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Politica
4 settembre 2010
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blair labour brown miliband pd d'alema prodi
E ora tutti alla larga da Blair (e dalla stagione liberale)
C’era un tempo – lo ricordo personalmente – in cui i leader del riformismo italiano facevano letteralmente a gomitate per farsi ricevere da Tony Blair. Per entrare nelle liste degli ospiti dei seminari alla Chatam House. Per organizzare in Italia sontuosi convegni nelle località più appetite dalla upper class laburista. Un incontro a tu per tu con il premier era preda ambita e rara, non sempre gratificante: D’Alema e Rutelli masticarono amaro (non è difficile immaginarlo, per chi li conosca) quando in occasione di un meeting della Terza via a Londra (estate 2003) vennero rapidamente ricevuti in una stanza d’albergo, stretti nel programma fra una delegazione e un’altra, allegramente salutati «hallo boys» e poi trattati come fratelli minori ai quali spiegare i segreti del battere la destra sul suo terreno.
Sarà stato per il ricordo di questa alterigia posh, sarà stato per il sano opportunismo dei politici, o forse infine per convinzione, comunque non appena la stella di Blair cominciò ad appannarsi i viaggi della speranza oltre Manica si diradarono. Il micidiale unodue dell’Iraq e dell’esplosione della bolla finanziaria trasformarono l’età d’oro della Terza via, alla quale tutti avevano creduto, nell’errore catastrofico di uno solo. Nel tempo, Prodi e D’Alema sono stati i più espliciti e articolati, nel denunciare ex post i danni della presunta infatuazione liberista nella quale Blair e Clinton li avevano avvinti (anche se non hanno mai insistito troppo sull’altro passaggio cruciale dal quale sarebbe difficile dissociarsi, anche perché fu in definitiva un sucesso: la guerra a Milosevic).
Oggi quel presuntuoso egocentrico di inglese torna a tirare i piedi a chi andava a lezione da lui.
Certo, innanzi tutto alla gente del Labour, o del Next Labour come prudentemente dice David Miliband, sempre in bilico fra la rivendicazione del blairismo e una timorosa presa di distanza. Giustamente John Reid, insieme a tutta la stampa inglese più accorta, tira fuori dal libro di memorie di Blair uscito due giorni fa l’essenza politica: il rilancio cocciuto, insistito, argomentato, della filosofia di fondo della Terza via.
Contro tutto e ormai contro tutti (perfino contro il parere di Anthony Giddens, che coniò il termine), Blair torna sulla necessità di una sinistra che tenga lo Stato lontano dall’economia, che si metta dalla parte del ceto medio e di chi non mastica di politica, che non demonizzi le banche, che si adoperi per creare il migliore ambiente possibile per la crescita economica, per favorire il business, per stimolare lo spirito d’intrapresa e il coraggio degli individui invece di cercare sempre e solo di proteggerli.
Sono concetti che una volta andavano per la maggiore, nelle correnti riformiste del centrosinistra. Ora suonano eresia. E Blair lo sa, perché è così già sotto casa sua, nel suo Labour non più New, in una corsa per la successione alla leadership che comunque vada sposterà il partito più a sinistra.
È anche inevitabile che le cose vadano così. Le botte sono state dure. La lettura prevalente della sconfitta elettorale attribuisce la perdita di Downing street al terribile crollo di fiducia presso i ceti popolari (anche se poi, andando a guardare, il Labour socialmente ha perso dappertutto, e soprattutto né Cameron né tanto meno Clegg hanno sfondato da nessuna parte). Se la causa del laburismo liberale viene impugnata da uno come Blair, si capisce che non sia destinata a grande successo oltre Manica: Tony è più o meno un infrequentabile, con tutti i soldi che fa fra conferenze e promozioni finanziarie, col peccato originale dell’Iraq mai espiato (né, dalle memorie, pare intenzionato a espiare), col carico insostenibile della guerra fratricida con Brown che ha sconvolto il Labour, e dalla quale i giovani contendenti alla leadership devono tenersi alla larga (dopo averla per anni alimentata).
Il punto è che il fondatore del New Labour rifiuta la versione tribale del dualismo con Brown, attribuendo le proprie resistenze a cedere lo scettro solo al motivo politico: era convinto che i browniani avrebbero abbandonato la dottrina della svolta liberale. Esattamente ciò che sta accadendo, solo che lo fanno più o meno tutti i candidati a guidare il Next Labour, mentre Cameron e Clegg lavorano sulla scia delle liberalizzazioni e di una dottrina di “meno stato” che trova veloci esegeti anche in Italia: ministri del centrodestra come Sacconi, ma anche Rutelli sembra aver trovato nella strana coppia di Downing street un altro modello interessante da citare, molto prima che diano prova di sé.
Già, l’Italia.
Da qui, gossip, rivalità personali ed errori compiuti a Westminster possiamo guardarli con distaccata curiosità. Non l’enorme tema politico che ostinatamente Blair rilancia: è giusto che dalla storica crisi finanziaria del 2008 la sinistra abbia ricavato solo un alibi per tornare all’antico, cioè a statalismo e classismo, all’asse privilegiato coi sindacati, ad abbassare la guardia su legge e ordine, in un concetto solo a rientrare nell’alveo della sua tradizione tanto confortevole quanto perdente? Non è una domanda da respingere sommariamente solo perché la pone un infrequentabile come Tony Blair. Soprattutto considerando che tornare indietro sarebbe grave in un paese dove comunque la sinistra la propria rivoluzione liberale l’ha fatta, consumata e applicata (per tre mandati consecutivi) al governo; ma sarebbe folle in un paese come l’Italia nel quale la rivoluzione liberale è rimasto slogan vuoto, mai neanche tentato nelle politiche, del resto né dalla sinistra che dalla destra.
Qui si tornerebbe Old senza mai essere davvero New.
Non è un processo alle intenzioni, è un fenomeno in corso.
D’Alema, oggi chiamato a rivisitare la cultura politica della socialdemocrazia europea, parla spesso della necessità di emendarsi dalla sbandata liberista degli anni Novanta. Quella per intenderci, che lo induceva all’estasi davanti allo spettacolo dei giovani italiani in maniche di camicia che dai loro computer della City muovevano in un amen masse di capitali: allora erano il simbolo della nuova Italia progressista globalizzata, oggi sono tornati le pedine di un turbocapitalismo senza scrupoli.
La verità è che nel mondo la bolla s’è gonfiata e poi esplosa senza che nel frattempo in Italia cambiasse nulla dei suoi disastrosi fondamentali: corporativismo, mercato chiuso, credito impossibile, restrizioni all’imprenditoria dal basso, corruzione e incrostazione delle pubbliche amministrazioni, elefantiasi della politica, gerontocrazia in ogni ambito, iniquità fiscale.
Ci siamo salvati dal crack perché eravamo piccoli, con piccole banche e una piccola economia.
Ora che gli altri ripartono siamo sempre lì: piccoli, con tutta l’antica diffidenza verso chi rischia in proprio, chi cresce, e verso le conseguenze della crescita (quelle raccontate e bruscamente applicate da Marchionne).
A Torino, l’altroieri, D’Alema ha consigliato ai candidati alla guida del Labour di tenersi lontani dal memoriale-manifesto di Blair. Ha ragione. Anche il Pd, probabilmente, si terrà lontano da quel tipo di ostinazione liberale: l’ostinazione di un leader che ha fatto tanti errori ma ha conquistato e poi cambiato il proprio paese sfidando la prudenza e la conservazione.
I Blair di casa nostra non hanno mai sfidato nulla. In compenso hanno dimostrato che si possono fare lo stesso un sacco di errori.
permalink | inviato da stefano menichini il 4/9/2010 alle 9:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
31 agosto 2010
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Perché il Pd deve battersi per i collegi
Su un punto Bersani non transige, lo ha ripetuto duramente anche ieri, e ha ragione: nel Pd si discuterà sempre molto liberamente, ma è obbligatorio farlo nell’interesse comune di quella che lui chiama “la ditta”. 
Non c’è dubbio allora su dove sia l’interesse del Pd – in aggiunta all’interesse della democrazia italiana – nella discussione sulla legge elettorale. Guardando alla sua storia e alle sue caratteristiche, al meglio che il Pd sa dare in termini di classe dirigente, il partito di Bersani dovrebbe gettare tutto se stesso nella battaglia per il ritorno al sistema dei collegi uninominali, riaperta dall’appello (primi firmatari Ichino e Baldassarri) pubblicato anche da Europa.
Le possibilità che la legge elettorale possa cambiare prima della fine di questa legislatura sono poche ma ci sono (come spiega oggi Europa all’interno occupandosi della Lega).
Comunque, occorre battersi: su questa esigenza le opposizioni sono unite e non può esserci dubbio su dove penda l’opinione degli italiani, ai quali nel 2006 il centrodestra sottrasse in maniera brutale il potere di scegliere i propri rappresentanti (questo a proposito di chi  cambierebbe le leggi solo per alterare l’esito del voto, come blatera ogni giorno Bossi).
Si discuta allora sul modello, specchio del sistema politico al quale si vorrebbe arrivare. D’Alema torna a puntare sul sistema tedesco, che secondo lui avrebbe maggiore coerenza con la realtà italiana e il pregio di aprire varchi nel centrodestra.
La seconda cosa è da vedere, la prima rischia invece di essere un’analisi di corto respiro: l’opportunità di fare spazio a un terzo polo vale nella contingenza di liberarsi di Berlusconi (e forse neanche, vedasi ipotesi di ampia Alleanza per la Costituzione). Quando non ci sarà più Berlusconi, tornerà a essere fortemente desiderabile uno schema di alternanza fra un centrosinistra riformista e un centrodestra costituzionale, impegnati a sfidarsi città per città, collegio per collegio, in un confronto sulle capacità dei singoli candidati nel quale – per di più – l’Ulivo ha sempre avuto un vantaggio, addirittura scientificamente rilevabile.
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Politica
25 agosto 2010
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Il momento del Pd è dopodomani, purtroppo
Il problema e il limite dell’ultimo appello politico di Walter Veltroni sono tutti nella prima frase della sua lettera al Corriere. «Scrivo agli italiani...» non è solo un incipit di incorreggibile retorica. È una ambiziosa dichiarazione d’intenti che invece mette a nudo una debolezza: ci si rivolge agli italiani con una prosa da presidenziali americane in un momento in cui la politica è paralizzata dalla inamovibilità di Berlusconi, nessuno si erge come suo competitore dichiarato, agli elettori delusi dalla destra non si offre alcuna alternativa credibile e i partiti – tutti, Pd compreso – cercano solo di non rimanere ingolfati nelle manovre da loro stessi tentate.
Veltroni è altamente apprezzabile per la coerenza con la quale non si rassegna alla logica della manovra, del ribaltone o dell’ammucchiata in nome dell’emergenza. Rilancia la linea rigorosamente bipolarista del “suo” Pd, appena corretta da una logica più inclusiva verso la sinistra vendoliana.
Questa non è più la linea dei democratici (a cominciare da Bersani e Franceschini), che appaiono proiettati verso la difficile costruzione di nuovi archi costituzionali. Ma non sarebbe neanche questo il problema principale.
Il problema è che Veltroni salta a piè pari il tema più grosso e attuale – come liberare l’Italia dal tappo berlusconiano – collocando la propria riflessione, la propria proposta innovatrice e sanamente anti-conservatrice, e in definitiva anche le proprie ambizioni personali, in un dopodomani nel quale ci piacerebbe vivere (e magari, perché no, farci governare da Veltroni) ma che non ci pare tanto a portata di mano.
Tutti sanno che, se fosse stato possibile immaginare che il centrodestra sarebbe collassato entro pochi mesi, Veltroni non si sarebbe dimesso da segretario nel febbraio 2009. Chissà quante volte s’è mangiato le mani, per quella scelta che ora rivendica con orgoglio.
Ma quel catastrofico errore non nacque solo da una personale vulnerabilità rispetto alle ostilità interne. In quel preciso momento, le logiche di partito prevalevano rispetto al messaggio da rivolgere all’intero paese. Da allora, il Pd nel suo insieme ha smesso di presentarsi agli italiani come l’alternativa globale a Berlusconi: s’è rassegnato al dominio del Cavaliere, a contrastarlo con un’onesta e a tratti efficace opposizione, e a percorrere la lunga tortuosa strada di alleanze che non si sono mai perfezionate.
Così oggi, quando la crisi del berlusconismo deflagra nella politica e nella società, non esiste più il soggetto politico che, per l’assoluta originalità della sua offerta e del suo profilo, avrebbe potuto guardare negli occhi gli elettori delusi del Pdl e dire loro: ci avete creduto, avevate le vostre ragioni per farlo, ora siete senza patria, noi ve ne offriamo una diversa da tutte le altre del passato.
È oggi, non dopodomani, che sarebbe servito il Pd di Veltroni. Un Pd capace di dire ad alta voce ciò che tutti gli italiani indistintamente pensano, e che la sinistra non sa più articolare: in Italia c’è ben poco da conservare.
Fra tanti meriti, Bersani ha proprio questo grave difetto: trasmette troppo spesso l’idea di voler conservare, più che di voler cambiare. Qualche volta addirittura l’idea di voler restaurare: per esempio, restaurare il sistema istituzionale e politico precedente alla rivoluzione bipolare.
Ma mettere in contrapposizione Veltroni con Bersani e Franceschini, come pure si farà, non ha più molto senso. Entrambe le linee, in questo momento, confessano in sostanza la stessa aporia democrat: non siamo noi adesso a poter sconfiggere Berlusconi.
Veltroni supera l’aporia collocando il bipolarismo come piace a lui in un futuro nel quale il centrodestra sarà stato finalmente depurato da Berlusconi (a opera di chi? Fini, Casini, Tremonti, pensateci voi). Bersani invece si fa carico dell’emergenza antiberlusconiana di qui e di ora, ma in sostanza arriva alla stessa conclusione: l’Alleanza costituzionale può farcela se ce la fanno, appunto, Fini, Casini, forse Tremonti.
Sarebbe ingiusto dare addosso alle leadership democratiche per questo loro grosso limite. Per quanto stiano certo meglio della destra, hanno davanti a sé problemi difficili: una crisi di governo che non era nelle loro agende, tempi più stretti di quelli che si erano dati per ridare al Pd competitività, la prospettiva di elezioni anticipate che cercheranno di scongiurare. Ma l’incapacità di raccogliere il frutto della crisi di Berlusconi ha radici e cause antiche.
Nessuno può chiamarsi fuori, a cominciare dalle varie altre sinistre, egoiste e (almeno in passato) irresponsabili. Non si salva neppure Romano Prodi, per l’ennesima volta coinvolto suo malgrado nella bagarre quotidiana. Lui, l’uomo che ha battuto Berlusconi, retrospettivamente ci appare curiosamente simile al suo storico avversario: capace di vincere le elezioni, ma non di costruire un futuro stabile per la propria coalizione e di spezzare il muro di incomunicabilità fra le due Italie.
Tutti i leader democratici che abbiamo conosciuto nel recente passato – da D’Alema a Veltroni, da Rutelli a Fassino a Franceschini – a un certo punto del proprio percorso hanno guardato oltre i recinti di casa propria e hanno provato a «scrivere agli italiani» come Veltroni ricomincia oggi a fare.
Non si sono espressi bene, non sono stati coerenti, non sono stati capiti: importa poco ormai, perché comunque la realtà è che l’esito della partita in corso non dipende da loro, come confermano implacabili tutti i sondaggi possibili.
Dunque nessuno di loro passerà alla storia per aver liberato l’Italia da Berlusconi. Pazienza. Per fortuna ci sarà davvero molto da fare nel paese, e per tutti, quando questo evento sovrannaturale si sarà verificato.
permalink | inviato da stefano menichini il 25/8/2010 alle 18:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
12 agosto 2010
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Tre ostacoli per Casini premier
Dunque, l’idea sarebbe quella del governo-Cln con Casini leader. Europa ha verificato che questa è l’idea che si va affermando ai vertici del Pd, dunque prendiamola per buona. Prendiamola sul serio, se non altro, anche perché proviene da D’Alema, cioè da colui che in questi mesi ha sempre anticipato di un paio di giorni le uscite di politica generale di Bersani: insomma, non un passante qualsiasi.
Va da sé che il Pd non era nato per spingere una personalità come Casini a palazzo Chigi, e che non era questa la promessa fatta da Bersani ai tempi delle primarie. Ma come Europa ha scritto molte volte, già a quei tempi e soprattutto a cavallo dell’addio di Rutelli, un simile esito sarebbe in realtà coerente con il ridimensionamento delle ambizioni, inevitabile per un Pd più “di sinistra”.
Non basterà però la generosità democratica perché una così vasta alleanza elettorale prenda davvero corpo nei pochi mesi che ci separano dalle elezioni. Sono necessarie almeno altre tre condizioni, oltre all’accettazione da parte del Pd del ruolo gregario che i Ds ricoprivano (sacramentando) ai tempi di Prodi.
Intanto, c’è appunto Casini. Vorrà accettare l’offerta, se e quando arriverà?
È vero che il Cln lo chiamò in ballo per primo proprio lui (primi di dicembre 2009), ma da allora molte cose sono cambiate. La secessione finiana, soprattutto, ha reso l’eventuale operazione più difficile, anche se teoricamente più forte elettoralmente. A questo punto, infatti, per Casini è essenziale che i finiani siano con lui dovunque e in qualsiasi schema. Non solo per ovvi motivi di forze esigue da mettere insieme, ma soprattutto perché i due ex alleati del Cavaliere giocano la medesima partita strategica, la leadership del centrodestra deberlusconizzato: per non compromettere tutto, nessuno dei due può farsi passare per complice della sinistra. Solo una dichiarazione congiunta sull’esplodere di un’emergenza democratica e repubblicana autorizzerebbe entrambi alla capriola di un fronte col centrosinistra, con tutti i dubbi del caso sulla reazione del loro elettorato moderato e di destra. Dunque Fini è essenziale: chi vuole Casini leader, deve pensarla in questi termini. Che vuol dire offrire molto, in cambio di questa liberazione da Berlusconi.
La seconda condizione, vitale per il Pd, è che nessuno si stacchi a sinistra. E qui dalle capriole passiamo ai salti mortali, perché invece i dioscuri provenienti dal Polo delle libertà potrebbero chiedere – Casini già l’ha fatto – proprio di scaricare pezzi di centrosinistra, di offrire ai propri elettori incerti almeno la testa di Di Pietro. Nessun democratico dentro di sé piangerebbe a vedere l’ex pm decapitato, ma politicamente la cosa è impensabile: i flussi di voti in uscita dal Pd diventerebbero fiumi, in ogni direzione.
Vendola è, come sanno i ben informati, molto più digeribile per tutti. La sua testa è salva, la sua missione storica è resuscitare e ricondurre in parlamento (anche qui a scapito elettorale del Pd, ma pazienza) un tipo di sinistra che sembrava morta per sempre. Che ce la possa fare grazie al traino di un ex missino e di un ex forlaniano sembrerà assurdo, ma di assurdità nella Seconda repubblica se ne sono viste tante. E a sinistra sono abituati da quindi anni a baciare i rospi dell’emergenza antiberlusconiana.
La terza condizione riguarda i meccanismi elettorali. Sì, certo, anche la legge elettorale nazionale, però occorre riconoscere che modificarla contro la rabbia del Pdl sembra davvero arduo. No, la condizione vera riguarda i meccanismi elettorali di preselezione del candidato premier.
Casini, va da sé, vuol dire rinuncia alle primarie (ce lo vedete che si sottopone a un duello, per dire, con Vendola davanti agli elettori di sinistra? Solo i professori e i sognatori possono immaginare certi scenari), e vuol dire rinuncia alla priorità statutaria che il Pd deve dare al proprio segretario.
La seconda cosa non è difficile, Bersani sarebbe il primo a proporla. Invece la prima rinuncia, in aggiunta a tanti altri strappi, capriole e salti mortali politici, logici e ideologici, andrà “venduta” bene alla base democratica. La contropartita per un simile snaturamento del progetto originario, il voltare le spalle al ricordo dei milioni in fila ai gazebo nel nome di una leadership dell’Udc, dovrà essere alta. Sì, certo, c’è in ballo la liberazione da Berlusconi. Il quale, con la tattica della terra bruciata di questi giorni, rischia di rendere molto più facili per tutti le scelte ardue che abbiamo elencato.
Del resto anche nel Cln, visto che questo è il precedente che si cita, toccò di fare tanti sacrifici politici, alleandosi perfino con pezzi del vecchio regime. Si sa come andò a finire quella vicenda per le sinistre. Però, per chiudere con ottimismo, c’è da dire che nessuno poi se n’è mai pentito davvero.
permalink | inviato da stefano menichini il 12/8/2010 alle 17:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
4 agosto 2010
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bersani pd fini rutelli casini lombardo d'alema
Arriva il nuovo centrodestra, per il Pd aumenta la concorrenza
Bersani saluta con favore la nascita del quadrilatero Fini-Casini-Rutelli-Lombardo, e fa bene: la situazione politica evolve con enorme e imprevedibile rapidità, sicuramente non in favore di Berlusconi. Neanche il democratico più ottimista avrebbe sperato, due anni fa, di ritrovarsi oggi a contemplare lo squagliamento dello schieramento avversario che aveva stravinto. Dopo di che, in questo passaggio c’è anche motivo di preoccupazione per il Pd. Gli eventuali sommovimenti interni ne sono solo la conseguenza. Il punto è sempre il solito, la risposta alla famosa sfida lanciata dallo stesso Bersani ai tempi delle primarie: chi sarà il più bravo a far cadere Berlusconi?
Fatte salve le prerogative istituzionali di Napolitano, la chiave politica della legislatura in questo momento è nelle mani di Bossi da una parte, e dall’altra parte di questo terzo polo che non vorrebbe chiamarsi così ma già si muove e agisce approfittando dei vantaggi tipici delle terze forze. È un paradosso abbastanza tipico. Il Pd di Bersani e D’Alema auspicava esattamente un evento di questo tipo, la nascita di un nuovo aggregato moderato, per dare sostanza alla strategia di una più ampia alleanza fra sinistra e centro. Ora che l’evento pare realizzarsi, se ne vedono meglio oltre ai vantaggi anche i pericoli. Che si riassumono in uno: il quadrilatero molto prima di essere un alleato del Pd (possibilità tutta da verificare), è un suo concorrente. E se Fini-Casini- Rutelli-Lombardo dovessero davvero essere gli agenti della caduta di Berlusconi, a parte la vendemmia leghista che al Nord è già in corso, il cesto più vicino a raccogliere la mela sarebbe il loro: inedita forza che potremmo chiamare in ogni modo, ma non di centrosinistra, né alleata naturale del Pd.
Non bisogna saltare troppi passaggi. Oggi a palazzo Chigi c’è ancora Berlusconi e anche solo ragionare su un governo tecnico tremontiano sembra un azzardo fantapolitico. Ma come s’è visto i tempi di questa crisi sono rapidi. Il Pd già s’è fatto fin troppo spiazzare dagli eventi. Dovrebbe decidere fin d’ora qual è l’assetto politico e istituzionale (legge elettorale inclusa) sul quale puntare, se non vuole che nella terra promessa di un’Italia post-berlusconiana i posti migliori se li aggiudichi qualcun altro.
permalink | inviato da stefano menichini il 4/8/2010 alle 17:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
31 luglio 2010
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La crisi più difficile, per tutti
Da oggi è tutto più difficile. In effetti, come dice Bersani, si naviga senza punti di riferimento.
E per quanto l’esito della guerra fratricida nel Pdl non fosse inatteso sul Quirinale, anche per Napolitano la situazione s’è fatta delicata.
Tutto è più difficile, molto più difficile, soprattutto per Berlusconi ovviamente.
Il pronostico di Giuliano Ferrara per il suo vecchio amico non è fausto, e a ragione. Lo scenario del prosieguo della legislatura è da incubo: se governare la maggioranza contro la guerriglia interna al Pdl s’è rivelato improbo, è davvero impensabile che si possa andare avanti alla camera dovendo scendere ogni giorno a patti con un nuovo gruppo di imprevista consistenza, per di più nato da un atto di ostilità. Non è affatto vero che la maggioranza senza i finiani sia autosufficiente: negli ultimi tempi il gruppo guidato da Cicchitto non lo era neppure quando era a ranghi completi. La brutta fine che ha fatto la legge sulle intercettazioni telefoniche è solo il primo esempio di una legislatura che definitivamente non ha più nulla da dare.
Eppure Bossi, colui che davvero può farlo, non stacca la spina, né sembra intenzionato a farlo finché il suo personale bottino di legislatura non si sia fatto congruo: si dovesse andare a votare ora, Berlusconi potrebbe farlo sull’eterno tema del tradimento subìto, ma la Lega al Nord avrebbe davvero poco da mostrare alla propria gente.
Questa è forse l’incognita più grossa che grava sui prossimi mesi, insieme alla partita che ovviamente si apre intorno a una nuova legge elettorale che apra la strada al voto.
Sono incognite che pesano su Berlusconi. Perché l’argomento del Fini traditore può forse funzionare fra i suoi aficionados, ma davanti all’opinione pubblica allargata il premier si è semplicemente rivelato incapace di tenere unita una coalizione, come già gli era successo con Follini, con Casini, e nel passato più remoto con lo stesso Bossi. Se la Lega, chiudendo il cerchio di questi sedici anni, tornasse ad anteporre i propri calcoli all’alleanza, il fallimento del leader sarebbe totale.
Non che la strada di Fini sia agevole. Intanto c’è, nonostante la sua posizione rigida e formalmente inattaccabile, il problema della presidenza della camera. È un tema che il Colle sta monitorando pur confermando la «continuità delle cariche istituzionali», e obiettivamente investe la funzionalità dei lavori parlamentari.
Nel caso assai probabile di scioglimento anticipato delle camere, Napolitano si troverebbe a dover consultare Fini in un ruolo molto peculiare. In più c’è da mettere nel conto, prima di arrivare a questo, una dura offensiva dei berlusconiani di Montecitorio, in ogni sede: il Fini scuro di ieri era il simbolo di una difficoltà e di un imbarazzo oggettivi.
Quel che invece risulterà facile a Fini sarà dare un’identità al suo nuovo gruppo. Europa aveva già notato la virata delle ultime settimane, da “strana” destra delle libertà civili a destra più tradizionale di legge e ordine, fin quasi giustizialista. Questa è la strada giusta per conquistarsi spazio nell’elettorato confuso e deluso del Pdl. Del resto, chi sta messo davvero male dalle parti del Pdl sono gli ex camerati di Fini rimasti con Berlusconi. Sì, la fedeltà ora li premierà, a breve. Ma fossimo in La Russa, Gasparri, Matteoli, gente ancora relativamente giovane, ci chiederemmo che cosa ne sarà di noi un minuto dopo l’uscita di scena di Berlusconi. Fini a quel punto sarà la vera destra (con questo calcolo si spiega il successo del reclutamento di Futuro e libertà). E loro chi saranno? Questo è da tempo l’assillo di Alemanno, che infatti si muove con notevole goffaggine intuendo il rischio di rimanere né carne né pesce, né berlusconiano né destra.
Chi aspetta vendemmia dal nuovo scenario che si è aperto è il centro, che vorremmo dire di Casini e di Rutelli se non fosse che il loro progetto unitario non s’è mai concretizzato. Diciamo che i due hanno azzeccato l’analisi sulla crisi del bipolarismo all’italiana, ma hanno vistosamente fallito nell’offrire un’alternativa politica. L’arrivo di Fini nel campo dei senza patria non semplificherà loro la vita, anzi: nel pollaio fa irruzione il gallo più grosso, più famoso e col credito più alto da esigere. Un vero progetto terzopolista non c’era e continuerà per un po’ a non esserci.

