel programma fra una delegazione e un’altra, allegramente salutati «hallo boys» e poi trattati come fratelli minori ai quali spiegare i segreti del battere la destra sul suo terreno.
Sarà stato per il ricordo di questa alterigia posh, sarà stato per il sano opportunismo dei politici, o forse infine per convinzione, comunque non appena la stella di Blair cominciò ad appannarsi i viaggi della speranza oltre Manica si diradarono. Il micidiale unodue dell’Iraq e dell’esplosione della bolla finanziaria trasformarono l’età d’oro della Terza via, alla quale tutti avevano creduto, nell’errore catastrofico di uno solo. Nel tempo, Prodi e D’Alema sono stati i più espliciti e articolati, nel denunciare ex post i danni della presunta infatuazione liberista nella quale Blair e Clinton li avevano avvinti (anche se non hanno mai insistito troppo sull’altro passaggio cruciale dal quale sarebbe difficile dissociarsi, anche perché fu in definitiva un sucesso: la guerra a Milosevic).
Oggi quel presuntuoso egocentrico di inglese torna a tirare i piedi a chi andava a lezione da lui.
Certo, innanzi tutto alla gente del Labour, o del Next Labour come prudentemente dice David Miliband, sempre in bilico fra la rivendicazione del blairismo e una timorosa presa di distanza. Giustamente John Reid, insieme a tutta la stampa inglese più accorta, tira fuori dal libro di memorie di Blair uscito due giorni fa l’essenza politica: il rilancio cocciuto, insistito, argomentato, della filosofia di fondo della Terza via.
Contro tutto e ormai contro tutti (perfino contro il parere di Anthony Giddens, che coniò il termine), Blair torna sulla necessità di una sinistra che tenga lo Stato lontano dall’economia, che si metta dalla parte del ceto medio e di chi non mastica di politica, che non demonizzi le banche, che si adoperi per creare il migliore ambiente possibile per la crescita economica, per favorire il business, per stimolare lo spirito d’intrapresa e il coraggio degli individui invece di cercare sempre e solo di proteggerli.
Sono concetti che una volta andavano per la maggiore, nelle correnti riformiste del centrosinistra. Ora suonano eresia. E Blair lo sa, perché è così già sotto casa sua, nel suo Labour non più New, in una corsa per la successione alla leadership che comunque vada sposterà il partito più a sinistra.
È anche inevitabile che le cose vadano così. Le botte sono state dure. La lettura prevalente della sconfitta elettorale attribuisce la perdita di Downing street al terribile crollo di fiducia presso i ceti popolari (anche se poi, andando a guardare, il Labour socialmente ha perso dappertutto, e soprattutto né Cameron né tanto meno Clegg hanno sfondato da nessuna parte). Se la causa del laburismo liberale viene impugnata da uno come Blair, si capisce che non sia destinata a grande successo oltre Manica: Tony è più o meno un infrequentabile, con tutti i soldi che fa fra conferenze e promozioni finanziarie, col peccato originale dell’Iraq mai espiato (né, dalle memorie, pare intenzionato a espiare), col carico insostenibile della guerra fratricida con Brown che ha sconvolto il Labour, e dalla quale i giovani contendenti alla leadership devono tenersi alla larga (dopo averla per anni alimentata).
Il punto è che il fondatore del New Labour rifiuta la versione tribale del dualismo con Brown, attribuendo le proprie resistenze a cedere lo scettro solo al motivo politico: era convinto che i browniani avrebbero abbandonato la dottrina della svolta liberale. Esattamente ciò che sta accadendo, solo che lo fanno più o meno tutti i candidati a guidare il Next Labour, mentre Cameron e Clegg lavorano sulla scia delle liberalizzazioni e di una dottrina di “meno stato” che trova veloci esegeti anche in Italia: ministri del centrodestra come Sacconi, ma anche Rutelli sembra aver trovato nella strana coppia di Downing street un altro modello interessante da citare, molto prima che diano prova di sé.
Già, l’Italia.
Da qui, gossip, rivalità personali ed errori compiuti a Westminster possiamo guardarli con distaccata curiosità. Non l’enorme tema politico che ostinatamente Blair rilancia: è giusto che dalla storica crisi finanziaria del 2008 la sinistra abbia ricavato solo un alibi per tornare all’antico, cioè a statalismo e classismo, all’asse privilegiato coi sindacati, ad abbassare la guardia su legge e ordine, in un concetto solo a rientrare nell’alveo della sua tradizione tanto confortevole quanto perdente? Non è una domanda da respingere sommariamente solo perché la pone un infrequentabile come Tony Blair. Soprattutto considerando che tornare indietro sarebbe grave in un paese dove comunque la sinistra la propria rivoluzione liberale l’ha fatta, consumata e applicata (per tre mandati consecutivi) al governo; ma sarebbe folle in un paese come l’Italia nel quale la rivoluzione liberale è rimasto slogan vuoto, mai neanche tentato nelle politiche, del resto né dalla sinistra che dalla destra.
Qui si tornerebbe Old senza mai essere davvero New.
Non è un processo alle intenzioni, è un fenomeno in corso.
D’Alema, oggi chiamato a rivisitare la cultura politica della socialdemocrazia europea, parla spesso della necessità di emendarsi dalla sbandata liberista degli anni Novanta. Quella per intenderci, che lo induceva all’estasi davanti allo spettacolo dei giovani italiani in maniche di camicia che dai loro computer della City muovevano in un amen masse di capitali: allora erano il simbolo della nuova Italia progressista globalizzata, oggi sono tornati le pedine di un turbocapitalismo senza scrupoli.
La verità è che nel mondo la bolla s’è gonfiata e poi esplosa senza che nel frattempo in Italia cambiasse nulla dei suoi disastrosi fondamentali: corporativismo, mercato chiuso, credito impossibile, restrizioni all’imprenditoria dal basso, corruzione e incrostazione delle pubbliche amministrazioni, elefantiasi della politica, gerontocrazia in ogni ambito, iniquità fiscale.
Ci siamo salvati dal crack perché eravamo piccoli, con piccole banche e una piccola economia.
Ora che gli altri ripartono siamo sempre lì: piccoli, con tutta l’antica diffidenza verso chi rischia in proprio, chi cresce, e verso le conseguenze della crescita (quelle raccontate e bruscamente applicate da Marchionne).
