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Diario
17 agosto 2010
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berlusconi feltri lega bossi fini
E alla fine a destra rimarrà solo la Lega
Berlusconi, trascinato e interpretato dai più estremisti e avventati dei suoi seguaci, ha puntualmente commesso l’errore più grave che un presidente del consiglio sulla soglia di una crisi di governo possa commettere: s’è messo gravemente contro il capo dello stato. La ragione è sempre quella, l’incapacità di concepire e di gestire un sistema di poteri indipendenti gli uni dagli altri. Il luogo è il medesimo: le deliranti pagine del Giornale di Feltri, sicuramente l’uomo che perderà Berlusconi sopravvivendogli felice e arricchito. Infine, anche la conseguenza è sempre la stessa: la forza del populismo berlusconiano si insabbia in una debolezza politica e istituzionale che sconfina con l’impotenza.
Bossi non fa più errori di questo tipo. Mostrandosi più abile del suo alleato, è da anni che si tiene alla larga da polemiche dirette col Quirinale. Eppure guida un partito che ha ancora nel proprio statuto la più anticostituzionale ed eversiva delle ragioni sociali: la divisione del paese.
Il diverso spessore politico e la maggiore abilità del leader leghista sono altri due mattoni che vanno a consolidare un’impressione che Europa ha maturato da tempo: nel crepuscolo berlusconiano ci sono tutti i segni dell’affermarsi della Lega come il grande contenitore che al Centro Nord assorbirà il grosso dell’eredità elettorale del Pdl. È un fenomeno già in atto. Bossi è sostanzialmente fermo sulla scena politica. Ponte di Legno non è stato certo un raduno di massa, come non lo fu Pontida due mesi fa. Ai milioni di padani pronti a scendere in piazza per difendere il governo non crede neanche la trota. A livello di governo, i leghisti non si aspettano nulla più di quanto hanno già incassato. Eppure, flussi elettorali imponenti escono dal Pdl al Nord, si soffermano nell’incertezza e nell’astensione e infine si orientano in massima parte sulla Lega. Non più nel tradizionale ruolo di voto di parcheggio, ma come destinazione stabile.
È un tema che dovrebbe interessare tutti, a cominciare dai berlusconiani: ce ne sarà pure qualcuno che, anche solo per motivi anagrafici, si interroghi sul destino proprio e del centrodestra oltre Berlusconi. Nell’apparente velleità delle sue mosse, almeno Fini si è preparato un futuro non da militante o satellite del Carroccio.
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Diario
20 luglio 2010
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Intercettazioni, conseguenze di una sconfitta
Il Quirinale è prudente, non concede alcun via libera né fa trapelare particolare soddisfazione. Forse sul Colle non sono sicuri dell’esito finale della vicenda. O non si fidano di un Berlusconi palesemente deluso e insoddisfatto. Certamente non vogliono accreditare l’idea di aver operato da cabina di regia per le colombe e i frenatori. Ma un fatto è certo: sulla legge sulle intercettazioni telefoniche Napolitano potrebbe aver piazzato un colpo magistrale nella strategia di contenimento anti-Berlusconi.
Uno dopo l’altro, nelle ultime settimane, sono caduti i capisaldi di una legge che pareva destinata a troncare drasticamente sia l’attività di intercettazione che la libertà per l’opinione pubblica di conoscere i contenuti delle indagini. Ieri l’ultimo atto di resa, con l’emendamento governativo che sostanzialmente introduce una sorta di pubblicazione “ufficiale”, autorizzata da giudici e avvocati: più o meno l’opposto dell’impostazione originaria della legge.
I più sinceri sono coloro nel centrodestra che, avendo creduto nella battaglia impegnata dal governo, dichiarano ora di inchinarsi solo per disciplina. Ed è sincero Berlusconi, quando dice che la legge così com’è è inutile, dal suo punto di vista. L’esito odierno somiglia a una via d’uscita – non sapremmo dire quanto onorevole – rispetto al rischio di un fallimento più grave.
Può anche finir peggio per il centrodestra. Perché gli squilli di tromba sulla certezza di una approvazione entro l’estate si vanno spegnendo, di rinvio in rinvio. Partirà la discussione alla camera ma pare impossibile che si concluda prima dell’a fuga verso le spiagge: l’opposizione di Pd e Idv è ancora dura, ci sono altre trappole da far saltare, la legge così non va ancora bene.
La battuta d’arresto comunque c’è già, e non sarà priva di conseguenze. Sancita la maggiore forza del Quirinale rispetto al governo. Regalata a Fini un’altra vittoria. Umiliati di nuovo i falchi del Pdl, per non dire dei suoi leader parlamentari. Costretta la Lega a un’inutile battaglia per lei imbarazzante.
Infine, offerta alle opposizioni l’occasione di un successo in difesa di un principio fondamentale.
Successo che, si spera, il Pd saprà spendersi bene presso il proprio esigente elettorato.