Infine, il Pd. Dei tre segretari democratici che si sono segretamente ispirati al motto “un minuto più di Berlusconi”, Bersani è quello che senza meriti specifici rischia di andare più vicino al successo.
È più fortunato degli altri due, come Europa gli ha sempre riconosciuto. Ma da qui a dire che la famosa mela cadrà nel suo famoso cesto, ne corre. Il Pd vede smontarsi il Pdl senza aver fatto nulla perché ciò accadesse. Anzi: sia il segretario sia molti dei suoi oppositori interni hanno sempre confessato il terrore per un collasso del sistema politico. Ancora dal viaggio americano di quindici giorni fa, i collaboratori di Bersani chiamati a commentare la sortita dalemiana sul governo di transizione garantivano: nulla da dire, perché a destra alla fine non succederà nulla. Invece qualcosa è successo, altroché. E D’Alema si ritrova a essere l’unico ad aver elaborato un minimo (davvero un minimo) di strategia davanti all’emergenza. Non avendoci pensato per tempo – nella convinzione/speranza che nulla sarebbe successo – il Pd come partito si ritrova subito diviso: le elezioni anticipate con l’attuale legge non le vuole nessuno, ma da Veltroni a Marino passando per gli ulivisti, sono tanti quelli che denuncerebbero l’adesione a un governo di transizione insieme alla destra come un tradimento della ragion d’essere democratica. In più ci sono i sondaggi, che vedono Pdl e Pd avvicinarsi sì, ma solo per il crollo berlusconiano. Rimane il timore che, a fronte di eventuali offerte elettorali innovative, i tantissimi voti in libera uscita da destra, dal centro e anche dalla sinistra potrebbero non premiare affatto il Pd.
Perdere “insieme” a Berlusconi è l’unico destino immaginabile che sia peggiore di perdere “contro” Berlusconi.
La crisi trascina il Pd giù dalla finestra alla quale s’era affacciato. Non erediterà automaticamente l’Italia dalla caduta del tiranno, questo dovrebbe essere chiaro a tutti. Nessuna mela in nessun cesto. Tocca trovare, molto rapidamente, una forte unità interna intorno a una proposta di soluzione adeguata all’emergenza.
Non è facile, perché ci saranno da tenere insieme una capacità di interlocuzione con gli altri, mai effettivamente tentata, e l’autonomia del Pd, che è stato uno dei totem delle primarie bersaniane. Non facile, già parlando di riforma elettorale.
Alla fine, comunque, nessuno finga sorpresa o disappunto se l’eventuale soluzione, tra le altre cose, implicherà la consegna della leadership (di transizione e non solo) a qualcuno fuori dal partito: come abbiamo scritto decine di volte, questa era la conseguenza implicita della rinuncia alla famigerata vocazione maggioritaria del Pd. Ci siamo quasi arrivati.
permalink | inviato da stefano menichini il 31/7/2010 alle 18:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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26 luglio 2010
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Pd bersani vendola veltroni d'alema berlusconi fini pdl
Il Pd e quel brutto senso di impotenza
Ogni giorno che passa, diremmo ogni ora, si fa più improbabile che il futuro della politica italiana possa evolvere in una direzione “normale”: cioè con il governo che regge finché può, poi c’è finalmente la crisi, elezioni subito o appena differite, infine il confronto davanti agli elettori fra un candidato di centrodestra (ancora Berlusconi?) e uno di centrosinistra.
La frana del Pdl e nel Pdl sta seppellendo questo schema. Perfino la Lega, partito di presunta solidità leninista, subisce nel cuore della Lombardia l’onda d’urto della catastrofe, e si aprono crepe al suo interno.
Il fatto vero è che non ci sarà alcun Pdl, per come l’abbiamo conosciuto in questi anni, alle prossime elezioni politiche. E il big-bang si ripercuoterà sull’intero sistema politico, centrosinistra compreso. Anzi, forse con effetti più dirompenti proprio nell’ancora fragile Pd: chi può escludere oggi che i democratici non possano trovarsi presto nelle condizioni già sperimentate dal Pds, cioè di dover appoggiare candidati centristi per uscire da un’emergenza politica?
Con questo pensiero in testa parrebbe vano entusiasmarsi o angosciarsi per la campagna lanciata da Vendola, impegnarsi nello studiare la tattica di rientro di Veltroni, aspettare che Bersani si muova dalla sua linea attendista.