A Torino, l’altroieri, D’Alema ha consigliato ai candidati alla guida del Labour di tenersi lontani dal memoriale-manifesto di Blair. Ha ragione. Anche il Pd, probabilmente, si terrà lontano da quel tipo di ostinazione liberale: l’ostinazione di un leader che ha fatto tanti errori ma ha conquistato e poi cambiato il proprio paese sfidando la prudenza e la conservazione.
I Blair di casa nostra non hanno mai sfidato nulla. In compenso hanno dimostrato che si possono fare lo stesso un sacco di errori.
permalink | inviato da stefano menichini il 4/9/2010 alle 9:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
1 settembre 2010
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Altro che benigni, a destra si scannano
Giorgio Napolitano è un grande capo dello stato. È anche un uomo spiritoso, al quale è bastato un «ecco...» per celebrare il de profundis della legge sulle intercettazioni telefoniche (scambio di frasi coi giornalisti: che fine ha fatto quella legge? è su un binario morto. ah, ecco). Tra l’altro, il sarcasmo è suonato  sinistro per il progetto di processo breve.
Può darsi invece che Napolitano non sia altrettanto infallibile come analista politico. O meglio, la sua osservazione sulla «evoluzione benigna» della situazione appare ottimista.
È chiaro che nei prossimi mesi si parlerà molto di economia, come auspica il presidente della repubblica. Ma nel centrodestra al governo non c’è traccia della lucidità e della determinazione necessarie a mettere l’Italia al passo con le economie occidentali (tutte di segno positivo), e a trovare soluzioni per riempire l’inquietante forbice fra la ripresa e l’occupazione: la prima avanza, sia pure lentamente, ma la seconda arretra.
Le opposizioni puntano a un autunno caldo, nel senso di forti campagne sui temi del lavoro, dei bisogni traditi delle famiglie, delle tasse che aumentano invece di diminuire. C’è poco da dire: questo è il terreno sul quale soprattutto il centrosinistra (ma segnali arrivano anche da Udc e finiani) vuole preparare il clima per la probabile primavera elettorale.
Berlusconi, il governo e la maggioranza si inchiodano invece a tutt’altro. E per loro scelta. Se dai giornali amici del premier dovevano arrivare segnali di distensione verso Fini, ecco invece una recrudescenza di insulti e appelli alla pulizia etnica. Col culmine comico della pasdaran Brambilla accusata di organizzare pullman di contestatori per il comizio finiano di Mirabello: se fosse vero, sarebbe la sua unica iniziativa concreta per incrementare il turismo.
Tutto si può prevedere per l’autunno, tranne che Berlusconi trovi tempo e testa per occuparsi di questioni come il profondo rosso del mercato dell’auto o la disoccupazione giovanile. L’unica «evoluzione benigna» da auspicare per l’Italia è l’accantonamento di questo ingombro che è diventato il presidente del consiglio.
permalink | inviato da stefano menichini il 1/9/2010 alle 23:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
31 agosto 2010
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Perché il Pd deve battersi per i collegi
Su un punto Bersani non transige, lo ha ripetuto duramente anche ieri, e ha ragione: nel Pd si discuterà sempre molto liberamente, ma è obbligatorio farlo nell’interesse comune di quella che lui chiama “la ditta”. 
Non c’è dubbio allora su dove sia l’interesse del Pd – in aggiunta all’interesse della democrazia italiana – nella discussione sulla legge elettorale. Guardando alla sua storia e alle sue caratteristiche, al meglio che il Pd sa dare in termini di classe dirigente, il partito di Bersani dovrebbe gettare tutto se stesso nella battaglia per il ritorno al sistema dei collegi uninominali, riaperta dall’appello (primi firmatari Ichino e Baldassarri) pubblicato anche da Europa.
Le possibilità che la legge elettorale possa cambiare prima della fine di questa legislatura sono poche ma ci sono (come spiega oggi Europa all’interno occupandosi della Lega).
Comunque, occorre battersi: su questa esigenza le opposizioni sono unite e non può esserci dubbio su dove penda l’opinione degli italiani, ai quali nel 2006 il centrodestra sottrasse in maniera brutale il potere di scegliere i propri rappresentanti (questo a proposito di chi  cambierebbe le leggi solo per alterare l’esito del voto, come blatera ogni giorno Bossi).
Si discuta allora sul modello, specchio del sistema politico al quale si vorrebbe arrivare. D’Alema torna a puntare sul sistema tedesco, che secondo lui avrebbe maggiore coerenza con la realtà italiana e il pregio di aprire varchi nel centrodestra.
La seconda cosa è da vedere, la prima rischia invece di essere un’analisi di corto respiro: l’opportunità di fare spazio a un terzo polo vale nella contingenza di liberarsi di Berlusconi (e forse neanche, vedasi ipotesi di ampia Alleanza per la Costituzione). Quando non ci sarà più Berlusconi, tornerà a essere fortemente desiderabile uno schema di alternanza fra un centrosinistra riformista e un centrodestra costituzionale, impegnati a sfidarsi città per città, collegio per collegio, in un confronto sulle capacità dei singoli candidati nel quale – per di più – l’Ulivo ha sempre avuto un vantaggio, addirittura scientificamente rilevabile.
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Politica
28 agosto 2010
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Due o tre cosa da capire su questo Nuovo Ulivo
La geometria delle coalizioni prospettata da Bersani dovrebbe essere sufficientemente chiara, ma già si affollano i complicatori delle cose semplici. Per esempio a proposito della leadership: siccome rimaniamo convinti che lo scenario delle elezioni in primavera sia il più probabile, la domanda che dovrebbe prevalere su tutte non è intorno a chi guiderà quello che potremmo chiamare il “cerchio interno” della geometria bersaniana (altrimenti noto in queste ore come Nuovo Ulivo), bensì sulla personalità in grado di rappresentare quella varietà di forze provvisoriamente chiamata Alleanza per la democrazia. Insomma il cerchio più ampio, il novello arco costituzionale, il transitorio patto simil-Cln fra tutti coloro che vorrebbero dopodomani contendersi il governo del paese senza Berlusconi.
Sarà infatti quest’uomo, o donna, presumibilmente non di sinistra, forse neanche di centrosinistra, probabilmente partiticamente non connotata, a dover reggere su di sé il peso dello scontro diretto col Cavaliere ferito.
