.


Politica
7 settembre 2010
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
berlusconi fini bossi pdl fli casini
Pdl: niente era, e niente ritornerà
Domenica Gianfranco Fini ha fatto un solo vero errore: quando si è detto vittima di una lapidazione islamica. Che è una metafora azzardata in queste ore, una di quelle figure retoriche di cui i politici abusano senza rendersi conto di quanto stridano con certe micidiali realtà. A parte l’improprio richiamo a Sakineh, il discorso di Mirabello è stato perfetto anche nella sua sostanziale ipocrisia, quella disponibilità a sostenere il governo da parte di chi – come diciamo da mesi – è il peggior nemico che Berlusconi abbia mai avuto, l’unico a questo punto platealmente determinato non solo a sconfiggerlo politicamente, ma a umiliarlo personalmente, a smontarne il carisma, a macchiarne l’immagine. Capita così, quando uno scontro fratricida non ha come posta in palio la prevalenza momentanea di uno schieramento sull’altro, ma la sostituzione di un leader e di un progetto all’interno del medesimo schieramento.
Chi per mesi predicava o prevedeva la riappacificazione non coglieva il punto essenziale: la destra di Berlusconi e quella di Fini non possono coesistere, non solo dentro lo stesso partito ma dentro la stessa scena politica.
I prossimi tempi saranno segnati da una lotta che avrà un solo sopravvissuto: una sola destra rimarrà in piedi, oltre alla Lega.
E quella che oggi ancora si chiama Pdl non parte favorita, per il motivo banale che non corrisponde ad alcun progetto che possa ormai essere realizzato.
Saranno sempre di più coloro che nel Pdl se ne renderanno conto, come Bossi e Tremonti e anche Giuliano Ferrara hanno già fatto. L’ultimo bastione di Berlusconi è il salvacondotto personale e la tutela dei beni. Non c’è Quirinale, non c’è riforma della Costituzione, non c’è apoteosi di alcun tipo all’orizzonte, e neppure l’obiettivo minimo di durare al governo (per continuare a chiamarlo così). Per qualsiasi disegno berlusconiano manca la forza parlamentare, verrebbe a mancare ulteriormente nel momento stesso in cui il presidente del consiglio annunciasse le dimissioni, non ne verrà mai a sufficienza da elezioni anticipate anche se le convocassero, ridicolmente, a dicembre.
Gli animal spirits della politica, dentro e intorno ai Palazzi, queste cose le annusano, le capiscono prima che gli eventi si consumino.
Al Pdl rimarrebbe una sola via di riscossa, talmente paradossale da risultare impraticabile: il passaggio di testimone. Cioè nel gesto che un Berlusconi che non fosse davvero Berlusconi avrebbe dovuto meditare e annunciare tanto tempo fa, quando aveva ancora intorno a sé l’intera Casa delle libertà, Casini compreso.
Quella sarebbe stata l’apoteosi, da lì sarebbe nato un centrodestra formidabile, quasi imbattibile, e la rivoluzione berlusconiana sarebbe diventata costituzione, cambiamento reale, storia.
Non è accaduto, non poteva accadere, non accadrà. Berlusconi non concepisce un dopo- Berlusconi, e chiunque dei suoi abbia meno di 70 anni sta ora considerando questo abisso davanti a sé.
Dal niente il Cavaliere ha creato la propria creatura, e nel niente la lascerà. 
permalink | inviato da stefano menichini il 7/9/2010 alle 17:42


Politica
1 settembre 2010
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Altro che benigni, a destra si scannano
Giorgio Napolitano è un grande capo dello stato. È anche un uomo spiritoso, al quale è bastato un «ecco...» per celebrare il de profundis della legge sulle intercettazioni telefoniche (scambio di frasi coi giornalisti: che fine ha fatto quella legge? è su un binario morto. ah, ecco). Tra l’altro, il sarcasmo è suonato  sinistro per il progetto di processo breve.
Può darsi invece che Napolitano non sia altrettanto infallibile come analista politico. O meglio, la sua osservazione sulla «evoluzione benigna» della situazione appare ottimista.
È chiaro che nei prossimi mesi si parlerà molto di economia, come auspica il presidente della repubblica. Ma nel centrodestra al governo non c’è traccia della lucidità e della determinazione necessarie a mettere l’Italia al passo con le economie occidentali (tutte di segno positivo), e a trovare soluzioni per riempire l’inquietante forbice fra la ripresa e l’occupazione: la prima avanza, sia pure lentamente, ma la seconda arretra.
Le opposizioni puntano a un autunno caldo, nel senso di forti campagne sui temi del lavoro, dei bisogni traditi delle famiglie, delle tasse che aumentano invece di diminuire. C’è poco da dire: questo è il terreno sul quale soprattutto il centrosinistra (ma segnali arrivano anche da Udc e finiani) vuole preparare il clima per la probabile primavera elettorale.
Berlusconi, il governo e la maggioranza si inchiodano invece a tutt’altro. E per loro scelta. Se dai giornali amici del premier dovevano arrivare segnali di distensione verso Fini, ecco invece una recrudescenza di insulti e appelli alla pulizia etnica. Col culmine comico della pasdaran Brambilla accusata di organizzare pullman di contestatori per il comizio finiano di Mirabello: se fosse vero, sarebbe la sua unica iniziativa concreta per incrementare il turismo.