Nell’estate di due anni fa capitò di ascoltare come Massimo D’Alema sintetizzava in privato, con la consueta spigolosità, la linea del Pd allora ancora guidato da Veltroni: noi democratici, diceva D’Alema, semplicemente puntiamo a esistere ancora quando Berlusconi non ci sarà più. Va da sé che l’attuale presidente del Copaco giudicava quella linea passiva, perdente e anzi umiliante.
Tre segretari si sono alternati dal 2008 alla guida del Pd: se la linea di Veltroni era davvero quella, c’è da dire che è passata indenne alle staffette ed è stata sostanzialmente confermata.
Con l’unica eccezione delle sortite del medesimo D’Alema sul governo di transizione, il Pd e il centrosinistra apparentemente si comportano come se fuori di essi non succedesse nulla. Vendola è partito in anticipo per la leadership, ed è partito bene. Veltroni si è messo alla sua ruota e confida, come i ciclisti esperti, che il fuggitivo rompa il ritmo del gruppo: fuor di metafora, che l’offensiva partita dalla Puglia costringa Bersani a scoprirsi e riapra i giochi.
Bersani invece resiste, tatragono. Non cambia la propria agenda (dominata dalla manovra), fa dire in giro che a destra «non succederà nulla», rifiuta di misurarsi sia con l’eventualità del collasso del sistema, che con la corsa alla leadership. E sono in tanti nel Pd, minoranza compresa, a sperare con lui che Berlusconi e Fini non rompano i piatti, e che la legislatura duri almeno altri due anni secondo lo schema più comodo: logoramento dei partiti di governo, inevitabile crescita dell’opposizione.
Invece qui di inevitabile sembra esserci solo l’implosione del Pdl e una frattura nella legislatura, in forme imprevedibili, fino all’estremo della sua fine. Niente crescita elettorale dell’opposizione, nessuna lenta ma sicura riedificazione del Partito democratico com’era nella promessa di Bersani.
Nel destino del Pd c’è di vivere e forgiarsi nell’emergenza. E su questo dovrebbero misurarsi tutti questi leader: nell’elaborare, lanciare e praticare un punto di vista democratico sull’emergenza.
Va benissimo ricostruire un senso, una prospettiva, ritrovare come dice Vendola la gramsciana «connessione sentimentale con il popolo», o preparare i «giorni migliori» di una delle ultime assemblee Pd. Obiettivi nobili e decisivi, in quel medio-lungo periodo nel quale, diceva Keynes, «siamo tutti morti».
Intanto, però, alla domanda che anche per Bersani era quella chiave (alla fine chi ci libererà da Berlusconi?), nessuno oggi risponderebbe: il Pd.
Questo è il punto più doloroso, preoccupante perché foriero di future ulteriori marginalità dalla scena politica, perfino in un eventuale dopo-Berlusconi. Bersani, che per ruolo ha la responsabilità maggiore, deve sapere che è questa sensazione di inutilità e di impotenza che sta erodendo da dentro il Pd e ne minaccia la tenuta e l’unità, molto più delle cavalcate vendoliane e dei convegni veltroniani.