Il discorso sul Nuovo Ulivo è importante, ma da impostare diversamente.
Il capocordata potrà certamente essere scelto con le primarie e il Pd dovrà battersi perché sia uno dei suoi: al momento attuale, per via più naturale, Bersani medesimo. Ma qui c’è fin d’ora da recuperare molto tempo perduto nella definizione del carattere innovativo di questo centrosinistra: un lavoro che non è stato fatto, nella convinzione che ce ne sarebbe stato il modo fino al termine naturale della legislatura. Si può capire ora la prontezza a salire sul carro da parte dei cespugli che furono la vera condanna dell’Unione prodiana (altro che Pd e Veltroni), e va apprezzata la vivacità vendoliana. Entro un mese (conferenza programmatica dem) Bersani dovrà però far capire a tutti costoro che se l’emergenza antiberlusconiana unisce senza discriminazioni, il nocciolo politico dell’alleanza è invece fatto di gente che l’Italia la vuole cambiare, non conservare così com’è. Anche sui terreni più scivolosi: nuove regole sul lavoro, pluralità sui temi biopolitici, rottura dei monopoli compresi quelli pubblici locali. Fin qui abbiamo capito come potrebbe essere la geometria delle coalizioni. L’aritmetica dei voti verrà per ultima. In mezzo c’è la parte tosta del programma, e siamo indietro con i compiti.
permalink | inviato da stefano menichini il 28/8/2010 alle 18:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
27 agosto 2010
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Almeno la strategia dem è chiara
Il campo delle forze prende forma, in una giornata segnata da due eventi importanti per la politica e da un terzo – il discorso di Marchionne a Rimini – che per quanto possa essere discutibile richiama con grande efficacia la gravità della crisi italiana. Il senso dell’emergenza che si avverte nel sistema politico diventa acutissimo, se ad esso si giustappone l’appello dell’amministratore delegato della Fiat: il mondo cambia di corsa mentre gli italiani rimangono fermi a guardare.
In realtà, la scena politica non è immobile. Non ci stancheremo mai di scrivere che la rottura nel centrodestra è irrimediabile. Appena poche ore dopo l’esito attendista del summit Berlusconi-Bossi, deflagra la bomba della convocazione ad personam dei finiani davanti ai commissari politici del Pdl, per rispondere delle proprie posizioni individuali: la separazione sarà durissima, altro che ricomposizione.
Questo primo fatto politico di giornata è la conferma di un processo irreversibile di articolazione del centrodestra in due tronconi, uno berlusconiano e uno “costituzionale”.
Il secondo fatto politico si collega a questo: la precisazione della strategia del Pd di Bersani offre un’ipotesi di fuoriuscita dalla crisi che, la si trovi più o meno convincente e vincente, comunque obbliga tutti gli altri a prendere posizione. Come hanno fatto subito Berlusconi e, con qualche ambiguità, Casini. La proposta di Bersani su Repubblica sorvola (inevitabilmente, per ora) su alcuni dettagli che sono invece essenziali. Ma se non altro ha il pregio della chiarezza. Vediamola.

La premessa è che l’ultimo scontro elettorale con Berlusconi non sarà uguale ai molti che l’hanno preceduto, “normali” conte fra centrosinistra e centrodestra. Un po’ perché il clima politico è degenerato, ma soprattutto perché la prossima volta fuori dal centrosinistra ci saranno altre forze determinate a chiudere la stagione dell’attacco alla Costituzione e all’equilibrio fra poteri dello stato.
Questa è (qualcuno dirà: finalmente) una sensibile correzione della linea con la quale Bersani è diventato segretario del Pd. Che come si ricorderà si riassumeva nella formula, tentata in alcune elezioni regionali, del nuovo centrosinistra allargato all’Udc.
La correzione è più importante di come appaia, perché ha implicazioni strategiche (che possono inquietare qualcuno nel Pd). Si riconosce che fuori dal berlusconismo sta nascendo un nuovo centrodestra, del quale Casini e Fini sono soci fondatori e col quale – superata l’emergenza, ovvero uscito di scena con la forza Berlusconi – toccherà confrontarsi da avversari, in un bipolarismo più sano.
Su questo punto Bersani la pensa sostanzialmente come il Veltroni di martedì scorso: la nostra candidatura a governare, limpidamente, da posizione democratiche e di centrosinistra, è rinviata a quando la lotta di liberazione dal Cavaliere sarà stata vinta.
È davvero lo schema Cln, in definitiva. E infatti ieri Casini apprezzava Bersani: soprattutto per il fatto di essere tenuto fuori, finalmente, da qualcosa che non lo riguarda, cioè la riorganizzazione del centrosinistra.
Fin qui tutto semplice, si fa per dire. Il “nuovo centrosinistra” si ridimensiona: la sua area torna a essere quella tradizionale (non a caso Bersani riesuma l’Ulivo: anche come simbolo elettorale?). Che non tornino anche i tradizionali problemi che già condannarono Prodi, questo è tutto da dimostrare. Nella logica bersaniana infatti il Nuovo Ulivo è un cartello di sigle (già entusiasti i Verdi, Rifondazione appare interessata) e la sua solidità riformista – per quanto il segretario Pd sia garanzia del contrario – già vacilla un po’: siamo pericolosamente vicini allo schema Pd più cespugli, come ai tempi dei Ds.
La vera grande incognita è nella formula matematica che possa rendere vincente la somma fra Nuovo Ulivo e centrodestra antiberlusconiano. Stante l’attuale legge elettorale, Bersani deve contemplare l’ipotesi di «un patto vero e proprio»: il Cln che si fa lista. Veramente arduo da immaginare.
Più forte appare la sua subordinata («forme di convergenza» fra due minicoalizioni distinte, sulla difesa delle regole e della Costituzione), soprattutto se abbinata al riferimento alle «energie esterne ai partiti».