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Diario
15 giugno 2010
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irlanda U2 cameron
La storia di oggi è questa
David Cameron ha presentato la relazione sul Bloody Sunday. C'è da rabbrividire.
Come ascoltando Bono.

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14 giugno 2010
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guccini
Auguri Francesco
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11 giugno 2010
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Come on England
Ok, forse tanti non condivideranno. Per motivi calcistici, o per antimilitarismo. Ma questo è vero tifo: il video-messaggio dall'Afghanistan per «l'uomo più importante d'Inghilterra», come ha detto David Cameron. Fabio Capello. Quando l'hanno visto, i calciatori si sono commossi. E ti credo.


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Diario
7 giugno 2010
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bersani pd labour miliband obama alemanno
Pd, la rivincita sarà local
Dopo essersi molto coperto con la abusata scusa dei debiti ereditati dagli altri, adesso Gianni Alemanno comincia a pagare i debiti direttamente contratti da lui. E da Renata Polverini, bisogna aggiungere, perché l’aumento secco delle tariffe dei taxi a Roma è un impegno preso con la più accanita delle corporazioni amiche proprio alla vigilia delle elezioni regionali, e in funzione di esse. Chiusi in un parcheggio sotterraneo, il sindaco, la candidata e i capi dei tassisti romani rinnovarono sulla pelle dei cittadini il proprio patto. Oggi Alemanno deve onorarlo. Con quale impatto sulla mobilità romana (già disastrata da dissennate politiche di apertura al traffico privato) è facile immaginare.
«All politics is local», diceva il vecchio democratico americano Tip O’Neill. L’esempio di Roma – una delle capitali della crisi del Pd, dopo esserne stata la culla – è utile per capire quanto potrebbe essere facile ricostruire dal basso la rivincita sulla destra. Il governo Pdl di Roma e del Lazio è già allo sfascio: troppo scarso il suo ceto politico. Una sola manifestazione dell’opposizione davanti al Campidoglio è stata subito un successo. Eppure il Pd, come partito, non riesce a ritrovare fiducia in se stesso, tanto meno a suscitarne in una città più disillusa di quanto proverbialmente sia. 