Tutto si può prevedere per l’autunno, tranne che Berlusconi trovi tempo e testa per occuparsi di questioni come il profondo rosso del mercato dell’auto o la disoccupazione giovanile. L’unica «evoluzione benigna» da auspicare per l’Italia è l’accantonamento di questo ingombro che è diventato il presidente del consiglio.
permalink | inviato da stefano menichini il 1/9/2010 alle 23:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
28 agosto 2010
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Due o tre cosa da capire su questo Nuovo Ulivo
La geometria delle coalizioni prospettata da Bersani dovrebbe essere sufficientemente chiara, ma già si affollano i complicatori delle cose semplici. Per esempio a proposito della leadership: siccome rimaniamo convinti che lo scenario delle elezioni in primavera sia il più probabile, la domanda che dovrebbe prevalere su tutte non è intorno a chi guiderà quello che potremmo chiamare il “cerchio interno” della geometria bersaniana (altrimenti noto in queste ore come Nuovo Ulivo), bensì sulla personalità in grado di rappresentare quella varietà di forze provvisoriamente chiamata Alleanza per la democrazia. Insomma il cerchio più ampio, il novello arco costituzionale, il transitorio patto simil-Cln fra tutti coloro che vorrebbero dopodomani contendersi il governo del paese senza Berlusconi.
Sarà infatti quest’uomo, o donna, presumibilmente non di sinistra, forse neanche di centrosinistra, probabilmente partiticamente non connotata, a dover reggere su di sé il peso dello scontro diretto col Cavaliere ferito.
Il discorso sul Nuovo Ulivo è importante, ma da impostare diversamente.
Il capocordata potrà certamente essere scelto con le primarie e il Pd dovrà battersi perché sia uno dei suoi: al momento attuale, per via più naturale, Bersani medesimo. Ma qui c’è fin d’ora da recuperare molto tempo perduto nella definizione del carattere innovativo di questo centrosinistra: un lavoro che non è stato fatto, nella convinzione che ce ne sarebbe stato il modo fino al termine naturale della legislatura. Si può capire ora la prontezza a salire sul carro da parte dei cespugli che furono la vera condanna dell’Unione prodiana (altro che Pd e Veltroni), e va apprezzata la vivacità vendoliana. Entro un mese (conferenza programmatica dem) Bersani dovrà però far capire a tutti costoro che se l’emergenza antiberlusconiana unisce senza discriminazioni, il nocciolo politico dell’alleanza è invece fatto di gente che l’Italia la vuole cambiare, non conservare così com’è. Anche sui terreni più scivolosi: nuove regole sul lavoro, pluralità sui temi biopolitici, rottura dei monopoli compresi quelli pubblici locali. Fin qui abbiamo capito come potrebbe essere la geometria delle coalizioni. L’aritmetica dei voti verrà per ultima. In mezzo c’è la parte tosta del programma, e siamo indietro con i compiti.
permalink | inviato da stefano menichini il 28/8/2010 alle 18:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
27 agosto 2010
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Almeno la strategia dem è chiara
Il campo delle forze prende forma, in una giornata segnata da due eventi importanti per la politica e da un terzo – il discorso di Marchionne a Rimini – che per quanto possa essere discutibile richiama con grande efficacia la gravità della crisi italiana. Il senso dell’emergenza che si avverte nel sistema politico diventa acutissimo, se ad esso si giustappone l’appello dell’amministratore delegato della Fiat: il mondo cambia di corsa mentre gli italiani rimangono fermi a guardare.
In realtà, la scena politica non è immobile. Non ci stancheremo mai di scrivere che la rottura nel centrodestra è irrimediabile. Appena poche ore dopo l’esito attendista del summit Berlusconi-Bossi, deflagra la bomba della convocazione ad personam dei finiani davanti ai commissari politici del Pdl, per rispondere delle proprie posizioni individuali: la separazione sarà durissima, altro che ricomposizione.
Questo primo fatto politico di giornata è la conferma di un processo irreversibile di articolazione del centrodestra in due tronconi, uno berlusconiano e uno “costituzionale”.
Il secondo fatto politico si collega a questo: la precisazione della strategia del Pd di Bersani offre un’ipotesi di fuoriuscita dalla crisi che, la si trovi più o meno convincente e vincente, comunque obbliga tutti gli altri a prendere posizione. Come hanno fatto subito Berlusconi e, con qualche ambiguità, Casini. La proposta di Bersani su Repubblica sorvola (inevitabilmente, per ora) su alcuni dettagli che sono invece essenziali. Ma se non altro ha il pregio della chiarezza. Vediamola.

La premessa è che l’ultimo scontro elettorale con Berlusconi non sarà uguale ai molti che l’hanno preceduto, “normali” conte fra centrosinistra e centrodestra. Un po’ perché il clima politico è degenerato, ma soprattutto perché la prossima volta fuori dal centrosinistra ci saranno altre forze determinate a chiudere la stagione dell’attacco alla Costituzione e all’equilibrio fra poteri dello stato.
Questa è (qualcuno dirà: finalmente) una sensibile correzione della linea con la quale Bersani è diventato segretario del Pd. Che come si ricorderà si riassumeva nella formula, tentata in alcune elezioni regionali, del nuovo centrosinistra allargato all’Udc.