Ecco, in questa espressione bersaniana c’è la chiave di tutto, il fattore che rimane incognito (perché non può essere che così, adesso) e potrebbe rivelarsi risolutivo, come anticipava Europa martedì: l’affidamento a una personalità attualmente fuori dalla politica della leadership di questa ampia e transitoria Alleanza per la democrazia.
permalink | inviato da stefano menichini il 27/8/2010 alle 18:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
26 agosto 2010
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berlusconi bossi fini pdl lega
Il ritorno del tirare a campare
Altro che tigri di carta, come diceva il presidente Mao. E chissà dove ha messo lo spadone con cui battezza i cavalieri celtici, il Bossi che esce dal summit con Berlusconi: più doroteo dei dorotei, il capo leghista comunica che «si va avanti così». Che «per adesso non si fa nulla ». Che elezioni «non se ne parla». E che nessuno sarà chiamato in soccorso della maggioranza, perché l’ex tonitruante presidente del consiglio preferisce provare a ricucire, a rimediare, a recuperare, magari a ricomprare qualcuno dei parlamentari che hanno abbandonato il Pdl.
I capi della destra sono così: un giorno rodomonti, il giorno dopo con la coda fra le gambe.
Un giorno minacciano sfracelli elettorali, il giorno dopo rifanno i conti e decidono che alle urne si rischia troppo.
Soprattutto, in quel paradiso dell’amore che era il centrodestra nessuno si fida più dell’amico fraterno. Berlusconi vede nemici dappertutto: non fa in tempo a riabilitare Casini che già Tremonti gli appare come un nuovo congiurato, e le elezioni anticipate il peggiore degli agguati. La logica politica si smarrisce nei meandri dei calcoli, delle paure e delle passioni di un Pdl che in pubblico s’è dato opinion leader come Santanchè e Stracquadanio, ma nella sostanza si affida agli adagi della Prima repubblica: finché la barca va… Alla fine, tante complicazioni si riassumono in un concetto banale: nessuno di coloro, a cominciare da Casini e Fini, che si sono imbarcati nella missione di far cadere Berlusconi può più permettersi di fermarsi, né tanto meno di tornare indietro. E siccome non hanno fretta, il loro ideale è proprio il “tirare a campare” uscito come linea berlusconiana dal summit di ieri.
Del resto, a parte la fondazione di Forza Italia e il predellino (cioè forzature fatte in casa propria), Berlusconi non ha mai una sola volta compiuto un autentico azzardo politico.
Al di là della mitologia sul Cavaliere coraggioso, la verità è che l’uomo non ama il rischio se non è sicuro di vincere facile. Non diciamo un codardo, ma insomma.
Quanto a Bossi, che ieri ha accettato di fare melina, può essere scambiato per un leader invincibile solo da una sinistra che abbia paura della propria ombra.
permalink | inviato da stefano menichini il 26/8/2010 alle 18:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
25 agosto 2010
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Il momento del Pd è dopodomani, purtroppo
Il problema e il limite dell’ultimo appello politico di Walter Veltroni sono tutti nella prima frase della sua lettera al Corriere. «Scrivo agli italiani...» non è solo un incipit di incorreggibile retorica. È una ambiziosa dichiarazione d’intenti che invece mette a nudo una debolezza: ci si rivolge agli italiani con una prosa da presidenziali americane in un momento in cui la politica è paralizzata dalla inamovibilità di Berlusconi, nessuno si erge come suo competitore dichiarato, agli elettori delusi dalla destra non si offre alcuna alternativa credibile e i partiti – tutti, Pd compreso – cercano solo di non rimanere ingolfati nelle manovre da loro stessi tentate.
Veltroni è altamente apprezzabile per la coerenza con la quale non si rassegna alla logica della manovra, del ribaltone o dell’ammucchiata in nome dell’emergenza. Rilancia la linea rigorosamente bipolarista del “suo” Pd, appena corretta da una logica più inclusiva verso la sinistra vendoliana.
Questa non è più la linea dei democratici (a cominciare da Bersani e Franceschini), che appaiono proiettati verso la difficile costruzione di nuovi archi costituzionali. Ma non sarebbe neanche questo il problema principale.
Il problema è che Veltroni salta a piè pari il tema più grosso e attuale – come liberare l’Italia dal tappo berlusconiano – collocando la propria riflessione, la propria proposta innovatrice e sanamente anti-conservatrice, e in definitiva anche le proprie ambizioni personali, in un dopodomani nel quale ci piacerebbe vivere (e magari, perché no, farci governare da Veltroni) ma che non ci pare tanto a portata di mano.
Tutti sanno che, se fosse stato possibile immaginare che il centrodestra sarebbe collassato entro pochi mesi, Veltroni non si sarebbe dimesso da segretario nel febbraio 2009. Chissà quante volte s’è mangiato le mani, per quella scelta che ora rivendica con orgoglio.
Ma quel catastrofico errore non nacque solo da una personale vulnerabilità rispetto alle ostilità interne. In quel preciso momento, le logiche di partito prevalevano rispetto al messaggio da rivolgere all’intero paese. Da allora, il Pd nel suo insieme ha smesso di presentarsi agli italiani come l’alternativa globale a Berlusconi: s’è rassegnato al dominio del Cavaliere, a contrastarlo con un’onesta e a tratti efficace opposizione, e a percorrere la lunga tortuosa strada di alleanze che non si sono mai perfezionate.
Così oggi, quando la crisi del berlusconismo deflagra nella politica e nella società, non esiste più il soggetto politico che, per l’assoluta originalità della sua offerta e del suo profilo, avrebbe potuto guardare negli occhi gli elettori delusi del Pdl e dire loro: ci avete creduto, avevate le vostre ragioni per farlo, ora siete senza patria, noi ve ne offriamo una diversa da tutte le altre del passato.
È oggi, non dopodomani, che sarebbe servito il Pd di Veltroni. Un Pd capace di dire ad alta voce ciò che tutti gli italiani indistintamente pensano, e che la sinistra non sa più articolare: in Italia c’è ben poco da conservare.
Fra tanti meriti, Bersani ha proprio questo grave difetto: trasmette troppo spesso l’idea di voler conservare, più che di voler cambiare. Qualche volta addirittura l’idea di voler restaurare: per esempio, restaurare il sistema istituzionale e politico precedente alla rivoluzione bipolare.
Ma mettere in contrapposizione Veltroni con Bersani e Franceschini, come pure si farà, non ha più molto senso. Entrambe le linee, in questo momento, confessano in sostanza la stessa aporia democrat: non siamo noi adesso a poter sconfiggere Berlusconi.