permalink | inviato da stefano menichini il 26/7/2010 alle 23:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
21 luglio 2010
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Perché il Pd non incassa il risultato
Ieri è stata una giornata di gloria per il Pd alla camera: tanti deputati presenti in aula, maggioranza bocciata per le assenze in due votazioni sul decreto missioni all’estero. A conferma che c’è un autentico sbandamento fra le truppe del centrodestra, sulle grandi questioni come sulle minori.
Giustamente i democratici hanno enfatizzato il risultato. Tutti però conoscono la verità: la soddisfazione di ieri (non la prima di questo genere) riguarda aspetti marginali di una legge poi votata in maniera bipartisan. Sulla partita grossa di questi giorni – le intercettazioni telefoniche – le opposizioni e il Pd in particolare non sono riusciti, e anzi non hanno voluto, incassare il successo ben più rilevante di aver costretto Berlusconi a una dura ritirata.
Leggendo i giornali ma soprattutto, cosa più grave, tastando il polso dell’opinione pubblica di sinistra, emergono molti vincitori: Fini, Napolitano, Repubblica e i giornalisti in generale, le colombe nel Pdl. Non figurano invece le opposizioni parlamentari.
E le opposizioni parlamentari non prendono gloria dalla vicenda nonostante il fatto che Berlusconi abbia fatto macchina indietro anche per paura di essere battuto alla camera da una maggioranza di cui loro sarebbero state magna pars.
Una situazione identica nella dinamica s’è verificata col caso Cosentino e le dimissioni del sottosegretario prima di essere sottoposto alla mozione di sfiducia a Montecitorio.
Il paradosso è dunque questo: che nel Pdl si accusa Fini di fare il gioco della sinistra; ma nei fatti fin qui è la sinistra, con la sua semplice esistenza, ad aiutare gli smarcamenti finiani. Ed è lui che incassa il dividendo delle sconfitte berlusconiane.
Perché questo paradosso? Perché Bersani, invece di rivendicare davanti alla propria gente il merito di quello che ieri Repubblica chiamava il dietro-front di Berlusconi, s’è limitato a dire: aspettiamo a vedere come si mettono d’accordo fra di loro, rafforzando l’impressione che ci sia un solo gioco in corso, quello nel centrodestra?
C’è un grave gap comunicativo, e questo lo scriviamo da mesi a costo di risultare antipatici e saccenti. Se il Pd sale all’onore delle cronache solo per il suo ennesimo beauy contest interno (per di più trascinatovi da Vendola), la colpa non sarà solo delle iene dattilografe. Ma non c’è solo l’aspetto comunicativo. C’è anche un’analisi del quadro che induce a rimanere sempre un passo indietro.
È l’analisi che induce Bersani a correggere la proposta di D’Alema (il Pd avanzi una proposta per un governo di transizione) derubricandola: nel caso Berlusconi forzasse la mano con le elezioni anticipate, allora noi ci metteremmo di traverso aderendo a maggioranze d’emergenza.
Insomma, il gioco di rimessa. Lasciare il centrodestra a cuocere nel proprio brodo. Non si crede al collasso della maggioranza (Bersani l’ha detto esplicitamente) e comunque non si vuole lavorare per accelerarlo. Un po’ perché il Pd ha bisogno di tempo. Un po’ perché dopo l’accelerazione il traguardo potrebbe tagliarlo qualcun altro e non il Pd-portatore d’acqua.
Sono ragionamenti comprensibili. Fondati. Figli anche del ridimensionamento delle ambizioni “maggioritarie” del Pd. Può darsi che alla lunga (il passo dell’alpino, come ama dire il segretario) la strategia attendista e il low profile risultino vincenti.
Nel frattempo però l’impressione è che si perdano alcune buone occasioni. La sensibilità degli elettori è fragile e ferita. L’impazienza è evidente. Qualche volta può essere utile, senza eccessi retorici per carità, dare l’idea che si può vincere la posta grossa, e che intanto si porta a casa qualche importante posta intermedia.
A scanso di equivoci, questa è un’opinione in favore di Bersani. Perché si annuncia imminente la ridiscesa in campo di Walter Veltroni: e quando l’evento si verificherà, garantito, il partito sarà di nuovo proiettato verso gli orizzonti più ambiziosi e meravigliosi che un democratico possa sognare.

