Si moltiplicano i segnali: la legislatura non finirà alla sua scadenza. Per tutti si avvicina il tempo delle rese dei conti e delle rivincite. E anche Walter Veltroni potrebbe avere la sua. Almeno, lui ci proverà. L’intervento di Cortona è stato forte, molto chiaro, senza le riserve retoriche di chi dice «voglio tenermi fuori dalla mischia». Un esplicito richiamo a quel discorso del Lingotto (2007) che segnò il momento alto della sfida riformista nella versione veltroniana, e che nel lessico democrat viene usato come sinonimo del Pd di alte ambizioni, a vocazione maggioritaria, di rottura delle continuità con il passato, le tradizioni e i totem della sinistra italiana.
Ma davvero Veltroni può tornare? Davvero c’è chance di leadership della coalizione (di questo si tratta: candidato a palazzo Chigi, non alla segreteria del Nazareno) per l’uomo che se ne andò quindici mesi fa inseguito dai rimpianti di chi aveva creduto in lui, dal rancore misto a senso di liberazione di chi l’aveva osteggiato, e dalla convinzione comune a tutti – citiamo per comodità solo il suo sostenitore più prossimo, Goffredo Bettini – che non avesse il carattere e la grinta per corrispondere alle attese che aveva suscitato?
Non sarà facile. Non sarà né come nel 2005 (quando tanti cercarono invano di convincere l’allora sindaco di Roma a scendere in campo per bruciare sul tempo Prodi), né come nel 2007, quando davanti a Veltroni venne steso un tappeto rosso di unanimità che conduceva fino al plebiscito delle primarie, sapendo (tutti) che da lì alla campagna elettorale il passo sarebbe stato breve.
Stavolta niente preghiere, niente tappeti rossi, niente plebisciti. Ci mancherebbe altro. Veltroni è uno di quei capi sconfitti che, se vogliono riconquistare una ribalta, se la devono sudare. Lui poi non è responsabile solo di una sconfitta elettorale (che i risultati successivi si sono incaricati di rivalutare), ma di qualcosa di più grave. Quando la sua leadership fragile andò in crisi, un intero grande progetto che non era solo di Veltroni andò in crisi con essa, dimostrando l’errore di aver troppo legato un’avventura collettiva a una singola persona, alle sue sorti, ai suoi limiti.
Questo è il principale ostacolo che Veltroni dovrà rimuovere, sulla strada per avere la sua rivincita: la diffidenza nel suo stesso partito. Non solo quella antica, ostinata, acida dei suoi avversari del tempo comunista e diessino. E neanche solo quella, qualunquista e distruttiva, del popolo della rete sempre pronto a tagliare la testa di chiunque la sollevi (come è accaduto tra sabato e ieri a Veltroni nei forum più frequentati). Il problema principale sarà la diffidenza di coloro che si erano affidati a lui nonostante tutti gli avvertimenti e le esperienza già compiute: Veltroni promette ma non mantiene. Veltroni fugge dallo scontro. Veltroni si fa sostenere ma non sostiene. Veltroni lancia il sasso, ritira la mano, poi ad averla tagliata sono gli altri, e lui già è pronto per rifarlo la prossima volta.
Siamo duri intenzionalmente, perché la posta in palio è alta e nessuno si farà più convincere dall’argomento «non ci sono alternative», oppure «è l’ultima possibilità». Le alternative ci sono, anche se nel caso di Bersani, eletto dalle primarie, corrispondono a concezioni del Pd e del centrosinistra fin qui non particolarmente vincenti e convincenti. E fra le possibilità, si può serenamente contemplare quella che il Partito democratico sia stata un’idea sbagliata, impossibile da realizzare, almeno in Italia in questo tempo. E che dunque sia meglio cercare strade nuove, ancorché difficili, piuttosto che tornare indietro su una strada che si è già dimostrata un vicolo cieco.
Per partire alti, il primo punto dell’opera di convincimento che attende Veltroni riguarda le politiche. Non è l’opera più difficile, almeno finché si sta all’opposizione. Anche a Cortona, come già appunto al Lingotto, l’agenda della rupture è apparsa ricca. Contratto unico di lavoro, tagli fiscali, vicinanza al mondo del lavoro individuale (partite Iva, commercianti, artigiani, professionisti), liberalizzazioni, riforma della giustizia. Rispetto alla linea di Bersani, la differenza sostanziale sta nell’affermazione che in Italia c’è ben poco da conservare, e che il Pd si sta invece attardando su fronti politicamente corretti (dal lavoro alla Costituzione) con una funzione meramente difensiva dell’esistente.
Sono le battaglie mai veramente consumate dentro alla sinistra, fin dai tempi del primo che si limitò a dichiararle, cioè D’Alema. Ora enunciare certi programmi non fa più scandalo, anzi ci sono affermazioni («il Pd è lontano dai produttori del Nord») ormai ripetute con la banalità del luogo comune. Vedremo se Veltroni vorrà uscire, e come, dalla forbice fra tabù intoccabili e luoghi comuni del riformismo accademico. Ci sono temi – il contratto unico per esempio – sui quali non c’è accordo neppure fra i convenuti a Cortona.
A questo proposito. Ben prima di riconquistare il Pd, per non parlare del paese, Veltroni deve conquistarsi un’area di sostegno interna. L’uomo ha sempre disdegnato l’idea di farsi una corrente, e rifiutò le sollecitazioni (anche, nel piccolo, quelle di Europa) a dotarsi di una maggioranza nel Pd all’indomani delle primarie falsamente plebiscitarie. Errore grave, frutto della sopravvalutazione del proprio potere personale e di una retorica unitaria che nascondeva in realtà la paura dello scontro interno. Molti degli eventi consumatisi in questi anni – non solo le dimissioni di Veltroni ma per esempio alcuni abbandoni, compreso quello di Rutelli – si sarebbero forse evitati dando corpo a una concezione al tempo stesso più collegiale, più realistica e più combattiva del confronto nel partito.