Veltroni supera l’aporia collocando il bipolarismo come piace a lui in un futuro nel quale il centrodestra sarà stato finalmente depurato da Berlusconi (a opera di chi? Fini, Casini, Tremonti, pensateci voi). Bersani invece si fa carico dell’emergenza antiberlusconiana di qui e di ora, ma in sostanza arriva alla stessa conclusione: l’Alleanza costituzionale può farcela se ce la fanno, appunto, Fini, Casini, forse Tremonti.
Sarebbe ingiusto dare addosso alle leadership democratiche per questo loro grosso limite. Per quanto stiano certo meglio della destra, hanno davanti a sé problemi difficili: una crisi di governo che non era nelle loro agende, tempi più stretti di quelli che si erano dati per ridare al Pd competitività, la prospettiva di elezioni anticipate che cercheranno di scongiurare. Ma l’incapacità di raccogliere il frutto della crisi di Berlusconi ha radici e cause antiche.
Nessuno può chiamarsi fuori, a cominciare dalle varie altre sinistre, egoiste e (almeno in passato) irresponsabili. Non si salva neppure Romano Prodi, per l’ennesima volta coinvolto suo malgrado nella bagarre quotidiana. Lui, l’uomo che ha battuto Berlusconi, retrospettivamente ci appare curiosamente simile al suo storico avversario: capace di vincere le elezioni, ma non di costruire un futuro stabile per la propria coalizione e di spezzare il muro di incomunicabilità fra le due Italie.
Tutti i leader democratici che abbiamo conosciuto nel recente passato – da D’Alema a Veltroni, da Rutelli a Fassino a Franceschini – a un certo punto del proprio percorso hanno guardato oltre i recinti di casa propria e hanno provato a «scrivere agli italiani» come Veltroni ricomincia oggi a fare.
Non si sono espressi bene, non sono stati coerenti, non sono stati capiti: importa poco ormai, perché comunque la realtà è che l’esito della partita in corso non dipende da loro, come confermano implacabili tutti i sondaggi possibili.
Dunque nessuno di loro passerà alla storia per aver liberato l’Italia da Berlusconi. Pazienza. Per fortuna ci sarà davvero molto da fare nel paese, e per tutti, quando questo evento sovrannaturale si sarà verificato.
permalink | inviato da stefano menichini il 25/8/2010 alle 18:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
24 agosto 2010
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Alleanza per la Costituzione? Ci vuole un leader
Suona assurda, la proposta avanzata dal Fli di un nuovo governo a guida berlusconiana e a maggioranza allargata a Udc, rutelliani e perfino “democratici delusi”. Infatti è assurda, anzi provocatoria: conferma la volontà di Fini di tenere Berlusconi insabbiato in una crisi iper-politicista che ne logori ulteriormente il carisma. «Un film», così Cicchitto definisce la proposta: avrebbe ragione, se non fosse anche lui attore in film altrettanto inverosimili come Dureremo cinque anni oppure Possiamo fare le riforme da soli.
Nella provocazione di Bocchino c’è anche un segnale più sottile: per la prima volta i finiani riconoscono di far parte di una nuova area di centro-centrodestra intenzionata a giocare in quanto tale la partita della crisi oggi, e quella delle elezioni domani.
Per quanto assurdo sia quest’ultimo parto della fantasia dei politici, bisogna però riconoscere che neanche quelli che l’hanno preceduto appaiono fulminanti. Compresa la più recente formula di coalizione elettorale proposta da Dario Franceschini e condivisa a quanto pare da tutto il gruppo dirigente del Pd: l’Alleanza costituzionale.
Intendiamoci, l’idea ha una sostanza. Sui giornali ne leggerete come di un’ammucchiata, un guazzabuglio, un minestrone immangiabile. Ma alla fine la contesa elettorale ha una sua semplicità, riduce chiacchiere e velleità al grado zero (soprattutto con il sistema vigente): chi vuole liberarsi di Berlusconi, nei prossimi quattro- otto mesi dovrà confrontarsi con la necessità di unire le forze. E ormai il fronte di chi, esplicitamente o meno, considera la sconfitta di Berlusconi un ineludibile fattore di sblocco spazia da Vendola a Montezemolo, da Di Pietro a Casini, da Bersani a Fini, a Rutelli, forse anche alla Cei.
Giusto quindi misurarsi col problema e provare a dare alla soluzione un nome adeguato alla funzione: l’alleanza trasversale di tutti coloro che difendono la Costituzione, il sistema di regole e di poteri che Berlusconi alla fine non ha minimamente intaccato ope legis ma tenta ogni giorno di aggirare e violentare. Il fatto però che la proposta di Franceschini sia subito stata respinta dai giri vendoliani e dipietristi, e lasciata a bagnomaria da centristi e finiani, dimostra che ha un lato debole.
Non basta dare all’ammucchiata una funzione storico-politica, perché risulti meno ammucchiata. Questa identità, per quanto emergenziale e provvisoria, deve nei tempi moderni legarsi a una leadership, a un volto, a una personalità che immediatamente riconduca, per autorevolezza e curriculum, all’impegno nel quale si riconoscono forze così diverse.
Questa volta, davvero, la sopravvivenza politica di Berlusconi non dipende solo dal suo talento. Lo avvertiamo a pelle tutti: se appena ci fosse un’alternativa, un’altra leadership da opporgli, stavolta neanche i miracoli lo salverebbero.
Si dirà che è banale e riduttivo ma, credete, alla fine la domanda che conta è una sola. E non appena scatterà il count-down elettorale dovrà avere una risposta rapida: esiste questo leader? Chi è?
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Politica
21 agosto 2010
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bersani belpietro libero pd
Bersani tace? Meglio così
È ripreso il tormentone delle vacanze di Bersani, uno dei giochi preferiti dei giornali d’ogni tendenza. Libero di Belpietro ha appena fatto trascorrere Ferragosto, e subito prova a fare del sarcasmo sul desaparecido segretario del Pd. Colpevole di che cosa? Di essere irrintracciabile nelle pregevoli cronache politiche di queste settimane (argomenti prevalenti: case all’estero, figlie di politici seminude, terrazze con vista panoramica, pericolosità del Palio di Siena, caduta massi presso la barca di Schifani, bikini della Prestigiacomo).