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Politica
15 luglio 2010
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d'alema bersani pd berlusconi bossi fini pdl lega napolitano
La via d'uscita migliore dal berlusconismo
È solo una coincidenza, ma non è strano che Massimo D’Alema e, nel suo piccolo, Europa si siano svegliati nello stesso giorno per chiedere al Pd di farsi un po’ di coraggio, e di avanzare una proposta agli altri partiti per uscire dalla palude Italia. Tutti nel partito avvertivano la sproporzione fra la gravità della crisi politica del centrodestra, e l’atteggiamento sostanzialmente attendista del primo partito dell’opposizione.
Non che ieri le cose siano fulmineamente cambiate. Berlusconi declina, prende colpi quasi giorno e si spegne, ma tiene la situazione bloccata. Su una terrazza romana abbiamo ascoltato con le nostre orecchie un uomo di governo di primissimo piano lamentare la rigidità del sistema a matrice berlusconiana, che impedisce anche alla destra di affrontare la propria crisi con gli strumenti tipici della politica: ricambi, staffette, promozione di nuove leadership, perfino il più banale dei rimpasti. Tutto impossibile: se tocchi una pagliuzza viene giù tutta la casa.
In questa situazione, figurarsi quanto sia realistico immaginare un centrodestra che accetta ciò che gli propone D’Alema, cioè di appoggiare un governo di transizione non guidato da Berlusconi. Ma la raffica di dichiarazioni contro il dirigente del Pd partite ieri dall’inner circle berlusconiano testimonia soltanto della loro insicurezza. Il fuoco di sbarramento conferma indirettamente che discorsi e tentazioni di questo tipo fra Pdl e Lega circolano, eccome. Solo che nessuno sa come dar corpo alle fantasie, e tutti sono spaventati solo all’idea di un simile strappo.
Si sottovaluta (anche nel Pd, di questo parleremo dopo) che lo strappo potrebbe essere il medesimo Berlusconi a tentarlo. A modo suo, si intende. Non oggi né domani, ma entro un anno da adesso. Come unica possibile via d’uscita dal vicolo cieco nel quale Fini lo ha infilato, rifilandogli un colpo al giorno nonostante le cronache siano piene a settimane alterne di previsioni di riappacificazione, o almeno di tregua. 

Non è un mistero che non solo il Pd, ma l’intero centrosinistra sia impreparato alle elezioni anticipate. Ha un bel dire Bersani che occorre lavorare per «accorciare le distanze» fra le opposizioni: con una parte essenziale di esse, cioè l’Udc, ciò che divide non sono i punti programmatici, ma proprio la strategia per la fuoriuscita dall’era berlusconiana. Casini non la affida a una nuova conta fra i voti del centrodestra e quelli del centrosinistra, sia pure a esito invertito rispetto al 2008, dunque non si adatterà mai a far confluire i suoi voti, pochi o tanti comunque decisivi, in quella conta insieme ai voti democratici.
Questo è il punto che sta dietro alla sortita dalemiana. È comprensibile che questi ragionamenti provochino una sofferenza nel Pd agli ulivisti, ai veltroniani, a tutti gli affezionati all’idea del Pd a vocazione maggioritaria come anche noi saremmo. Una sofferenza acuita – lo esprime bene oggi su Europa Giorgio Tonini – dalla consapevolezza che il corollario della proposta di D’Alema è la riapertura del dossier legge elettorale in chiave neo-proporzionalista, sul sistema tedesco.
Una discussione su questi temi è eterna, cioè nel Pd c’è sempre stata. La novità – una grande novità – è l’avvitamento berlusconiano che la ripropone con urgenza, in termini più drammatici. Per non parlare della nota indisponibilità di Napolitano a un facile scioglimento delle camere.
Del resto ieri si sono visti i segni di questa nuova consapevolezza. Intanto, nel consenso più ampio del prevedibile che la proposta di D’Alema ha raccolto nel suo partito. Ma anche nelle reazioni degli scettici: mentre il ruvido De Magistris parlava come un militante di Autonomia ai tempi del compromesso storico, Di Pietro diceva no alle larghe intese accettando però il fatto che fra un’eventuale crisi di governo e le elezioni vadano modificate la legge elettorale e, dice lui, il conflitto di interessi. Facendo dunque un altro governo.
Questo scenario è irrealistico o, come dice Rutelli che pure l’aveva pronosticato per primo, intempestivo e comunque legato solo alle decisioni di Bossi? Sicuramente sì, purtroppo per l’Italia condannata alla palude ancora per mesi. Non è però più irrealistico dello scenario di una pacifica ricomposizione nella tana di vipere del Pdl.
Qui, in subordine al derelitto interesse nazionale, deve subentrare nel Pd il calcolo sull’interesse proprio. Ci sarà un motivo se, in una stagione di austerità e scandali e nonostante tutto il lavoro sul territorio ordinato da Bersani, i democratici sono pietrificati nei sondaggi. La ragione è che trasmettono un disarmante senso di impotenza e di irrilevanza. Un’iniziativa politica rivolta allo schieramento dei partiti, che dia al Pd il centro della scena (anche mediatica) ponendo esplicitamente e concretamente il tema della fuoriuscita dal berlusconismo: se anche la mossa dovesse mancare l’obiettivo, è chiaro che gli elettori delusi la apprezzerebbero molto.

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Politica
10 maggio 2010
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Davvero può tornare Veltroni?
Si moltiplicano i segnali: la legislatura non finirà alla sua scadenza. Per tutti si avvicina il tempo delle rese dei conti e delle rivincite. E anche Walter Veltroni potrebbe avere la sua. Almeno, lui ci proverà. L’intervento di Cortona è stato forte, molto chiaro, senza le riserve retoriche di chi dice «voglio tenermi fuori dalla mischia». Un esplicito richiamo a quel discorso del Lingotto (2007) che segnò il momento alto della sfida riformista nella versione veltroniana, e che nel lessico democrat viene usato come sinonimo del Pd di alte ambizioni, a vocazione maggioritaria, di rottura delle continuità con il passato, le tradizioni e i totem della sinistra italiana.
Ma davvero Veltroni può tornare? Davvero c’è chance di leadership della coalizione (di questo si tratta: candidato a palazzo Chigi, non alla segreteria del Nazareno) per l’uomo che se ne andò quindici mesi fa inseguito dai rimpianti di chi aveva creduto in lui, dal rancore misto a senso di liberazione di chi l’aveva osteggiato, e dalla convinzione comune a tutti – citiamo per comodità solo il suo sostenitore più prossimo, Goffredo Bettini – che non avesse il carattere e la grinta per corrispondere alle attese che aveva suscitato?
Non sarà facile. Non sarà né come nel 2005 (quando tanti cercarono invano di convincere l’allora sindaco di Roma a scendere in campo per bruciare sul tempo Prodi), né come nel 2007, quando davanti a Veltroni venne steso un tappeto rosso di unanimità che conduceva fino al plebiscito delle primarie, sapendo (tutti) che da lì alla campagna elettorale il passo sarebbe stato breve.
Stavolta niente preghiere, niente tappeti rossi, niente plebisciti. Ci mancherebbe altro. Veltroni è uno di quei capi sconfitti che, se vogliono riconquistare una ribalta, se la devono sudare. Lui poi non è responsabile solo di una sconfitta elettorale (che i risultati successivi si sono incaricati di rivalutare), ma di qualcosa di più grave. Quando la sua leadership fragile andò in crisi, un intero grande progetto che non era solo di Veltroni andò in crisi con essa, dimostrando l’errore di aver troppo legato un’avventura collettiva a una singola persona, alle sue sorti, ai suoi limiti.

