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Magica
12 marzo 2009
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Risveglio giallorosso
Tra ieri sera e stamattina ho cercato di specchiarmi in mio figlio, che in altre occasioni s'è dimostrato una specie di quintessenza del tifoso romanista: passionale, stizzoso, puzzone, antisportivo, settario, insomma la gente che amo.
Ebbene non l'ho mai visto così sereno davanti a una sconfitta così drammatica. Ha capito da sé (appena cominciati i calci di rigore, perché fino al 120' era un fascio di nervi) che la Roma aveva fatto quello che poteva nelle circostanze date, e s'era battuta bene - con tanti giocatori malconci di gambe o di testa - contro una squadra fortissima e in perfetta forma.
Deluso e orgoglioso dunque. Va bene così. Sarà perché a undici anni ha tutta la vita davanti per vedere arrivare la coppa con le orecchie (i miei tempi cominciano ad accorciarsi). Sarà perché quel giorno all'Olimpico venticinque anni fa lui non c'era, e non può capire il senso di una rivincita che non arriva mai. Comunque prendo esempio e mi sento come lui. Al massimo dovremo pensare se è il caso che la sua sciarpa continui a essere quella mia appunto di venticinque anni fa, o non sia arrivato il momento di appenderla al muro.
Da adesso abbiamo deciso che si tifa Barcellona e Messi, e Dio stramaledica gli inglesi. A proposito, che cos'ha detto Mourinho ieri sera? Mi sa che stavolta ha proprio ragione.
permalink | inviato da stefano menichini il 12/3/2009 alle 8:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6)


Politica
3 marzo 2009
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No, al Pd non serve un Mourinho
Per prima cosa, l’hanno invocato come salvatore del Pd. Il che, vista la sorte degli ultimi chiamati a furor di popolo in quella funzione, non è un grande augurio per Josè Mourinho. Poi l’hanno paragonato a D’Alema, e in effetti i due hanno punti in comune (superato l’insuperabile ostacolo della fede romanista di D’Alema). Una discreta autostima, il culto della professionalità e soprattutto il concetto che Mourinho ha espresso ieri nella più memorabile (forse l’ultima) delle sue conferenze stampa: il disprezzo per i giornalisti.
Le profferte di adozione democratica non sono una bizzarria. Nei giorni scorso già il Foglio aveva tentato di far suo l’allenatore dell’Inter come meritevole erede di Berlusconi. Insomma, l’uomo forte che non la manda a dire e rompe gli schemi e le scatole pare essere il modello preferito dalla politica, e nel ruolo nessuno è meglio del Mourinho che ieri in dieci minuti ha mandato per aria (a parole) il sistema del calcio italiano.
L’entusiasmo per il cattivo geniale non è una novità, e quanto a Number One già l’Inghilterra ha provato i brividi della sua temerarietà. Sono stati strapazzati allenatori ben più vincenti di Spalletti e Ranieri, come Wenger e soprattutto sir Alex Ferguson (di cui si attende vendetta). Il sistema italiano provvederà a isolare ed espellere l’alieno che smonta il teatrino semplicemente ricordando che il calcio è pagato per sopportare le domande stupide dei giornalisti.
Rimane l’infatuazione della politica per l’uomo duro, schietto e vincente. Duro può darsi. Se la schiettezza si misura dalla capacità di riconoscere i propri errori, né Mou né Berlusconi (D’Alema così così) sono dei campioni. Quanto al vincente: Berlusconi è un vincente che a tratti gioca anche bene. Mourinho è un vincente che gioca male, e comunque fin qui non ha fatto meglio del suo predecessore dai nervi fragili. D’Alema è un vincente come tutti i suoi compagni di ventura, cioè poco, gioca bene ma è discontinuo. Il Pd, in definitiva, con uno duro e schietto ci farebbe poco e non potrebbe permetterselo: gli basta vincente anche se buono e silente. Uno tipo Ancelotti. Che di Mourinho parla la metà, ha vinto il doppio, è simpatico il triplo e sa come far soffrire Berlusconi.

(da Europa)
permalink | inviato da stefano menichini il 3/3/2009 alle 23:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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