In effetti, è vero, Bersani non ha ritenuto di intervenire su nessuno dei suddetti argomenti, né sulla diatriba fra La Russa e Sgarbi a proposito dei loro incontri privati con la Tulliani. Fatto grave. Assenza sospetta per il segretario del primo partito dell’opposizione.
Se Belpietro avesse veramente a cuore le sorti del centrodestra, dovrebbe casomai suggerire ai suoi amici del Pdl di fare proprio come Bersani: la loro presenza assidua sulle pagine dei giornali agostani, considerando i casini che hanno combinato, è stata a dir poco controproducente per la causa (se non forse per quella delle vendite di Libero, ma si capirà che questo argomento non stia a cuore a tutti).
Del resto, capitò proprio a noi – tempo di primarie – di suggerire al neosegretario di centellinare le uscite a mezzo stampa, distinguendosi dai suoi predecessori.
Neanche Einstein aveva una cosa intelligente da dire ogni giorno, e noialtri giornalisti siamo gli unici pagati per inventarci stupidaggini quotidiane. Ma sono parole che pesano meno dei fogli sui quali sono scritte e un leader politico dovrebbe avere un diverso senso di sé e del proprio lavoro.
Detto questo, neanche se Bersani avesse presidiato il palazzo del Nazareno a mezzogiorno di Ferragosto si sarebbe risolto il problema della marginalità del Pd dalla vicenda politica in atto. Fino a ora la linea democratica si riassume nel motto “stiamo alla finestra”, o anche “aspettiamo che cada la mela”: che obiettivamente non è un granché, Bersani assente o presente.
Ma questo è un tema troppo serio per discuterlo con quegli spiritosi di Libero. Aspettiamo che torna Bersani, va bene?
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Politica
20 agosto 2010
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berlusconi feltri boffo fini
Il fattore F. che rovinerà Berlusconi
C’è un problema grande come una casa, a destra, che sta rovinando Berlusconi? Sì, c’è. E in effetti comincia per F. Ma non F come Fini, bensì F come Feltri.
Lo andiamo scrivendo da mesi, almeno dal caso Boffo se non prima. Ora dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti. La credibilità del Pdl precipita per un complesso di fattori, tutti legati alla necessità di difendere politici mediocri accomunati solo dalla loro fedeltà canina al Cavaliere.
Il direttore del Giornale non è un politico, non è un mediocre e non è ottusamente fedele al proprio editore. È peggio. Si sente più forte di lui, più in sintonia col popolo di destra e più libero di perseguire quella linea di rottura politica e istituzionale che in effetti – a ben guardare – Berlusconi declama, con successo elettorale, ma non pratica mai fino in fondo.
Già tentato molte volte in passato, ieri s’è ripetuto l’affondo diffamatorio contro Napolitano.
Stavolta con l’arma considerata più vile: l’utilizzo delle parole di uno scomparso, nel caso Francesco Cossiga. L’incidente, con la replica sprezzante del Quirinale, arriva nel momento peggiore per Berlusconi, quando tutti hanno capito che nei suoi calcoli politici il centrodestra è subordinato agli orientamenti che vorrà prendere la presidenza della repubblica.
Per quanto politicamente primitivo e imprudente, Feltri si considera la vera anima della destra votata a rompere gli schemi.
Non deve risponderne ad alcuna autorità e ad alcun elettore: non succede solo a sinistra, dunque, che ci siano giornali che pretendono di dettare la linea a partiti indeboliti.
In più, particolare non secondario, Feltri combatte fino all’ultima copia in un mercato duramente concorrenziale e in crisi, quello dei quotidiani: e qui, come dimostra lo speculare fenomeno del Fatto, la fortuna editoriale arride in questo momento a chi la spara più grossa e più cattiva. Evidentemente una buona parte dei lettori di destra e di sinistra questo vuole trovare in edicola: campagne e denunce rabbiose contro gli avversari politici e contro gli alleati troppo teneri.
L’unico problema è che, scatenato su questa via senza ritorno, Feltri inanella topiche giornalistiche, scelte politiche dissennate e dannose per la destra (come l’ultima, appunto, quella di ieri), tentativi di sputtanamento che si ribaltano se non su di lui, sicuramente sull’immagine già fangosa del suo editore.
Come Europa aveva facilmente pronosticato, l’aggressione a Fini non ha prodotto alcun effetto politico e si esaurisce in un irrigidimento delle posizioni dei suoi sostenitori: l’opposto di quanto sarebbe convenuto a Berlusconi.
Per un po’, in questa aggressione Feltri s’è tirato dietro (per deviate logiche di concorrenza) Libero e il Fatto, esercitando perfino un ricatto esplicito sul Corriere. Ora è rimasto solo, con le sue ultime cartucce, i suoi ultimi confusi testimoni, a scrivere improbabili appelli pubblici “ai finiani”.
Non si farà smontare dal fallimento, Feltri. Magari chiederà scusa, come ha già dovuto fare con Boffo, poi cercherà nuove vittime per il suo giornalismo cannibale. Ma la sua vittima più grande, l’unico politico che sarà veramente rovinato dal feltrismo, è proprio l’unico che il Giornale non attaccherà mai: l’editore.
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Politica
14 agosto 2010
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È così che immaginavamo la sua fine
Sfogliamo il Giornale di Feltri e abbiamo una folgorazione.
Non è forse proprio così che ci aspettavamo la fine di Berlusconi? Non ce lo siamo detti migliaia di volte, che non ci avrebbe lasciati senza prima scatenare il finimondo? Non lo sapevamo da sempre, che quando avesse esaurito le armi della politica avrebbe adoperato qualsiasi altro strumento contundente?
Se la salvezza del Pdl è messa nelle mani di Feltri e di Belpietro, di Previti e del suo avvocato, e dei dossier veri o fasulli che questo circuito produce e pubblica, allora il messaggio di Berlusconi al paese non può essere più chiaro: sul piano politico ho perduto , passo ad altre forme di lotta.
Naturalmente non sarà questo che dirà il premier, quando domani terrà la conferenza stampa ferragostana affiancato dai volti rassicuranti di Maroni e di Alfano.
Ma mai come stavolta la sua lingua sarà biforcuta: le paginate del Giornale sono sicuramente più schiette a proposito delle sue reali intenzioni e del suo effettivo umore.