Questo è il principale ostacolo che Veltroni dovrà rimuovere, sulla strada per avere la sua rivincita: la diffidenza nel suo stesso partito. Non solo quella antica, ostinata, acida dei suoi avversari del tempo comunista e diessino. E neanche solo quella, qualunquista e distruttiva, del popolo della rete sempre pronto a tagliare la testa di chiunque la sollevi (come è accaduto tra sabato e ieri a Veltroni nei forum più frequentati). Il problema principale sarà la diffidenza di coloro che si erano affidati a lui nonostante tutti gli avvertimenti e le esperienza già compiute: Veltroni promette ma non mantiene. Veltroni fugge dallo scontro. Veltroni si fa sostenere ma non sostiene. Veltroni lancia il sasso, ritira la mano, poi ad averla tagliata sono gli altri, e lui già è pronto per rifarlo la prossima volta.
Siamo duri intenzionalmente, perché la posta in palio è alta e nessuno si farà più convincere dall’argomento «non ci sono alternative», oppure «è l’ultima possibilità». Le alternative ci sono, anche se nel caso di Bersani, eletto dalle primarie, corrispondono a concezioni del Pd e del centrosinistra fin qui non particolarmente vincenti e convincenti. E fra le possibilità, si può serenamente contemplare quella che il Partito democratico sia stata un’idea sbagliata, impossibile da realizzare, almeno in Italia in questo tempo. E che dunque sia meglio cercare strade nuove, ancorché difficili, piuttosto che tornare indietro su una strada che si è già dimostrata un vicolo cieco.

Per partire alti, il primo punto dell’opera di convincimento che attende Veltroni riguarda le politiche. Non è l’opera più difficile, almeno finché si sta all’opposizione. Anche a Cortona, come già appunto al Lingotto, l’agenda della rupture è apparsa ricca. Contratto unico di lavoro, tagli fiscali, vicinanza al mondo del lavoro individuale (partite Iva, commercianti, artigiani, professionisti), liberalizzazioni, riforma della giustizia. Rispetto alla linea di Bersani, la differenza sostanziale sta nell’affermazione che in Italia c’è ben poco da conservare, e che il Pd si sta invece attardando su fronti politicamente corretti (dal lavoro alla Costituzione) con una funzione meramente difensiva dell’esistente.
Sono le battaglie mai veramente consumate dentro alla sinistra, fin dai tempi del primo che si limitò a dichiararle, cioè D’Alema. Ora enunciare certi programmi non fa più scandalo, anzi ci sono affermazioni («il Pd è lontano dai produttori del Nord») ormai ripetute con la banalità del luogo comune. Vedremo se Veltroni vorrà uscire, e come, dalla forbice fra tabù intoccabili e luoghi comuni del riformismo accademico. Ci sono temi – il contratto unico per esempio – sui quali non c’è accordo neppure fra i convenuti a Cortona.
A questo proposito. Ben prima di riconquistare il Pd, per non parlare del paese, Veltroni deve conquistarsi un’area di sostegno interna. L’uomo ha sempre disdegnato l’idea di farsi una corrente, e rifiutò le sollecitazioni (anche, nel piccolo, quelle di Europa) a dotarsi di una maggioranza nel Pd all’indomani delle primarie falsamente plebiscitarie. Errore grave, frutto della sopravvalutazione del proprio potere personale e di una retorica unitaria che nascondeva in realtà la paura dello scontro interno. Molti degli eventi consumatisi in questi anni – non solo le dimissioni di Veltroni ma per esempio alcuni abbandoni, compreso quello di Rutelli – si sarebbero forse evitati dando corpo a una concezione al tempo stesso più collegiale, più realistica e più combattiva del confronto nel partito.
Veltroni esercita sull’attuale minoranza del Pd una leadership solo virtuale. Franceschini è colui che al posto suo ha dovuto reggere lo scontro in campo aperto con D’Alema, e tenere viva l’idea del Pd a vocazione maggioritaria nei mesi in cui Bersani – a quel punto con buoni argomenti – cercava di mettere in pista il cosiddetto “nuovo centrosinistra” allargato. Ci possono essere obiezioni su come il capogruppo alla camera ha interpretato la linea (antiberlusconismo spinto, repentini slittamenti a sinistra), ma il suo ruolo non può essere aggirato. Come toccherà risolvere una volta per tutte il tema degli ex-popolari di Fioroni i quali, nonostante l’atteggiamento ormai molto diverso di Franco Marini («datemi cinque giorni e porto a casa l’accordo unitario con Bersani, a nome di tutta la minoranza non solo dei popolari»), continuano a viversi come una quota che esige garanzie, peso e riconoscimento politico.

Area democratica – s’è visto bene a Cortona – non è un aggregato omogeneo, riproduce in scala la stessa mancanza di identità dell’intero partito. Ci sono dirigenti co-fondatori del Pd (oltre a quelli citati, Fassino e Gentiloni) titolari di piccole aree interne, mischiati a ormai ex-giovani promesse e a compagni di ventura più subiti che voluti, come Ignazio Marino.
In definitiva non dovrebbe essere difficile per Veltroni mettersi a capo di questo 40 per cento scarso del Pd: ma per riuscirci dovrà cancellare il ricordo del Veltroni che pretendeva di procedere (e peggio ancora, di governare) muovendosi due palmi sollevato da terra. Da questo punto di vista non sono incoraggianti, per quel che se ne sa, i primi passi della sua Fondazione.
Che poi – ammesso anche che Veltroni possa ripartire da una propria area di riferimento – la mappa del Pd è nel frattempo cambiata. L’involuzione personalistica di D’Alema (come si somigliano, certe sindromi…) lascia Bersani più isolato ma anche più autonomo, con tanta gente che simpatizza per l’uomo, ne apprezza lo stile un po’ antico, e ancora pensa che un Pd genericamente più “di sinistra” sia un luogo rassicurante nel quale riconoscersi.
Questa parte del Pd – maggioritaria alle primarie – certo non sarebbe felice di un ennesimo giro di giostra, e sicuramente diffida della poetica veltroniana più che di ogni altra cosa. Al limite, un logoramento di Bersani farebbe spostare attenzioni e speranze su personaggi che non hanno ancora avuto il tempo di deludere, Zingaretti e Renzi davanti a tutti.
Ma non si possono fare questi discorsi senza tenere conto che Veltroni non ha lanciato un’opa sulla guida del partito, mestiere che non gli si addice come anche lui ammetterebbe. Se gli ultrà del Pd all’americana accantoneranno il principio della coincidenza fra capo del partito e candidato premier, Veltroni avrà molte più carte da giocare, in modo più libero e potendo provare a costruire una più ampia rete di sostegno anche esterna. Nei giorni scorsi s’è ipotizzato un agreement con Nichi Vendola: mix interessante ma tutto da verificare nel merito (senza farsi condizionare dal tasso letterario e poetico dell’eventuale ticket: veramente al limite della sopportazione).
Come si è capito domenica, l’Udc guarda a simili prospettive con ansia, e si può ben capire: va a chiudersi uno dei due forni di Casini, tra l’altro quello che s’è rivelato il più accomodante. Ma Casini deve comprendere – glielo ha confermato ieri Bersani con una certa ruvidità – che nel Pd il suo appeal di alleato resistenziale contro Berlusconi s’è molto ridotto, mentre il gioco sul governo tecnico a trazione centrale s’è fatto troppo scoperto.