Le cronache delle ultime discussioni sugli organigrammi democratici locali (ripetiamo, qui Roma è presa solo come sempio, ci sono sparsi in Italia casi anche più deprimenti) confermano l’impressione di un partito molto chiuso in se stesso, ossessionato dalle proprie dinamiche interne attuali o anche remote. Un partito che in attesa di ricostruire le proprie catene di comando interne sta concedendo troppo tempo e troppo spazio a una destra in evidente crisi di ossigeno.
C’è un nesso, fra questa situazione, moltiplicata per tante situazioni locali, e la linea nazionale del Pd. Qui dovrebbe ormai essere chiaro che ci sono alcuni possibili strumenti di rivincita su Berlusconi che non funzionano. Il primo è scommettere sulla rottura interna del centrodestra: che c’è, e potrebbe anche condurre prima o poi a una autentica crisi politica e magari di governo, ma senza che il centrosinistra ne possa raccogliere il frutto. Per parafrasare Bersani, più facile che la mela Berlusconi cada in un altro cesto di destra, che in quello del segretario democratico.
Non funziona poi l’idea del “grande centrosinistra”: anche se il Pd fa finta di niente, la sommatoria di tutti gli oppositori di Berlusconi appare adesso ancora più improbabile e indesiderabile della fu Unione. Ed è tutto dire.
Infine dovrebbe essere definitivamente chiaro dove conduce la scorciatoia dell’opposizione mediatica (sia detto nel giorno dell’ennesima sceneggiata santoriana): da nessuna parte. Audience e consenso elettorale, semmai qualcuno avesse pensato il contrario, sono due concetti perfino in contraddizione fra loro.
Eccoci allora tornati in città. «All polics is local», appunto. In fondo il Bersani delle primarie l’aveva anche promesso, con tutti quei discorsi sul ritorno al territorio. Che però si riduce, alla fine, al tentativo di resuscitare nei circoli del Pd lo spirito delle antiche sezioni di partito. Impresa meritoria, ma destinata a risultati modestissimi, come già si vede.
Nei paesi anglosassoni, che hanno certo una struttura sociale diversa dalla nostra, la politica locale (progressista e non solo) cerca di rivitalizzarsi del community organising: in Italia la chiameremmo militanza nel sociale, ripartire dall’esperienza e dalla domanda individuale del singolo simpatizzante, per aggregare intorno a lui una comunità di suoi simili. E questo è il partito, non un suo braccio o una sua struttura collaterale, associativa o sindacale. Su queste communities Obama ha edificato la sua macchina di consensi. Come leggete oggi su Europa dal racconto di Lazzaro Pietragnoli, da qui riparte David Miliband, cioè l’erede più promettente del blairismo in rottura secca col New Labour verticista e accentratore degli spin doctors. Bizzarro, per partiti ai quali si guardava una volta dall’Italia col senso di superiorità di chi ha una larga base militante permanente: non provano a recuperarla, provano a reinventarla. Dovremmo essere bravi a inventare anche qui.
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Diario
4 giugno 2010
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Flotilla Choir, e la frittata è fatta
Questo è il video prodotto da un gruppo di giornalisti e tecnici israeliani (la capofila è Caroline Glick, editorialista del Jerusalem Post) per ironizzare sulle pretese pacifiste della Freedom Flotilla. Intorno al video c'è stato un incidente diplomatico, perché una volta prodotto è stato rilanciato nel mondo da una malaccorta email dell'ufficio stampa del ministero degli esteri israeliano.
Si può discutere all'infinito sul gusto o il cattivo gusto dell'iniziativa, visto che in sostanza alcuni di coloro che vengono presi per i fondelli sono morti, uccisi dagli stessi israeliani. Mi fa uno strano effetto di straniamento accostare questo tipo di reazione alle parole scritte sul Corriere da Alessandro Piperno tre giorni fa: il video (nonostante il suo tono ironico, o forse proprio per questo) mi fa pensare che Piperno abbia davvero ragione, che ci sia una disperazione profonda in quel popolo accerchiato che si sente condannato alla sparizione.
Soprattutto però il video mi fa pensare a un'altra cosa. Qualcosa che c'entra con le vignette su Maometto, con i film di Theo Van Gogh, più terra terra con una maglietta di Calderoli. In un'età remota si sono combattute guerre ultradecennali per un Libro, per delle Tavole affisse sul portone di una chiesa, nel nome di Comandamenti.
Le distruzioni prossime venture verranno per questo: per un film, una vignetta, una satira, una presa per il culo messa su YouTube, un commento postato su Twitter, un gruppo di Facebook, una mail spedita per errore.
Insomma, tutto sarà più facile, rapido. Leggero.


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Diario
21 aprile 2010
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cameron
La gallina e l'uovo, tutto per David
Sarà pure conservatore, però la battuta gli è venuta bene. David Cameron l'altro ieri era stato affrontato da un contestatore vestito da enorme pollo. Oggi durante un incontro con gli studenti di una Università in Cornovaglia è stato colpito alle spalle dall'uovo lanciato da un altro antipatizzante.
David non se l'è presa, anzi ne ha tratto una lezione di vita: «Ora so che viene prima la gallina e poi l'uovo».
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Diario
20 aprile 2010
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iphone apple
iPhone 4 (sempre che sia lui)
Non so se lo restituiranno come ha chiesto Cupertino. Non so se vera la storia della scatola smarrita in un bar, e non so neanche se invece sia partita la più originale campagna di promozione della storia (già ricca) di Apple. Comunque qui dicono tutto sull'iPhone di quarta generazione, che pare segnare molti cambiamenti rispetto alle prime tre.
E questo qui sotto è uno dei video di prova.

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Diario
16 marzo 2010
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Visto dall'alto
Visto da quassù, tutto è relativo. Perfino Berlusconi, Innocenzi e i giudici di Trani.

saslong da montepana
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17 febbraio 2010
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Onore al compagno soldato Ismailov


