La crisi più difficile, per tutti
Da oggi è tutto più difficile. In effetti, come dice Bersani, si naviga senza punti di riferimento.
E
per quanto l’esito della guerra fratricida nel Pdl non fosse inatteso
sul Quirinale, anche per Napolitano la situazione s’è fatta delicata.
Tutto è più difficile, molto più difficile, soprattutto per Berlusconi ovviamente.
Il
pronostico di Giuliano Ferrara per il suo vecchio amico non è fausto, e
a ragione. Lo scenario del prosieguo della legislatura è da incubo: se
governare la maggioranza contro la guerriglia interna al Pdl s’è
rivelato improbo, è davvero impensabile che si possa andare avanti alla
camera dovendo scendere ogni giorno a patti con un nuovo gruppo di
imprevista consistenza, per di più nato da un atto di ostilità. Non è
affatto vero che la maggioranza senza i finiani sia autosufficiente:
negli ultimi tempi il gruppo guidato da Cicchitto non lo era neppure
quando era a ranghi completi. La brutta fine che ha fatto la legge sulle
intercettazioni telefoniche è solo il primo esempio di una legislatura
che definitivamente non ha più nulla da dare.
Eppure Bossi, colui che
davvero può farlo, non stacca la spina, né sembra intenzionato a farlo
finché il suo personale bottino di legislatura non si sia fatto congruo:
si dovesse andare a votare ora, Berlusconi potrebbe farlo sull’eterno
tema del tradimento subìto, ma la Lega al Nord avrebbe davvero poco da
mostrare alla propria gente.
Questa è forse l’incognita più grossa
che grava sui prossimi mesi, insieme alla partita che ovviamente si apre
intorno a una nuova legge elettorale che apra la strada al voto.
Sono
incognite che pesano su Berlusconi. Perché l’argomento del Fini
traditore può forse funzionare fra i suoi aficionados, ma davanti
all’opinione pubblica allargata il premier si è semplicemente rivelato
incapace di tenere unita una coalizione, come già gli era successo con
Follini, con Casini, e nel passato più remoto con lo stesso Bossi. Se la
Lega, chiudendo il cerchio di questi sedici anni, tornasse ad anteporre
i propri calcoli all’alleanza, il fallimento del leader sarebbe totale.
Non
che la strada di Fini sia agevole. Intanto c’è, nonostante la sua
posizione rigida e formalmente inattaccabile, il problema della
presidenza della camera. È un tema che il Colle sta monitorando pur
confermando la «continuità delle cariche istituzionali», e
obiettivamente investe la funzionalità dei lavori parlamentari.
Nel
caso assai probabile di scioglimento anticipato delle camere, Napolitano
si troverebbe a dover consultare Fini in un ruolo molto peculiare. In
più c’è da mettere nel conto, prima di arrivare a questo, una dura
offensiva dei berlusconiani di Montecitorio, in ogni sede: il Fini scuro
di ieri era il simbolo di una difficoltà e di un imbarazzo oggettivi.
Quel che invece risulterà facile a Fini sarà dare un’identità al suo nuovo gruppo. Europa
aveva già notato la virata delle ultime settimane, da “strana” destra
delle libertà civili a destra più tradizionale di legge e ordine, fin
quasi giustizialista. Questa è la strada giusta per conquistarsi spazio
nell’elettorato confuso e deluso del Pdl. Del resto, chi sta messo
davvero male dalle parti del Pdl sono gli ex camerati di Fini rimasti
con Berlusconi. Sì, la fedeltà ora li premierà, a breve. Ma fossimo in
La Russa, Gasparri, Matteoli, gente ancora relativamente giovane, ci
chiederemmo che cosa ne sarà di noi un minuto dopo l’uscita di scena di
Berlusconi. Fini a quel punto sarà la vera destra (con questo calcolo si
spiega il successo del reclutamento di Futuro e libertà). E loro chi
saranno? Questo è da tempo l’assillo di Alemanno, che infatti si muove
con notevole goffaggine intuendo il rischio di rimanere né carne né
pesce, né berlusconiano né destra.
Chi aspetta vendemmia dal nuovo
scenario che si è aperto è il centro, che vorremmo dire di Casini e di
Rutelli se non fosse che il loro progetto unitario non s’è mai
concretizzato. Diciamo che i due hanno azzeccato l’analisi sulla crisi
del bipolarismo all’italiana, ma hanno vistosamente fallito nell’offrire
un’alternativa politica. L’arrivo di Fini nel campo dei senza patria
non semplificherà loro la vita, anzi: nel pollaio fa irruzione il gallo
più grosso, più famoso e col credito più alto da esigere. Un vero
progetto terzopolista non c’era e continuerà per un po’ a non esserci.
Infine,
il Pd. Dei tre segretari democratici che si sono segretamente ispirati
al motto “un minuto più di Berlusconi”, Bersani è quello che senza
meriti specifici rischia di andare più vicino al successo.
È più fortunato degli altri due, come Europa
gli ha sempre riconosciuto. Ma da qui a dire che la famosa mela cadrà
nel suo famoso cesto, ne corre. Il Pd vede smontarsi il Pdl senza aver
fatto nulla perché ciò accadesse. Anzi: sia il segretario sia molti dei
suoi oppositori interni hanno sempre confessato il terrore per un
collasso del sistema politico. Ancora dal viaggio americano di quindici
giorni fa, i collaboratori di Bersani chiamati a commentare la sortita
dalemiana sul governo di transizione garantivano: nulla da dire, perché a
destra alla fine non succederà nulla. Invece qualcosa è successo,
altroché. E D’Alema si ritrova a essere l’unico ad aver elaborato un
minimo (davvero un minimo) di strategia davanti all’emergenza. Non
avendoci pensato per tempo – nella convinzione/speranza che nulla
sarebbe successo – il Pd come partito si ritrova subito diviso: le
elezioni anticipate con l’attuale legge non le vuole nessuno, ma da
Veltroni a Marino passando per gli ulivisti, sono tanti quelli che
denuncerebbero l’adesione a un governo di transizione insieme alla
destra come un tradimento della ragion d’essere democratica. In più ci
sono i sondaggi, che vedono Pdl e Pd avvicinarsi sì, ma solo per il
crollo berlusconiano. Rimane il timore che, a fronte di eventuali
offerte elettorali innovative, i tantissimi voti in libera uscita da
destra, dal centro e anche dalla sinistra potrebbero non premiare
affatto il Pd.
Perdere “insieme” a Berlusconi è l’unico destino immaginabile che sia peggiore di perdere “contro” Berlusconi.
La
crisi trascina il Pd giù dalla finestra alla quale s’era affacciato.
Non erediterà automaticamente l’Italia dalla caduta del tiranno, questo
dovrebbe essere chiaro a tutti. Nessuna mela in nessun cesto. Tocca
trovare, molto rapidamente, una forte unità interna intorno a una
proposta di soluzione adeguata all’emergenza.
Non è facile, perché ci
saranno da tenere insieme una capacità di interlocuzione con gli altri,
mai effettivamente tentata, e l’autonomia del Pd, che è stato uno dei
totem delle primarie bersaniane. Non facile, già parlando di riforma
elettorale.
Alla fine, comunque, nessuno finga sorpresa o disappunto
se l’eventuale soluzione, tra le altre cose, implicherà la consegna
della leadership (di transizione e non solo) a qualcuno fuori dal
partito: come abbiamo scritto decine di volte, questa era la conseguenza
implicita della rinuncia alla famigerata vocazione maggioritaria del
Pd. Ci siamo quasi arrivati.