La correzione è più importante di come appaia, perché ha implicazioni strategiche (che possono inquietare qualcuno nel Pd). Si riconosce che fuori dal berlusconismo sta nascendo un nuovo centrodestra, del quale Casini e Fini sono soci fondatori e col quale – superata l’emergenza, ovvero uscito di scena con la forza Berlusconi – toccherà confrontarsi da avversari, in un bipolarismo più sano.
Su questo punto Bersani la pensa sostanzialmente come il Veltroni di martedì scorso: la nostra candidatura a governare, limpidamente, da posizione democratiche e di centrosinistra, è rinviata a quando la lotta di liberazione dal Cavaliere sarà stata vinta.
È davvero lo schema Cln, in definitiva. E infatti ieri Casini apprezzava Bersani: soprattutto per il fatto di essere tenuto fuori, finalmente, da qualcosa che non lo riguarda, cioè la riorganizzazione del centrosinistra.
Fin qui tutto semplice, si fa per dire. Il “nuovo centrosinistra” si ridimensiona: la sua area torna a essere quella tradizionale (non a caso Bersani riesuma l’Ulivo: anche come simbolo elettorale?). Che non tornino anche i tradizionali problemi che già condannarono Prodi, questo è tutto da dimostrare. Nella logica bersaniana infatti il Nuovo Ulivo è un cartello di sigle (già entusiasti i Verdi, Rifondazione appare interessata) e la sua solidità riformista – per quanto il segretario Pd sia garanzia del contrario – già vacilla un po’: siamo pericolosamente vicini allo schema Pd più cespugli, come ai tempi dei Ds.
La vera grande incognita è nella formula matematica che possa rendere vincente la somma fra Nuovo Ulivo e centrodestra antiberlusconiano. Stante l’attuale legge elettorale, Bersani deve contemplare l’ipotesi di «un patto vero e proprio»: il Cln che si fa lista. Veramente arduo da immaginare.
Più forte appare la sua subordinata («forme di convergenza» fra due minicoalizioni distinte, sulla difesa delle regole e della Costituzione), soprattutto se abbinata al riferimento alle «energie esterne ai partiti».
Ecco, in questa espressione bersaniana c’è la chiave di tutto, il fattore che rimane incognito (perché non può essere che così, adesso) e potrebbe rivelarsi risolutivo, come anticipava Europa martedì: l’affidamento a una personalità attualmente fuori dalla politica della leadership di questa ampia e transitoria Alleanza per la democrazia.
permalink | inviato da stefano menichini il 27/8/2010 alle 18:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
26 agosto 2010
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
berlusconi bossi fini pdl lega
Il ritorno del tirare a campare
Altro che tigri di carta, come diceva il presidente Mao. E chissà dove ha messo lo spadone con cui battezza i cavalieri celtici, il Bossi che esce dal summit con Berlusconi: più doroteo dei dorotei, il capo leghista comunica che «si va avanti così». Che «per adesso non si fa nulla ». Che elezioni «non se ne parla». E che nessuno sarà chiamato in soccorso della maggioranza, perché l’ex tonitruante presidente del consiglio preferisce provare a ricucire, a rimediare, a recuperare, magari a ricomprare qualcuno dei parlamentari che hanno abbandonato il Pdl.
I capi della destra sono così: un giorno rodomonti, il giorno dopo con la coda fra le gambe.
Un giorno minacciano sfracelli elettorali, il giorno dopo rifanno i conti e decidono che alle urne si rischia troppo.
Soprattutto, in quel paradiso dell’amore che era il centrodestra nessuno si fida più dell’amico fraterno. Berlusconi vede nemici dappertutto: non fa in tempo a riabilitare Casini che già Tremonti gli appare come un nuovo congiurato, e le elezioni anticipate il peggiore degli agguati. La logica politica si smarrisce nei meandri dei calcoli, delle paure e delle passioni di un Pdl che in pubblico s’è dato opinion leader come Santanchè e Stracquadanio, ma nella sostanza si affida agli adagi della Prima repubblica: finché la barca va… Alla fine, tante complicazioni si riassumono in un concetto banale: nessuno di coloro, a cominciare da Casini e Fini, che si sono imbarcati nella missione di far cadere Berlusconi può più permettersi di fermarsi, né tanto meno di tornare indietro. E siccome non hanno fretta, il loro ideale è proprio il “tirare a campare” uscito come linea berlusconiana dal summit di ieri.
Del resto, a parte la fondazione di Forza Italia e il predellino (cioè forzature fatte in casa propria), Berlusconi non ha mai una sola volta compiuto un autentico azzardo politico.
Al di là della mitologia sul Cavaliere coraggioso, la verità è che l’uomo non ama il rischio se non è sicuro di vincere facile. Non diciamo un codardo, ma insomma.
Quanto a Bossi, che ieri ha accettato di fare melina, può essere scambiato per un leader invincibile solo da una sinistra che abbia paura della propria ombra.
permalink | inviato da stefano menichini il 26/8/2010 alle 18:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
24 agosto 2010
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Alleanza per la Costituzione? Ci vuole un leader
Suona assurda, la proposta avanzata dal Fli di un nuovo governo a guida berlusconiana e a maggioranza allargata a Udc, rutelliani e perfino “democratici delusi”. Infatti è assurda, anzi provocatoria: conferma la volontà di Fini di tenere Berlusconi insabbiato in una crisi iper-politicista che ne logori ulteriormente il carisma. «Un film», così Cicchitto definisce la proposta: avrebbe ragione, se non fosse anche lui attore in film altrettanto inverosimili come Dureremo cinque anni oppure Possiamo fare le riforme da soli.