Aveva 93 anni, si chiamava Abdulkhakim Ismailov e risiedeva nella provincia meridionale del Dagestan. Osservo un minuto di silenzio per la morte del soldato dell'Armata rossa che issò la bandiera dell'Urss sul Reichstag di Berlino.
Non m'importa che la foto (di Evgenij Chaldej) fosse una messa in scena organizzata in realtà tre giorni dopo la presa della capitale del nazismo; so bene quanto sia stata terribile la "liberazione" di Berlino per centinaia di migliaia di donne tedesche; e non mi dilungo sugli orrori del regime staliniano, precedenti, contemporanei e successivi a questo momento eroico.
Rimane il fatto che io ci sono cresciuto, con questa immagine in testa, che per me rimane il simbolo della possibilità di sconfiggere i mostri generati dalla morte della ragione.
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Diario
26 gennaio 2010
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Haiti, che cosa rimane dentro
Dal blog di Caritas Internationalis, ecco il commiato di Michelle da Port-au-Prince e dalla sua gente.
È emblematico del rapporto che lega tanti professionisti dell'emergenza come lei – donne e uomini che partono di corsa, arrivano nei modi più incredibili, danno tutto, vanno via e si preparano a ripartire per qualche altro luogo sfortunato - alle persone in carne e ossa che incontrano in quegli angoli disastrati del mondo. Un rapporto fra chi chiede tutto e chi può dare sempre troppo poco. Un rapporto che, nonostante sia appunto provvisorio per definizione, cambia le persone dentro, e in qualche modo rimane indelebile.
Quanto a me, come si potrà capire, questo post segna soprattutto la fine di una certa ansia...

Haiti, time to go

By Michelle Hough, Caritas Communications Officer – Saturday

Caritas is going to take part in the rebuilding of Haiti. It’s going to invest in helping people have homes, healthcare and jobs. Now, Port-au-Prince looks as though it’s dropped off the edge of the earth and has smashed into a million pieces, but one day, not soon by any means, Port-au-Prince will be a new city, with jobs and opportunities. The people who sing in the street every night to comfort each other and to give an outlet to their grief will one day be singing from joy.

I’m leaving for Santa Domingo tomorrow, so I won’t see the next steps in the earthquake relief programme. In some ways I’m relieved. I’ve been working 14 straight days without a break and just need to stop now. But in other ways, despite the difficulties and absolute horror out there on the streets every day, I’ve started to feel a bond with the Port-au-Prince and the brave Haitians. I have to go now, but one day I hope to come back to a different Haiti.
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Diario
25 gennaio 2010
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Haiti, chi fa e chi straparla
Qui c'è il più recente post di Michelle da Port-au-Prince, sul blog di Caritas Internationalis. Parla dell'acqua che non c'è e che arriva, dentro enormi bizzarri contenitori gonfiabili. Non lo linko solo perché Michelle è la mia fidanzata e ad Haiti sta facendo un lavoro enorme, ma perché prendo lei come simbolo di tanti altri che ieri sono stati assurdamente offesi dal nostro capo della Protezione civile.
Guido Bertolaso ha fatto una cosa che credevo impossibile, e che da lui mi sorprende anche. È volato ad Haiti una decina abbondante di giorni dopo il terremoto, ha girato per Port-au-Prince qualche oretta, sempre seguito da un codazzo di telecamere e fotoreporter, poi si è messo davanti a queste stesse telecamere e ha denunciato «i soccorsi patetici». Di più, se l'è presa con quelli che sono andati a Port-au-Prince solo «per apparire in tv». E l'ha detto... in tv!
Trovo vergognoso che proprio un uomo d'esperienza come Bertolaso possa aver offeso in modo così volgare e superficiale le migliaia di volontari che dalla prima ora sono accorsi ad Haiti per dare una mano, in ogni modo possibile. E che non colga l'enorme differenza fra un terremoto devastante in un paese poverissimo, con oltre centomila persone sotto le macerie e nessuna infrastruttura funzionante, e il certo tragico sisma abruzzese: alcuni centri storici distrutti, tante persone morte e ferite, ma al centro del settimo paese più ricco del mondo. Non di uno degli ultimi dieci più poveri.
Poi la questione ha preso coloriture politiche, con gli americani che protestano (le accuse di Bertolaso erano soprattutto contro di loro e contro l'Onu) e il governo italiano che prende le distanze dal suo esuberante sottosegretario. Ma questo mi interessa molto meno.
Bertolaso è una persona di valore, temo che sia andato un po' fuori equilibrio per i molti successi che gli sono stati riconosciuti. Una ridimensionata non gli farà male. Io sto con Michelle, con i suoi colleghi di Caritas e con tutte quelle brave persone - americani compresi - che stanno cercando di superare i mostruosi ostacoli, e di darsi un coordinamento che perfino Bertolaso avrebbe trovato difficile in un paese che non è il suo, senza Berlusconi alle spalle e senza la scuola della Finanza di Coppito a disposizione.
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Diario
22 gennaio 2010
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Diario di una aid worker
Dal sito di Caritas Internationalis ecco l'ultimo post di Michelle. Venti ore tra Port-au-Prince e Leogane, un'esperienza che può essere esaltante ma anche dura e perfino deludente, ma colpisce per un dato anche sorprendente: la normalità che rapidamente si impadronisce anche delle situazioni più estreme. Nella giornata di una soccorritrice, dall'alba scaricando un aereo alla sera a cena con i peacekeepers argentini e il loro chili, passando per i momenti difficili del contatto con chi non ha più nulla: momenti che sono straordinari per comunque ma contengono il sole da cui proteggersi, la simpatia degli sconosciuti, la leggerezza con la quale ormai si accolgono le ininterrotte scosse telluriche...
È un fenomeno che conoscono bene figure professionali come i giornalisti inviati, i militari, i medici, tutti coloro obbligati per qualche motivo a calare la propria umanità "normale" dentro situazioni totalmente anormali.
permalink | inviato da stefano menichini il 22/1/2010 alle 10:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
20 gennaio 2010
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Dall'Aquila a Port au Prince
La terra ha tremato ancora forte a Port-au-Prince pochi istanti fa, me lo ha annunciato con un sms Michelle. Sesto grado, confermano le agenzie (quello devastante era del settimo). Lei è all'aeroporto per aiutare a scaricare un aereo della Caritas tedesca, per poi portare aiuti nel paese di Leogane, diventato famoso in questi giorni.
Ieri ero rimasto colpito dal paragone fatto da Berlusconi fra la rapidità dei soccorsi e della ricostruzione all'Aquila, e il disastro del mancato coordinamento ad Haiti. Bella forza. Curioso però che nelle stesse ore, ignara di ciò, Michelle scrivesse nel blog di Caritas Internationalis il post che segue. Almeno lei si è ricordata della differenza fra Haiti e uno dei dieci paesi più ricchi del mondo.