Più si allarga la platea, più appare vasto il terreno di fiducia e credibilità che Veltroni deve personalmente recuperare.
Uniti nel momento alto della loro carriera, lui e altri coetanei (appunto D’Alema, Rutelli, Fassino un po’ meno) sono uniti anche nella diffusa scarsa considerazione verso una generazione che s’è precocemente consumata per scarsa generosità, incapacità di fare gruppo e il peccato più grave di tutti: hanno sempre perduto davanti a Berlusconi.
Ci vorrà fantasia, Veltroni dovrà inventare formule nuove, per scongiurare il rigetto popolare verso i rieccoli. Del suo discorso di Cortona, l’unico vero errore è stato il riferimento al rientro in campo di leader europei sconfitti: non è vero, non succede. Anzi, proprio ieri la mossa più audace e spiazzante, potenzialmente vincente, di un leader progressista, sono state le dimissioni di Gordon Brown. Non certo con l’idea di tornare. Veltroni s’è già dimesso, numerose volte e da numerosi incarichi, e sempre per tornare. Che sarebbe successo di nuovo, Europa l’aveva previsto il 18 febbraio 2009, subito dopo l’ultima resa: «Veltroni oggi lascia. Ma tornerà, garantito: verso la fine della legislatura o forse già nel famoso e auspicato congresso vero del Pd».
Ci avevamo preso. Auguri per il nuovo tentativo, ma non sarà facile.

permalink | inviato da stefano menichini il 10/5/2010 alle 23:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
6 maggio 2010
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Dove ci manda D'Alema
Impazza il dibattito a sinistra: D’Alema ha fatto bene o male a mandare il vice di Feltri a farsi fottere in diretta televisiva, davanti a un pubblico record di cinque milioni di italiani?
Prima risposta, quella corretta: naturalmente no. Perché non si fa. Perché non è degno di un politico di rango. Perché i giornalisti non si attaccano comunque. Perché perdere il controllo è pessimo segno.
Stessa risposta, ma ulteriormente... corretta: D’Alema non doveva farlo perché uno come lui non si mette al livello di Sallusti, ormai noto al pubblico televisivo come watchdog a senso unico, con la propensione ad azzannare le caviglie solo degli avversari del suo editore, con le espressioni e gli argomenti più triviali possibili.
Accantonate le risposte corrette, rimane la forte impressione suscitata dalla reazione di D’Alema, che potremmo anche mettere in sequenza con lo sfogo (molto diverso nella forma e meno personale per lo spunto, ma nella sostanza altrettanto duro) che poche sere fa ha visto Bersani finalmente ribellarsi in tv alle battutine acide e inconsistenti di Marco Travaglio.
Non è certo una strategia studiata a tavolino, ma se lo fosse sarebbe interessante. E comunque l’effetto è il medesimo: in pochi giorni, due capi del Pd hanno fatto sfoggio di grande orgoglio personale e di partito, davanti a due pubblici televisivi ad alta densità progressista. Bersani con successo pieno, D’Alema in modo controverso (ma neanche tanto, a seguire gli affollatissimi forum sul web, generalmente entusiasti finché si rimane a sinistra).
Da due episodi incidentali potrebbe discendere una linea di condotta generale. Basta farsi mettere i piedi in testa. Basta subire il tiro incrociato di berlusconiani e giacobini. Basta passare per buoni ma fessi. Basta ragionamenti belli ma imbelli. Un approccio alla comunicazione, ma con due effetti collaterali tutti politici. Preparare l’ambiente alle asprezze della possibile campagna elettorale. E tagliare fuori dal discorso pubblico Walter Veltroni.

permalink | inviato da stefano menichini il 6/5/2010 alle 7:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
30 aprile 2010
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Svolta fiscale del Pd (ma sarà vera?)
Se è una strategia studiata a tavolino, complimenti a Bersani, e rivediamo le critiche sui suoi limiti di comunicazione. Non male l’idea di mandare uno dopo l’altro i giovanotti del Pd (giovanotti sempre relativamente all’Italia) a spiegare sul Foglio (a casa cioè di un avversario evoluto che gode a fare da levatore a grandi accordi, ancorché mai realizzati) in che cosa i democratici vogliono spezzare la continuità con le vecchie piattaforme di sinistra.
E se Andrea Orlando aveva avuto fegato nel demolire la sudditanza dem rispetto al partito dei giudici, ieri Stefano Fassina ne ha avuto anche di più, visto che ha spedito in soffitta non solo la tradizione del tassa e spendi (ricordate Padoa Schioppa: le tasse sono belle?) ma soprattutto la persona fisica di Vincenzo Visco. Che poi sarebbe il suo mentore al Nens, il centro studi economico di cui Visco e Bersani sono fondatori, e il punto di riferimento (fin qui mai rinnegato) di tutte le politiche fiscali della sinistra. Colui che appena mercoledì si domandava sull’Unità come mai i cittadini spaventati dalla crisi non si riparino presso il Pd, senza farsi il venire il dubbio che fosse anche, molto, colpa sua, se il Pd non appare tanto rassicurante ai cittadini/contribuenti.
In realtà esageriamo. Perché è difficile che la sortita di Fassina sul Foglio sia figlia di una astuta regia; perché non siamo sicuri del pensionamento di Visco; e perché in sostanza molte delle novità lanciate sul Foglio non sono poi così nuove, essendo state inserite o almeno evocate nel corso degli anni in diversi programmi elettorali e di governo dell’Ulivo/Unione.
Un messaggio di discontinuità però c’è, soprattutto considerando che fin qui la posizione bersaniana sul tema non era andata più in là di intercalari in emiliano: «Non le abbiamo fatto mica tutte giuste, sul fisco...».
La sorpresa è che il responsabile economico di Bersani recupera sui temi fiscali il nucleo più dirompente del famoso discorso veltroniano del Lingotto, quel discorso che nel team ora alla guida del partito è considerato più o meno l’origine di tutti i mali.
Già, perché anche secondo Fassina è venuto il tempo per il Pd di fare pace con i milioni di italiani che dalle tasse scappano non per avidità o per berlusconismo congenito, ma solo per sopravvivere. E anche secondo Fassina la riduzione del carico fiscale è una priorità non più solo in favore dei lavoratori, ma anche per «professionisti, artigiani, commercianti e imprenditori».
Su questa strada, qualche rottura con Visco si consuma davvero. Se non altro, l’addio ai famosi e famigerati studi di settore (che in verità stanno resistendo anche a Tremonti). E poi la rinuncia alle cinque aliquote. Riappaiono degli evergreen riformisti sui quali non si è mai insistito veramente, come l’aliquota fissa al 20 per cento per tutte le rendite, affitti compresi. Si pianta una spina nel fianco di Romano Prodi alludendo a misure protezionistiche europee contro la Cina. Ma soprattutto, entrando coi piedi nel piatto delle vicende interne al Pd, Fassina attacca frontalmente il collega Damiano e l’intero gruppo democratico alla camera, rei di proporre di finanziaria con una tipica tassa sui ricchi l’estensione a due anni della cassa integrazione. Chiaro (e interessante) l’intento di Fassina: la cosa in sé potrebbe perfino avere una sua logica redistributiva, ma noi semplicemente non dobbiamo mai più aggiungere o alzare le tasse a nessuno. Punto.
Bene, vedremo se Fassina sarà sommerso di improperi come il collega Orlando, oppure peggio verrà lasciato nel dimenticatoio. La svolta, o svoltina, nella paginata del Foglio ci sarebbe.
L’unico punto poco chiaro è l’approdo politico di questo ragionamento. Perché un conto è mettere i mattoni angolari di una radicale innovazione di programma del Pd in prospettiva futura. Un altro conto (e qui la scelta del Foglio fa pensare, e le parole di Fassina ancora di più) è adoperare qualche novità sul fisco per tentare triangolazioni politiche a breve con Giulio Tremonti e/o con la Lega.
Il primo intento è condivisibile senza riserve. Anzi, fra riforma della giustizia (Orlando), contratto unico (Ichino) e adesso Fassina sul fisco, sembra di intravedere la scintilla del ritorno a una certa vivacità riformista, sapendo però che potrebbe spegnersi presto.
Il secondo scenario non va demonizzato, e certo va nella direzione dell’interesse che D’Alema invita a nutrire verso qualsiasi cosa si muova fuori e ai margini del berlusconismo stretto.
Per Tremonti, Fassina è prodigo di apprezzamenti e disponibilità al dialogo. Nulla di male in sé. Basta non sprecare alcune buone idee – in un campo così delicato per il centrosinistra, poi – per tentare operazioni di medio cabotaggio. Poi le seconde falliscono, e le prime vengono dimenticate.

permalink | inviato da stefano menichini il 30/4/2010 alle 8:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
20 aprile 2010
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Nel Pd c'è chi tifa contro Fini
Non inganni il nostro titolo d’apertura: non siamo fra coloro (e sono tanti) che nel centrosinistra tireranno un sospiro di sollievo quando Gianfranco Fini disferà la valigia già pronta e deciderà di rimanere (ancora per quanto? e come?) nello stesso partito di Berlusconi.
La logica che conduce una parte del Pd a sperare che Fini rimanga dov’è non nasce da calcoli meschini, ma dalla constatazione della obiettiva debolezza del progetto democratico. È il timore dell’Onda, come l’ha chiamata Europa dal primo giorno, cioè dell’impatto negativo che una eventuale crisi dell’attuale bipolarismo potrebbe avere sulle fragili fiancate del Pd. È stato questo l’argomento cruciale della direzione di sabato scorso. E chi, come D’Alema, non solo non teme l’onda ma chiede di andarle incontro, lo fa a sua volta non per incoscienza, bensì perché convinto che il Pd debba cercare le vie della vittoria appoggiandosi a un forte alleato neocentrista (mai chiamarlo così) che funga da cuneo in un centrodestra altrimenti imbattibile.
Un alleato da aiutare con la leva della riforma elettorale.
È lo stesso ragionamento di Francesco Rutelli, che infatti dice apertamente di sperare che il caso Fini sia il preannuncio di uno smottamento del Pdl sul versante centrale. Non che Rutelli si faccia grandi illusioni sui tempi di questo fenomeno. E meno ancora deve farsene Casini, che fino a ieri ha taciuto sull’argomento che pure lo riguarda direttamente (può darsi ci siano anche timori di eccessivo affollamento di leader in un perimetro ristretto: altrimenti come spiegarsi la mancata fusione fra Casini e Rutelli fino a questo momento?).
In effetti il bipolarismo all’italiana non sembra ancora al capolinea, e questo grazie a Berlusconi (il che dà da pensare). Il centro pare ancora più la palestra di nuovi Udeur, che il laboratorio di un innovativo partito della Nazione. Si può capire che il Pd sia rassicurato dalla stabilità del quadro. È giusto non inseguire le chimere o fare calcoli sulle scissioni altrui. Ma c’è un punto ineludibile: per il Pd c’è ben poco di buono da conservare, nella situazione attuale.