Nella provocazione di Bocchino c’è anche un segnale più sottile: per la prima volta i finiani riconoscono di far parte di una nuova area di centro-centrodestra intenzionata a giocare in quanto tale la partita della crisi oggi, e quella delle elezioni domani.
Per quanto assurdo sia quest’ultimo parto della fantasia dei politici, bisogna però riconoscere che neanche quelli che l’hanno preceduto appaiono fulminanti. Compresa la più recente formula di coalizione elettorale proposta da Dario Franceschini e condivisa a quanto pare da tutto il gruppo dirigente del Pd: l’Alleanza costituzionale.
Intendiamoci, l’idea ha una sostanza. Sui giornali ne leggerete come di un’ammucchiata, un guazzabuglio, un minestrone immangiabile. Ma alla fine la contesa elettorale ha una sua semplicità, riduce chiacchiere e velleità al grado zero (soprattutto con il sistema vigente): chi vuole liberarsi di Berlusconi, nei prossimi quattro- otto mesi dovrà confrontarsi con la necessità di unire le forze. E ormai il fronte di chi, esplicitamente o meno, considera la sconfitta di Berlusconi un ineludibile fattore di sblocco spazia da Vendola a Montezemolo, da Di Pietro a Casini, da Bersani a Fini, a Rutelli, forse anche alla Cei.
Giusto quindi misurarsi col problema e provare a dare alla soluzione un nome adeguato alla funzione: l’alleanza trasversale di tutti coloro che difendono la Costituzione, il sistema di regole e di poteri che Berlusconi alla fine non ha minimamente intaccato ope legis ma tenta ogni giorno di aggirare e violentare. Il fatto però che la proposta di Franceschini sia subito stata respinta dai giri vendoliani e dipietristi, e lasciata a bagnomaria da centristi e finiani, dimostra che ha un lato debole.
Non basta dare all’ammucchiata una funzione storico-politica, perché risulti meno ammucchiata. Questa identità, per quanto emergenziale e provvisoria, deve nei tempi moderni legarsi a una leadership, a un volto, a una personalità che immediatamente riconduca, per autorevolezza e curriculum, all’impegno nel quale si riconoscono forze così diverse.
Questa volta, davvero, la sopravvivenza politica di Berlusconi non dipende solo dal suo talento. Lo avvertiamo a pelle tutti: se appena ci fosse un’alternativa, un’altra leadership da opporgli, stavolta neanche i miracoli lo salverebbero.
Si dirà che è banale e riduttivo ma, credete, alla fine la domanda che conta è una sola. E non appena scatterà il count-down elettorale dovrà avere una risposta rapida: esiste questo leader? Chi è?
permalink | inviato da stefano menichini il 24/8/2010 alle 18:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
20 agosto 2010
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
berlusconi feltri boffo fini
Il fattore F. che rovinerà Berlusconi
C’è un problema grande come una casa, a destra, che sta rovinando Berlusconi? Sì, c’è. E in effetti comincia per F. Ma non F come Fini, bensì F come Feltri.
Lo andiamo scrivendo da mesi, almeno dal caso Boffo se non prima. Ora dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti. La credibilità del Pdl precipita per un complesso di fattori, tutti legati alla necessità di difendere politici mediocri accomunati solo dalla loro fedeltà canina al Cavaliere.
Il direttore del Giornale non è un politico, non è un mediocre e non è ottusamente fedele al proprio editore. È peggio. Si sente più forte di lui, più in sintonia col popolo di destra e più libero di perseguire quella linea di rottura politica e istituzionale che in effetti – a ben guardare – Berlusconi declama, con successo elettorale, ma non pratica mai fino in fondo.
Già tentato molte volte in passato, ieri s’è ripetuto l’affondo diffamatorio contro Napolitano.
Stavolta con l’arma considerata più vile: l’utilizzo delle parole di uno scomparso, nel caso Francesco Cossiga. L’incidente, con la replica sprezzante del Quirinale, arriva nel momento peggiore per Berlusconi, quando tutti hanno capito che nei suoi calcoli politici il centrodestra è subordinato agli orientamenti che vorrà prendere la presidenza della repubblica.
Per quanto politicamente primitivo e imprudente, Feltri si considera la vera anima della destra votata a rompere gli schemi.
Non deve risponderne ad alcuna autorità e ad alcun elettore: non succede solo a sinistra, dunque, che ci siano giornali che pretendono di dettare la linea a partiti indeboliti.
In più, particolare non secondario, Feltri combatte fino all’ultima copia in un mercato duramente concorrenziale e in crisi, quello dei quotidiani: e qui, come dimostra lo speculare fenomeno del Fatto, la fortuna editoriale arride in questo momento a chi la spara più grossa e più cattiva. Evidentemente una buona parte dei lettori di destra e di sinistra questo vuole trovare in edicola: campagne e denunce rabbiose contro gli avversari politici e contro gli alleati troppo teneri.
L’unico problema è che, scatenato su questa via senza ritorno, Feltri inanella topiche giornalistiche, scelte politiche dissennate e dannose per la destra (come l’ultima, appunto, quella di ieri), tentativi di sputtanamento che si ribaltano se non su di lui, sicuramente sull’immagine già fangosa del suo editore.