Dunque è questo che sta succedendo: spiegatelo per favore a coloro che per sudditanza o subalternità continuano a vedere un Berlusconi con tutti gli assi in mano. I suoi somigliano a quelli che secondo Formica erano nella manica del penultimo Craxi assediato dalle procure: carte mediocri, che non fermarono l’assalto di Di Pietro perché tutto intorno al pm s’era creato un ambiente favorevole.
Questo è esattamente l’effetto, forse non calcolato, che le ritorsioni berlusconiane contro Fini stanno suscitando a diversi livelli di opinione pubblica. Non ci spiegheremmo altrimenti Montezemolo, Marcegaglia, la media e piccola produzione, la Cei, la correzione di rotta del Corriere negli ultimi due giorni, i commenti di grandi media internazionali (ignorati in Italia).
Non ci facciamo illusioni e conosciamo l’obiezione: poteri forti ma senza elettorato.
Obiezione accolta, ma ricordiamoci che non siamo ancora alla precipitazione elettorale.
Ciò che conterà in autunno – e definirà campo e rapporti di forze della contesa elettorale – saranno ancora la manovra politica e il clima nel paese.
Sta crescendo a vista d’occhio il grande e trasversale partito di chi, in un modo o nell’altro, vuole chiudere la stagione di Berlusconi.
Cresce anche perché constata l’incapacità del Cavaliere di trovare e indicare soluzioni politiche. Cresce, infine, perché in tanti vogliono sottrarre se stessi e l’Italia alla terrificante minaccia di terra bruciata messa in atto dai berlusconiani più scatenati.
Da ieri questo partito del buonsenso, informe ma sempre più determinato, sa di avere un punto di riferimento importante.
Napolitano ha dato voce all’ansia di chi vuole soluzioni politiche e non massacri a colpi di dossier. Ha ricevuto in cambio il solito trattamento stalinista alla Stracquadanio: vuol dire che ha colpito nel segno.
Non sappiamo e non vogliamo dire se anche dal Colle si stia scrutando l’orizzonte del dopo-Berlusconi. Quel che è certo è che da lassù non lasceranno che a manovrare la crisi siano il presidente del consiglio e i suoi fabbricatori di dossier.
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Politica
13 agosto 2010
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Montezemolo, apparente paradosso per il Pd
Il Pd, almeno ai suoi vertici, ha ormai assimilato l’idea che il suo prossimo candidato al governo – sia per l’improbabile esecutivo di transizione, sia per un governo battezzato dal voto degli italiani – non sarà un democratico. Il Foglio lo chiama autolesionismo, per altri è una dura esigenza alla quale rassegnarsi in nome dell’emergenza.
Per Europa, tanto per chiarire il punto di vista, vanno bene sia l’emergenza che la rassegnazione, basta essere onesti e chiamare le cose con il loro nome: era qui che si voleva portare il Pd, per sfiducia forse giustificata nei suoi mezzi e nelle sue potenzialità, e qui lo si è portato. A un ridimensionamento deliberato.
Chiaro che adesso vincere diventa perfino più importante di quanto lo fosse per Veltroni: allora ci si poteva illudere che su una sconfitta onorevole (come fu) si potesse costruire un autonomo progetto di rivincita; una eventuale malaugurata sconfitta elettorale per di più successiva a una cessione di leadership sarebbe preludio solo di ripiegamento definitivo e di inevitabili rotture.
Ma non saltiamo i passaggi. Ora siamo all’antivigilia di qualsiasi scelta. L’idea che si va affermando ai vertici del Pd è quella di offrire a Casini la guida di una larghissima coalizione nel caso di un’eventuale campagna elettorale anticipata.
Questo è da molto tempo il pensiero di D’Alema, non è detto che Bersani lo condivida del tutto. Anzi, siamo quasi sicuri che il segretario, dovendo sacrificare la leadership propria e del Pd, preferirebbe farlo a favore di qualcuno che non sia segretario di un altro partito, meglio ancora che non sia proprio in politica.
In fondo sarebbe la logica conseguenza del generale riconoscimento di un’emergenza, di fronte alla quale tutti i partiti rinunciano a qualcosa. Film già visto, si dirà, e stridente contraddizione con la rivendicazione tipicamente dalemiana e bersaniana del primato e dell’autonomia della politica. Ma anche soluzione più presentabile al corpo del partito.
Ieri, rimanendo silenzioso e al proprio posto il Governatore Draghi, s’è fatto sentire l’altro eterno candidato al ruolo di leader apolitico e apartitico. E sono bastate poche frasi incisive pubblicate sul sito di Italia Futura perché la destra ricominciasse a trattare Luca di Montezemolo come il capo in pectore della coalizione avversaria.
In effetti il sito montezemoliano, sempre stato corrosivo verso limiti ed errori della politica e dei partiti in generale, ieri ha precisato il tiro e ha sparato diretto contro il governo e contro Berlusconi, accusato di essere inefficace e di accampare scuse per il proprio fallimento. Gli argomenti di Montezemolo sono validi anche presso il vasto pubblico, ed è noto il suo progressivo distacco, volente o nolente, dalla galassia degli affari Fiat. Il carisma elettorale è una enorme incognita, ma il personaggio e il posizionamento appaiono ideali al fine di intercettare la grandissima delusione suscitata da Berlusconi nell’universo produttivo piccolo, medio e grande. E il riaprirsi della grande paura economica sembra attagliarsi al personaggio.
Detto questo, rimarrebbe il solito paradosso di un Pd che, dopo essersi spostatosi a sinistra, candidasse al governo l’ex capo degli industriali. Un paradosso già meno clamoroso per chi conosce storia e cultura del Pci.
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Politica
12 agosto 2010
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Tre ostacoli per Casini premier
Dunque, l’idea sarebbe quella del governo-Cln con Casini leader. Europa ha verificato che questa è l’idea che si va affermando ai vertici del Pd, dunque prendiamola per buona. Prendiamola sul serio, se non altro, anche perché proviene da D’Alema, cioè da colui che in questi mesi ha sempre anticipato di un paio di giorni le uscite di politica generale di Bersani: insomma, non un passante qualsiasi.