permalink | inviato da stefano menichini il 20/4/2010 alle 7:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
12 aprile 2010
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Almeno nel Pd ditevi tutto
Neanche volendo avremmo potuto riproporre oggi un celebre titolo del glorioso Popolo, che nel 1992 tentò così, generosamente, di occultare la realtà di una delle ultime débacle del proprio partito: «La Dc tiene a Mantova».
Non avremmo potuto innanzi tutto perché ieri, in una giornata di ballottaggi complessivamente negativa, il Pd non ha tenuto neanche a Mantova, cedendo un comune importante e tradizionalmente progressista al centrodestra. E poi perché quel titolo del Popolo non portò tanta fortuna alla Dc, che sarebbe addirittura scomparsa di lì a poco. E noi davvero non vogliamo e non pensiamo che qualcosa del genere possa capitare al Pd, per una analoga incapacità di capire che cosa gli sta accadendo e invertire veramente la tendenza.
Per i democratici si apre così, malamente, una settimana importante che culminerà con una riunione della direzione, sabato. Nella breve storia del Pd c’è già una costante: sotto qualsiasi leadership le riunioni di vertice, sia pure in momenti clou, finiscono regolarmente nel nulla. Spesso disertate dai protagonisti, sempre teatro di un confronto insincero nel quale non vengono neanche ripetute le tesi poi esposte sui giornali. Quando segretario era Veltroni, D’Alema non si presentava oppure taceva. Idem con Franceschini. Parti invertite adesso con Bersani. Rutelli se n’è andato senza passare dalle sedi di partito. Prodi domenica ha spedito una lettera (neanche al Pd, al Messaggero) per proporre “soltanto” la radicale rifondazione del partito di cui in teoria sarebbe fondatore.
Intanto, come s’è visto, da fuori si lanciano take-over sulla guida del centrosinistra: difficile protestare nel nome del rispetto del dibattito interno, se esso non esiste (con l’eccezione, consentiteci, delle pagine di Europa).
Quest’ultima parziale ma amara sconfitta elettorale almeno questo dovrebbe consigliare: di dirsele tutte, guardandosi negli occhi, senza nascondersi dietro vezzi insopportabili («non ho incarichi nel partito...»), senza tatticismi. Per un bel po’ non sono in vista altre elezioni né primarie, dunque non ci sono calcoli da fare. Tranne uno: calcolare quanti italiani se ne sono andati in due anni. Quasi quattro milioni, nell’ipotesi migliore.

permalink | inviato da stefano menichini il 12/4/2010 alle 23:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
5 febbraio 2010
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Per il Pd si apre una Terza Via
Ed eccola, è arrivata la Terza Via per il Pd. Anche se per la verità sarebbe la primissima, la via originaria, quella che coltivavano oltre dieci anni fa Prodi, Parisi, Veltroni. La fa intravedere (in maniera un po' vaga in verità) Sergio Chiamparino. Ne scrivono in diversi su Europa, sul Foglio. Proverà a farne suo manifesto politico la mozione di Ignazio Marino, a convegno questo fine settimana. Ma la teoria più compiuta la propone Goffredo Bettini sul Riformista, e Bettini avrà moltissimi errori da farsi perdonare però rimane una delle teste migliori del centrosinistra.
Tutto si deve all'avventura parallela di Nichi Vendola e di Emma Bonino. Che sono accomunati non dalla prospettiva di una rinascita della sinistra radicale/antagonista (evento fantapolitico che nulla ha a che vedere con quanto accade in Puglia e nel Lazio), bensì dal dato mascroscopico evidenziato ieri su Europa da Elisabetta Ambrosi: entrambi sono diventati immediatamente catalizzatori delle speranze, delle passioni e del consenso della stragrande maggioranza di iscritti, militanti ed elettori del Pd. Pur senza essere, né Vendola né Bonino, non solo iscritti al Pd, ma neanche tanto amici visti numerosi precedenti a dir poco conflittuali.
La suggestione che il successo della coppia Vendola-Bonino fa venire in mente è quella di un maxi-Pd (Nuovo Ulivo, lo chiama Chiamparino, Grande Pd lo chiamò Giuliano Ferrara tempo fa) che abbatta gli steccati dei partiti fondatori del 2007 e si espanda a rappresentare l'intera area del centrosinistra, travolgendo naturalmente anche la cristalleria degli attuali rapporti di forza interni fra correnti e nomenklature: cocci peraltro già tutti in terra, dopo le fuoriuscite più o meno eccellenti, la frammentazione di Area democratica, il ruolo di battitrice libera di Rosy Bindi, la dimostrata impossibilità per Bersani di tenere le propaggini territoriali sotto controllo, la sua prevedibile autonomizzazione rispetto a D'Alema...
A sentire di molti, nel Pd di oggi non c'è molto da conservare dunque si può gettare nuovamente un cuore oltre l'ostacolo. Sarà. A noi non pare tanto facile.
Il fatto è che la suggestione di Bettini, Chiamparino, Marino eccetera non travolge solo la chincaglieria: travolge la linea politica sulla quale Bersani ha stravinto primarie e congresso. Noi chiamiamo quest'ultima ipotesi Terza Via – in sfregio alla scaramanzia – perché un Pd così allargato non era né il Pd di Veltroni (che forse avrebbe voluto farlo in questo modo, ma venne chiamato alla segreteria in un contesto molto diverso, rigido, post-fusione Ds-Margherita) né tanto meno il Pd di Bersani. Che casomai è o vorrebbe essere l'esatto contrario: un partito più compatto nell'identità, di ambizioni proprie più ridotte, che lascia spazio a sinistra e al centro a forze autonome, diverse da sé e coalizionabili in un “nuovo centrosinistra”.
Se questa idea di sovvertire dopo appena quattro mesi l'esito politico del congresso può prendere piede, è perché – come ha scritto anche Europa due giorni fa – la logica coalizionale di Bersani e D'Alema ha mostrato gravi limiti al primo impatto con la realtà, in questa fase di preparazione alle Regionali. Mettere insieme sigle e siglette, non c'è niente da fare, non funziona. Appena sulla scena si sono affacciati personaggi con una dote personale di credibilità e consenso (Vendola, Bonino, ma anche De Luca), il risiko delle geometrie variabili è saltato e tutti i partiti si sono dovuti regolare di conseguenza: non è ancora venuto il momento della loro ripristinata centralità, semmai verrà. D'Alema non ha smesso di dover soffrire per colpa di quelli che chiama cacicchi.
Dopo le Regionali si spalancano tre anni senza elezioni, destinati a un grande lavorìo di riassetto del sistema. Riaprire il congresso del Pd su questi temi di fondo sarebbe molto diverso che consumarlo nella spirale di ritorsioni e vendette fra dalemiani, veltroniani, fassiniani, popolari di ogni rito, rutelliani orfani. Per evitare che questo triste spettacolo si ripresenti, serve a poco la risposta un po' burocratica e parecchio retorica data ieri a Bettini da Stefano Fassina (perché agli operai dell'Eutelia, chiamati inopinatamente in causa, non dovrebbe essere utile avere a difenderli un Pd più forte e rappresentativo dell'attuale?).
Casomai lo stesso Bersani – che è persona pragmatica e nient'affatto ideologica – potrebbe decidere che di Prodi valga la pena di mutuare non solo l'understatement comunicativo ma anche le ambizioni strategiche, soprattutto ora che personaggi importanti ma ingombranti sembrano (e sono) fuori gioco.
Lo scenario è stimolante però, confessiamolo, è anche improbabile.
Anche perché non sarebbe solo il Pd a dover dimostrare una insospettabile verve rifondativa: radicali, vendoliani, verdi, tanti altri dovrebbero abbandonare le logiche ristrette nelle quali si sono sempre mossi. E anzi sarebbe per loro particolarmente difficile farlo se le avventure personali di Vendola e Bonino dovessero andar bene.
Vedremo. Quel che è certo, una volta di più, è che l'avvio della campagna elettorale regionale restituisce l'immagine arcinota di un popolo di centrosinistra con un fortissimo senso di appartenenza unitaria, del tutto indifferente alle tattiche di partito e pronto, appena gliene si dà l'occasione, a capovolgerle. C'è una saggezza di fondo, in questo imperturbabile ulivismo popolare (non sapremmo come altrimenti chiamarlo), con la quale prima o poi toccherà far pace.

permalink | inviato da stefano menichini il 5/2/2010 alle 23:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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