Come Europa aveva facilmente pronosticato, l’aggressione a Fini non ha prodotto alcun effetto politico e si esaurisce in un irrigidimento delle posizioni dei suoi sostenitori: l’opposto di quanto sarebbe convenuto a Berlusconi.
Per un po’, in questa aggressione Feltri s’è tirato dietro (per deviate logiche di concorrenza) Libero e il Fatto, esercitando perfino un ricatto esplicito sul Corriere. Ora è rimasto solo, con le sue ultime cartucce, i suoi ultimi confusi testimoni, a scrivere improbabili appelli pubblici “ai finiani”.
Non si farà smontare dal fallimento, Feltri. Magari chiederà scusa, come ha già dovuto fare con Boffo, poi cercherà nuove vittime per il suo giornalismo cannibale. Ma la sua vittima più grande, l’unico politico che sarà veramente rovinato dal feltrismo, è proprio l’unico che il Giornale non attaccherà mai: l’editore.
permalink | inviato da stefano menichini il 20/8/2010 alle 18:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
17 agosto 2010
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
berlusconi feltri lega bossi fini
E alla fine a destra rimarrà solo la Lega
Berlusconi, trascinato e interpretato dai più estremisti e avventati dei suoi seguaci, ha puntualmente commesso l’errore più grave che un presidente del consiglio sulla soglia di una crisi di governo possa commettere: s’è messo gravemente contro il capo dello stato. La ragione è sempre quella, l’incapacità di concepire e di gestire un sistema di poteri indipendenti gli uni dagli altri. Il luogo è il medesimo: le deliranti pagine del Giornale di Feltri, sicuramente l’uomo che perderà Berlusconi sopravvivendogli felice e arricchito. Infine, anche la conseguenza è sempre la stessa: la forza del populismo berlusconiano si insabbia in una debolezza politica e istituzionale che sconfina con l’impotenza.
Bossi non fa più errori di questo tipo. Mostrandosi più abile del suo alleato, è da anni che si tiene alla larga da polemiche dirette col Quirinale. Eppure guida un partito che ha ancora nel proprio statuto la più anticostituzionale ed eversiva delle ragioni sociali: la divisione del paese.
Il diverso spessore politico e la maggiore abilità del leader leghista sono altri due mattoni che vanno a consolidare un’impressione che Europa ha maturato da tempo: nel crepuscolo berlusconiano ci sono tutti i segni dell’affermarsi della Lega come il grande contenitore che al Centro Nord assorbirà il grosso dell’eredità elettorale del Pdl. È un fenomeno già in atto. Bossi è sostanzialmente fermo sulla scena politica. Ponte di Legno non è stato certo un raduno di massa, come non lo fu Pontida due mesi fa. Ai milioni di padani pronti a scendere in piazza per difendere il governo non crede neanche la trota. A livello di governo, i leghisti non si aspettano nulla più di quanto hanno già incassato. Eppure, flussi elettorali imponenti escono dal Pdl al Nord, si soffermano nell’incertezza e nell’astensione e infine si orientano in massima parte sulla Lega. Non più nel tradizionale ruolo di voto di parcheggio, ma come destinazione stabile.
È un tema che dovrebbe interessare tutti, a cominciare dai berlusconiani: ce ne sarà pure qualcuno che, anche solo per motivi anagrafici, si interroghi sul destino proprio e del centrodestra oltre Berlusconi. Nell’apparente velleità delle sue mosse, almeno Fini si è preparato un futuro non da militante o satellite del Carroccio.
permalink | inviato da stefano menichini il 17/8/2010 alle 17:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
14 agosto 2010
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
È così che immaginavamo la sua fine
Sfogliamo il Giornale di Feltri e abbiamo una folgorazione.
Non è forse proprio così che ci aspettavamo la fine di Berlusconi? Non ce lo siamo detti migliaia di volte, che non ci avrebbe lasciati senza prima scatenare il finimondo? Non lo sapevamo da sempre, che quando avesse esaurito le armi della politica avrebbe adoperato qualsiasi altro strumento contundente?
Se la salvezza del Pdl è messa nelle mani di Feltri e di Belpietro, di Previti e del suo avvocato, e dei dossier veri o fasulli che questo circuito produce e pubblica, allora il messaggio di Berlusconi al paese non può essere più chiaro: sul piano politico ho perduto , passo ad altre forme di lotta.
Naturalmente non sarà questo che dirà il premier, quando domani terrà la conferenza stampa ferragostana affiancato dai volti rassicuranti di Maroni e di Alfano.
Ma mai come stavolta la sua lingua sarà biforcuta: le paginate del Giornale sono sicuramente più schiette a proposito delle sue reali intenzioni e del suo effettivo umore.
Dunque è questo che sta succedendo: spiegatelo per favore a coloro che per sudditanza o subalternità continuano a vedere un Berlusconi con tutti gli assi in mano. I suoi somigliano a quelli che secondo Formica erano nella manica del penultimo Craxi assediato dalle procure: carte mediocri, che non fermarono l’assalto di Di Pietro perché tutto intorno al pm s’era creato un ambiente favorevole.