Veltroni esercita sull’attuale minoranza del Pd una leadership solo virtuale. Franceschini è colui che al posto suo ha dovuto reggere lo scontro in campo aperto con D’Alema, e tenere viva l’idea del Pd a vocazione maggioritaria nei mesi in cui Bersani – a quel punto con buoni argomenti – cercava di mettere in pista il cosiddetto “nuovo centrosinistra” allargato. Ci possono essere obiezioni su come il capogruppo alla camera ha interpretato la linea (antiberlusconismo spinto, repentini slittamenti a sinistra), ma il suo ruolo non può essere aggirato. Come toccherà risolvere una volta per tutte il tema degli ex-popolari di Fioroni i quali, nonostante l’atteggiamento ormai molto diverso di Franco Marini («datemi cinque giorni e porto a casa l’accordo unitario con Bersani, a nome di tutta la minoranza non solo dei popolari»), continuano a viversi come una quota che esige garanzie, peso e riconoscimento politico.
Area democratica – s’è visto bene a Cortona – non è un aggregato omogeneo, riproduce in scala la stessa mancanza di identità dell’intero partito. Ci sono dirigenti co-fondatori del Pd (oltre a quelli citati, Fassino e Gentiloni) titolari di piccole aree interne, mischiati a ormai ex-giovani promesse e a compagni di ventura più subiti che voluti, come Ignazio Marino.
In definitiva non dovrebbe essere difficile per Veltroni mettersi a capo di questo 40 per cento scarso del Pd: ma per riuscirci dovrà cancellare il ricordo del Veltroni che pretendeva di procedere (e peggio ancora, di governare) muovendosi due palmi sollevato da terra. Da questo punto di vista non sono incoraggianti, per quel che se ne sa, i primi passi della sua Fondazione.
Che poi – ammesso anche che Veltroni possa ripartire da una propria area di riferimento – la mappa del Pd è nel frattempo cambiata. L’involuzione personalistica di D’Alema (come si somigliano, certe sindromi…) lascia Bersani più isolato ma anche più autonomo, con tanta gente che simpatizza per l’uomo, ne apprezza lo stile un po’ antico, e ancora pensa che un Pd genericamente più “di sinistra” sia un luogo rassicurante nel quale riconoscersi.
Questa parte del Pd – maggioritaria alle primarie – certo non sarebbe felice di un ennesimo giro di giostra, e sicuramente diffida della poetica veltroniana più che di ogni altra cosa. Al limite, un logoramento di Bersani farebbe spostare attenzioni e speranze su personaggi che non hanno ancora avuto il tempo di deludere, Zingaretti e Renzi davanti a tutti.
Ma non si possono fare questi discorsi senza tenere conto che Veltroni non ha lanciato un’opa sulla guida del partito, mestiere che non gli si addice come anche lui ammetterebbe. Se gli ultrà del Pd all’americana accantoneranno il principio della coincidenza fra capo del partito e candidato premier, Veltroni avrà molte più carte da giocare, in modo più libero e potendo provare a costruire una più ampia rete di sostegno anche esterna. Nei giorni scorsi s’è ipotizzato un agreement con Nichi Vendola: mix interessante ma tutto da verificare nel merito (senza farsi condizionare dal tasso letterario e poetico dell’eventuale ticket: veramente al limite della sopportazione).
Come si è capito domenica, l’Udc guarda a simili prospettive con ansia, e si può ben capire: va a chiudersi uno dei due forni di Casini, tra l’altro quello che s’è rivelato il più accomodante. Ma Casini deve comprendere – glielo ha confermato ieri Bersani con una certa ruvidità – che nel Pd il suo appeal di alleato resistenziale contro Berlusconi s’è molto ridotto, mentre il gioco sul governo tecnico a trazione centrale s’è fatto troppo scoperto.
Più si allarga la platea, più appare vasto il terreno di fiducia e credibilità che Veltroni deve personalmente recuperare.
Uniti nel momento alto della loro carriera, lui e altri coetanei (appunto D’Alema, Rutelli, Fassino un po’ meno) sono uniti anche nella diffusa scarsa considerazione verso una generazione che s’è precocemente consumata per scarsa generosità, incapacità di fare gruppo e il peccato più grave di tutti: hanno sempre perduto davanti a Berlusconi.
Ci vorrà fantasia, Veltroni dovrà inventare formule nuove, per scongiurare il rigetto popolare verso i rieccoli. Del suo discorso di Cortona, l’unico vero errore è stato il riferimento al rientro in campo di leader europei sconfitti: non è vero, non succede. Anzi, proprio ieri la mossa più audace e spiazzante, potenzialmente vincente, di un leader progressista, sono state le dimissioni di Gordon Brown. Non certo con l’idea di tornare. Veltroni s’è già dimesso, numerose volte e da numerosi incarichi, e sempre per tornare. Che sarebbe successo di nuovo, Europa l’aveva previsto il 18 febbraio 2009, subito dopo l’ultima resa: «Veltroni oggi lascia. Ma tornerà, garantito: verso la fine della legislatura o forse già nel famoso e auspicato congresso vero del Pd».
Ci avevamo preso. Auguri per il nuovo tentativo, ma non sarà facile.