Va da sé che il Pd non era nato per spingere una personalità come Casini a palazzo Chigi, e che non era questa la promessa fatta da Bersani ai tempi delle primarie. Ma come Europa ha scritto molte volte, già a quei tempi e soprattutto a cavallo dell’addio di Rutelli, un simile esito sarebbe in realtà coerente con il ridimensionamento delle ambizioni, inevitabile per un Pd più “di sinistra”.
Non basterà però la generosità democratica perché una così vasta alleanza elettorale prenda davvero corpo nei pochi mesi che ci separano dalle elezioni. Sono necessarie almeno altre tre condizioni, oltre all’accettazione da parte del Pd del ruolo gregario che i Ds ricoprivano (sacramentando) ai tempi di Prodi.
Intanto, c’è appunto Casini. Vorrà accettare l’offerta, se e quando arriverà?
È vero che il Cln lo chiamò in ballo per primo proprio lui (primi di dicembre 2009), ma da allora molte cose sono cambiate. La secessione finiana, soprattutto, ha reso l’eventuale operazione più difficile, anche se teoricamente più forte elettoralmente. A questo punto, infatti, per Casini è essenziale che i finiani siano con lui dovunque e in qualsiasi schema. Non solo per ovvi motivi di forze esigue da mettere insieme, ma soprattutto perché i due ex alleati del Cavaliere giocano la medesima partita strategica, la leadership del centrodestra deberlusconizzato: per non compromettere tutto, nessuno dei due può farsi passare per complice della sinistra. Solo una dichiarazione congiunta sull’esplodere di un’emergenza democratica e repubblicana autorizzerebbe entrambi alla capriola di un fronte col centrosinistra, con tutti i dubbi del caso sulla reazione del loro elettorato moderato e di destra. Dunque Fini è essenziale: chi vuole Casini leader, deve pensarla in questi termini. Che vuol dire offrire molto, in cambio di questa liberazione da Berlusconi.
La seconda condizione, vitale per il Pd, è che nessuno si stacchi a sinistra. E qui dalle capriole passiamo ai salti mortali, perché invece i dioscuri provenienti dal Polo delle libertà potrebbero chiedere – Casini già l’ha fatto – proprio di scaricare pezzi di centrosinistra, di offrire ai propri elettori incerti almeno la testa di Di Pietro. Nessun democratico dentro di sé piangerebbe a vedere l’ex pm decapitato, ma politicamente la cosa è impensabile: i flussi di voti in uscita dal Pd diventerebbero fiumi, in ogni direzione.
Vendola è, come sanno i ben informati, molto più digeribile per tutti. La sua testa è salva, la sua missione storica è resuscitare e ricondurre in parlamento (anche qui a scapito elettorale del Pd, ma pazienza) un tipo di sinistra che sembrava morta per sempre. Che ce la possa fare grazie al traino di un ex missino e di un ex forlaniano sembrerà assurdo, ma di assurdità nella Seconda repubblica se ne sono viste tante. E a sinistra sono abituati da quindi anni a baciare i rospi dell’emergenza antiberlusconiana.
La terza condizione riguarda i meccanismi elettorali. Sì, certo, anche la legge elettorale nazionale, però occorre riconoscere che modificarla contro la rabbia del Pdl sembra davvero arduo. No, la condizione vera riguarda i meccanismi elettorali di preselezione del candidato premier.
Casini, va da sé, vuol dire rinuncia alle primarie (ce lo vedete che si sottopone a un duello, per dire, con Vendola davanti agli elettori di sinistra? Solo i professori e i sognatori possono immaginare certi scenari), e vuol dire rinuncia alla priorità statutaria che il Pd deve dare al proprio segretario.
La seconda cosa non è difficile, Bersani sarebbe il primo a proporla. Invece la prima rinuncia, in aggiunta a tanti altri strappi, capriole e salti mortali politici, logici e ideologici, andrà “venduta” bene alla base democratica. La contropartita per un simile snaturamento del progetto originario, il voltare le spalle al ricordo dei milioni in fila ai gazebo nel nome di una leadership dell’Udc, dovrà essere alta. Sì, certo, c’è in ballo la liberazione da Berlusconi. Il quale, con la tattica della terra bruciata di questi giorni, rischia di rendere molto più facili per tutti le scelte ardue che abbiamo elencato.
Del resto anche nel Cln, visto che questo è il precedente che si cita, toccò di fare tanti sacrifici politici, alleandosi perfino con pezzi del vecchio regime. Si sa come andò a finire quella vicenda per le sinistre. Però, per chiudere con ottimismo, c’è da dire che nessuno poi se n’è mai pentito davvero.
permalink | inviato da stefano menichini il 12/8/2010 alle 17:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
7 agosto 2010
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Pd, non stare appeso agli altri
Quattro improbabili punti programmatici per una ancora più improbabile trattativa con Fini. L’ordine di scuderia di far sapere in giro che tanti finiani sarebbero pronti a rien trare. Il massaggio ai fianchi da parte dei giornali di famiglia ai danni del presidente della camera. Infine, ultima novità, un improvviso allarme dei mercati sui destini dell’Italia.
Accanto al Berlusconi numero uno che si dichiara pronto a sfracelli elettorali, c’è un Berlusconi due tutt’altro che sparato verso le elezioni. Lo stesso presidente del consiglio indeciso a tutto che già conoscemmo nella fase declinante della legislatura 2001-2006. Non sono estranei a tanta esitazione i forti dubbi sull’esito elettorale e la consapevolezza di avere sotto di sè un partito che dopo la scissione finiana sta sicuramente peggio e non meglio di prima.
Logica ed elettori vorrebbero che il Pd lavorasse su queste esitazioni per accelerare la crisi di Berlusconi. Fino a ieri la principale preoccupazione dei democratici sembrava quella di prendere tempo. Bersani con il suo appello ha cercato di correggere questa impressione, anche perché Vendola e Chiamparino, che candidandosi sbaglieranno pure, mostrano di avere maggiore senso dell’urgenza. Il Pd di Veltroni, che aveva tanti difetti, ebbe almeno il merito di obbligare tutti gli altri – destra, centro e sinistra – a ridefinirsi e a ricollocarsi. Sarebbe grave se se il Pd di adesso, senza essere più vincente di quello di allora, rimanesse appeso alle iniziative, le scelte, le strategie degli altri attori politici.
permalink | inviato da stefano menichini il 7/8/2010 alle 17:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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