Questo è esattamente l’effetto, forse non calcolato, che le ritorsioni berlusconiane contro Fini stanno suscitando a diversi livelli di opinione pubblica. Non ci spiegheremmo altrimenti Montezemolo, Marcegaglia, la media e piccola produzione, la Cei, la correzione di rotta del Corriere negli ultimi due giorni, i commenti di grandi media internazionali (ignorati in Italia).
Non ci facciamo illusioni e conosciamo l’obiezione: poteri forti ma senza elettorato.
Obiezione accolta, ma ricordiamoci che non siamo ancora alla precipitazione elettorale.
Ciò che conterà in autunno – e definirà campo e rapporti di forze della contesa elettorale – saranno ancora la manovra politica e il clima nel paese.
Sta crescendo a vista d’occhio il grande e trasversale partito di chi, in un modo o nell’altro, vuole chiudere la stagione di Berlusconi.
Cresce anche perché constata l’incapacità del Cavaliere di trovare e indicare soluzioni politiche. Cresce, infine, perché in tanti vogliono sottrarre se stessi e l’Italia alla terrificante minaccia di terra bruciata messa in atto dai berlusconiani più scatenati.
Da ieri questo partito del buonsenso, informe ma sempre più determinato, sa di avere un punto di riferimento importante.
Napolitano ha dato voce all’ansia di chi vuole soluzioni politiche e non massacri a colpi di dossier. Ha ricevuto in cambio il solito trattamento stalinista alla Stracquadanio: vuol dire che ha colpito nel segno.
Non sappiamo e non vogliamo dire se anche dal Colle si stia scrutando l’orizzonte del dopo-Berlusconi. Quel che è certo è che da lassù non lasceranno che a manovrare la crisi siano il presidente del consiglio e i suoi fabbricatori di dossier.
permalink | inviato da stefano menichini il 14/8/2010 alle 18:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
13 agosto 2010
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Montezemolo, apparente paradosso per il Pd
Il Pd, almeno ai suoi vertici, ha ormai assimilato l’idea che il suo prossimo candidato al governo – sia per l’improbabile esecutivo di transizione, sia per un governo battezzato dal voto degli italiani – non sarà un democratico. Il Foglio lo chiama autolesionismo, per altri è una dura esigenza alla quale rassegnarsi in nome dell’emergenza.
Per Europa, tanto per chiarire il punto di vista, vanno bene sia l’emergenza che la rassegnazione, basta essere onesti e chiamare le cose con il loro nome: era qui che si voleva portare il Pd, per sfiducia forse giustificata nei suoi mezzi e nelle sue potenzialità, e qui lo si è portato. A un ridimensionamento deliberato.
Chiaro che adesso vincere diventa perfino più importante di quanto lo fosse per Veltroni: allora ci si poteva illudere che su una sconfitta onorevole (come fu) si potesse costruire un autonomo progetto di rivincita; una eventuale malaugurata sconfitta elettorale per di più successiva a una cessione di leadership sarebbe preludio solo di ripiegamento definitivo e di inevitabili rotture.
Ma non saltiamo i passaggi. Ora siamo all’antivigilia di qualsiasi scelta. L’idea che si va affermando ai vertici del Pd è quella di offrire a Casini la guida di una larghissima coalizione nel caso di un’eventuale campagna elettorale anticipata.
Questo è da molto tempo il pensiero di D’Alema, non è detto che Bersani lo condivida del tutto. Anzi, siamo quasi sicuri che il segretario, dovendo sacrificare la leadership propria e del Pd, preferirebbe farlo a favore di qualcuno che non sia segretario di un altro partito, meglio ancora che non sia proprio in politica.
In fondo sarebbe la logica conseguenza del generale riconoscimento di un’emergenza, di fronte alla quale tutti i partiti rinunciano a qualcosa. Film già visto, si dirà, e stridente contraddizione con la rivendicazione tipicamente dalemiana e bersaniana del primato e dell’autonomia della politica. Ma anche soluzione più presentabile al corpo del partito.
Ieri, rimanendo silenzioso e al proprio posto il Governatore Draghi, s’è fatto sentire l’altro eterno candidato al ruolo di leader apolitico e apartitico. E sono bastate poche frasi incisive pubblicate sul sito di Italia Futura perché la destra ricominciasse a trattare Luca di Montezemolo come il capo in pectore della coalizione avversaria.
In effetti il sito montezemoliano, sempre stato corrosivo verso limiti ed errori della politica e dei partiti in generale, ieri ha precisato il tiro e ha sparato diretto contro il governo e contro Berlusconi, accusato di essere inefficace e di accampare scuse per il proprio fallimento. Gli argomenti di Montezemolo sono validi anche presso il vasto pubblico, ed è noto il suo progressivo distacco, volente o nolente, dalla galassia degli affari Fiat. Il carisma elettorale è una enorme incognita, ma il personaggio e il posizionamento appaiono ideali al fine di intercettare la grandissima delusione suscitata da Berlusconi nell’universo produttivo piccolo, medio e grande. E il riaprirsi della grande paura economica sembra attagliarsi al personaggio.
Detto questo, rimarrebbe il solito paradosso di un Pd che, dopo essersi spostatosi a sinistra, candidasse al governo l’ex capo degli industriali. Un paradosso già meno clamoroso per chi conosce storia e cultura del Pci.
permalink | inviato da stefano menichini il 13/8/2010 alle 17:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Giornali
10 agosto 2010
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Consigli inutili da giornali illustri
Siamo tutti d’accordo: Berlusconi è un populista inabile a governare, Fini ha dei parenti impresentabili e s’è messo a capo di un’armata Brancaleone, il Pd ha dei leader col carisma di un tonno. La classe politica è quella che è, dei suoi livelli inferiori non parliamo per carità di patria.