Haiti, one day a new beginning

By Michelle Hough, Caritas Communications Officer, Port-au-Prince, Tuesday

Bbc Radio Ulster interviewed me this morning and asked how this compared to other disasters I’d been to.  The only earthquake I’ve worked on was the one in L’Aquila, Italy last year. When  I arrived on Easter Sunday, five days after the earthquake, the whole city was covered in blue tents where people were sleeping. People were receiving food and water wasn’t a problem.  In Haiti they are sleeping in the streets and doctors are performing amputations without anesthetic.

L’Aquila is in one of the world’s richest countries, Haiti is the poorest country in the Western Hemisphere. Port-au-Prince is a far cry from the hills of Abruzzo. Even before the earthquake, Haiti had massive problems due to poverty, inequality and a basic lack of development.

Now large parts of Port-au-Prince – a city of three million people – have crumbled. I interviewed the president of Caritas Haiti, Bishop Pierre Dumas, last night and he said: “All of the symbols that join us together: the cathedral, the president’s palace, ministries, the schools, religious communities and many more places are in ruins.”

People in L’Aquila suffered enormously because of the earthquake. When I visited six months afterwards, some people were still in tents, some still in hotels miles from the town. But lots of earthquake-proof flats had already been rebuilt. Having said that, people’s lives were still upside down and they were still dealing with the trauma of the disaster and the loss of their loved ones.

As I travel through the streets of Port-au-Prince where house after house has collapsed and pass by damaged schools which still probably have the bodies of children inside, I wonder how such a poor country will be able to undertake such an enormous rebuilding project.

That’s without even thinking about how people are going to manage to live and work. When I went to a food distribution on Sunday one man I was chatting to said: “I was a teacher, but all the schools have collapsed. What am I going to do to earn a living now?”

At the moment aid has started arriving and countries are promising large donations to help Haitians. This will help them eat, it will help save lives and it will help give them shelter. But what will their lives be like in a year’s time? How much will we have forgotten about the emergency? How much long term aid and development will really be invested in people’s lives?

Bishop Dumas, who lost his niece and brother-in-law in the earthquake, sees the earthquake as an opportunity to rebuild Haiti.

“Now we have to build again to be able to live together. We have to do it in a way that prejudice and discrimination are done away with and in a way that engenders trust. It must be done in a way that gives rise to solidarity and an open spirit,” he said.

For the tens of thousands of people who have died and the millions are suffering, let’s hope that solidarity comes from far and wide for a long time to come.
permalink | inviato da stefano menichini il 20/1/2010 alle 12:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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