Non è però che i grandi giornali, così giustamente severi con la politica e preoccupati per i destini del paese, si stiano sforzando granché per dare una mano. Prendiamo solo gli ultimi solenni editoriali dei tre maggiori quotidiani d’informazione: nessuno di loro brilla per illuminanti e risolutivi consigli ai disorientati politici.
Ferruccio de Bortoli non ha difficoltà a respingere nel nome del bene collettivo sia il pericolo del voto anticipato al buio, che l’ardua strada di un esecutivo tecnico o di transizione. Sarà però rimasto insoddisfatto anche lui – come noi, forse anche come Berlusconi – quando per esclusioni successive ha finito per indicare come unica soluzione della crisi un ambizioso rilancio del programma di governo previo nuovo alto accordo nel centrodestra: molto responsabile come posizione, ma non esattamente lo scenario più a portata di mano, a meno che de Bortoli e il Corriere non abbiano bacchette magiche da regalare.
Altrettanto si potrebbe dire per Ilvo Diamanti.
Repubblica è specializzata nell’individuare e denunciare le debolezze del Pd (per la serie: ti piace vincere facile), ma quanto a consigli illuminanti non è formidabile neanche lei. Così ieri, dopo aver messo in fila tutte le ben note aporie democratiche e aver previsto elezioni a breve, Diamanti si ritrova di fronte al medesimo busillis di Bersani: come si fa a battere Berlusconi? Non è così difficile, credete a Repubblica: basta mettere tutti insieme dall’estrema sinistra all’Udc e poi scegliere un leader con le primarie fra Bersani medesimo, Vendola, Casini, Tabacci, Rutelli, Di Pietro, Letta, Chiamparino e possibilmente qualcun altro. Elementare, no? Bisogna essere stupidi a non averci pensato prima.
Stupidi oppure colpevoli, come sentenziava domenica sulla Stampa Barbara Spinelli.
Qui siamo davvero al paradosso. Illimitata libertà di pensiero ma utilità zero.
Figurarsi che per la Spinelli il problema italiano (e la colpa storica della sinistra) sarebbe che di Berlusconi non sono stati a sufficienza denunciati il disprezzo delle leggi, il controllo sulle tv, il conflitto d’interessi, le collusioni sospette, la dubbia moralità personale.
Apparentemente ignara che in Italia non si parli d’altro da sedici anni (essendo stati fondati sulla questione partiti, giornali, movimenti d’opinione, e svoltesi cinque campagne elettorali e alcune dozzine di oceaniche manifestazioni di popolo), la Spinelli pensa che, per inconfessabili motivi, non se ne sia parlato ancora abbastanza. E questa è l’esortazione che dalla Stampa rivolge agli ignavi dell’opposizione: svelate agli italiani i segreti su Berlusconi, sì che capiscano, si illuminino, si ravvedano. Ma insomma, che ci vuole?
Portiamo molto rispetto per de Bortoli, Diamanti, Spinelli. Ora però, come Berlusconi e Bersani anche se per motivi molto diversi dai loro, cominciamo ad avere qualche dubbio che la grande stampa indipendente possa aiutare l’Italia a uscire dai guai in cui si è cacciata.
permalink | inviato da stefano menichini il 10/8/2010 alle 17:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
7 agosto 2010
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Pd, non stare appeso agli altri
Quattro improbabili punti programmatici per una ancora più improbabile trattativa con Fini. L’ordine di scuderia di far sapere in giro che tanti finiani sarebbero pronti a rien trare. Il massaggio ai fianchi da parte dei giornali di famiglia ai danni del presidente della camera. Infine, ultima novità, un improvviso allarme dei mercati sui destini dell’Italia.
Accanto al Berlusconi numero uno che si dichiara pronto a sfracelli elettorali, c’è un Berlusconi due tutt’altro che sparato verso le elezioni. Lo stesso presidente del consiglio indeciso a tutto che già conoscemmo nella fase declinante della legislatura 2001-2006. Non sono estranei a tanta esitazione i forti dubbi sull’esito elettorale e la consapevolezza di avere sotto di sè un partito che dopo la scissione finiana sta sicuramente peggio e non meglio di prima.
Logica ed elettori vorrebbero che il Pd lavorasse su queste esitazioni per accelerare la crisi di Berlusconi. Fino a ieri la principale preoccupazione dei democratici sembrava quella di prendere tempo. Bersani con il suo appello ha cercato di correggere questa impressione, anche perché Vendola e Chiamparino, che candidandosi sbaglieranno pure, mostrano di avere maggiore senso dell’urgenza. Il Pd di Veltroni, che aveva tanti difetti, ebbe almeno il merito di obbligare tutti gli altri – destra, centro e sinistra – a ridefinirsi e a ricollocarsi. Sarebbe grave se se il Pd di adesso, senza essere più vincente di quello di allora, rimanesse appeso alle iniziative, le scelte, le strategie degli altri attori politici.
permalink | inviato da stefano menichini il 7/8/2010 alle 17:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
5 agosto 2010
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Quante assurdità sulla crisi
Nessuno sa come andrà a finire la crisi, e se può consolare (o meglio aggravare le preoccupazioni) non lo sanno neanche i più diretti protagonisti. La giornata drammatica di ieri ha fissato con precisione le posizioni, dando ragione a Dario Franceschini che aveva insistito per un dibattito parlamentare sul caso Caliendo: lungi dall’aver sortito l’effetto di ricompattare la maggioranza, lo scontro sulla mozione di sfiducia ha reso evidente, clamoroso e soprattutto formale lo squagliamento del centrodestra.
Con i 299 voti che hanno salvato il sottosegretario, la maggioranza che era schiacciante solo due anni fa non porterà più a casa neanche una leggina.
La terza legislatura di Berlusconi è finita ieri. Napolitano se ne terrà informato dalle rocce nere di Stromboli.
Senza fretta.
L’addio fra i due pezzi del Pdl si è consumato in un clima da stadio che anticipa solo di pochi mesi le urla della campagna elettorale. Certo Franceschini ha fatto un bel discorso, l’unico momento alto della giornata è stato però l’intervento di Chiara Moroni: non solo un pezzo di storia nobile del berlusconismo che si libera e se ne va (non sarà l’ultimo), ma le parole più oneste e accorate che si siano ascoltate sulla differenza fra garantismo e giustificazionismo.
La discussione ha soprattutto mostrato due approcci molto diversi alla crisi. Berlusconiani e leghisti ruggiscono, promettono vendette elettorali e cercano nei complotti mediatici la spiegazione del crollo. Sembrano non avere alcuna flessibilità di reazione alla tegola che è caduta loro in testa e procedono come seguendo un percorso obbligato. Viceversa, i loro ex compagni di ventura del Fli e dell’Udc hanno tirato fuori una linea politica, si sono dati un obiettivo e si muovono con i tempi e i modi che ritengono più opportuni: Berlusconi cercherà di bruciare loro il terreno, ma Fini e Casini hanno una prospettiva di periodo.
Lui no.
A questo proposito, e ferma restando una grande incertezza, c’è da dire che in questi giorni capita di leggere e di ascoltare autentiche assurdità intorno agli scenari politici. Ne abbiamo selezionato solo tre.
Assurdità numero uno: si può ancora raggiungere un accordo fra Berlusconi e il nuovo quadrilatero dei moderati, per impostare in modo diverso il resto della legislatura.
A parte il Foglio, che di questa storia della pace tra Fini e Berlusconi ha fatto la propria ennesima irragionevole ragione di vita, gli altri che discettano e scrivono intorno a questo scenario dimostrano di non aver capito nulla di quanto sta accadendo.
In questo momento non esiste per il Cavaliere un avversario che sia più letale dei suoi due ex alleati. Per un motivo ovvio: da quando, in tempi diversi, hanno rinunciato alla carriera di ereditieri, Fini e Casini stanno lavorando per prendersi con le cattive ciò che non gli è stato concesso con le buone. In sostanza hanno cominciato – Berlusconi regnante – a costruire il centrodestra senza Berlusconi. Che per forza di cose è un centrodestra “contro” Berlusconi.
Non è per particolari virtù, che l’Udc ha resistito alle sirene berlusconiane che l’hanno invece convinta in tante regioni d’Italia, ma perché il presidente del consiglio è l’ultima persona sulla terra alla quale Casini offrirà un aiuto sincero. Di Fini neanche a dire.
L’assurdità numero due è speculare alla prima: la neonata area moderata può essere la tanto attesa seconda gamba del nuovo centrosinistra, l’alleato col quale il Pd costruirà la propria rivincita.
Vale il discorso fatto prima. Fini, Casini, forse anche Rutelli e Lombardo, non stanno lì per fare favori ad altri. Il loro orizzonte è casomai un nuovo centrodestra, non un nuovo centrosinistra. E fino ad adesso è stato il Pd a essere funzionale al loro gioco, non il contrario. Invece di perdere tempo intorno ai nomi di un ipotetico governo di transizione, i democratici farebbero bene a prepararsi a uno scontro elettorale nel quale avranno più competitori di prima, non di meno. Alcuni di questi competitori proporranno agli elettori di uscire da questi sedici anni rompendo col berlusconismo ma non con i valori del moderatismo e della destra: possono anche riuscire più convincenti di un Pd tornato un “normale” (quindi minoritario) partito di sinistra.
Assurdità numero tre: Berlusconi ci porta a votare e vince a mani basse.
Che Berlusconi possa vincere è ovviamente possibile, anche se in queste condizioni sarebbe clamoroso.
Che possa vincere a mani basse si può escluderlo fin d’ora: chi lo dice e lo scrive o è un suo succube, oppure è oppresso da uno sconfittismo inguaribile.
Questa valutazione nasce proprio dalla legge elettorale che Berlusconi difenderà a tutti i costi: il Porcellum riserva infatti al senato quel meccanismo infernale del premio di maggioranza regionale che, col centrodestra diviso in due, di fatto rende fin d’ora impossibile per Berlusconi vincere palazzo Madama.
Considerazione che, oltre a ridimensionare assai tutte le minacce di voto anticipato (che infatti Bossi ieri sera smentiva), riporta in primo piano il tema del cambiamento della legge elettorale. Ma per pensare a questo c’è tempo. Almeno tutto agosto.
permalink | inviato da stefano menichini il 5/8/2010 alle 18:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
31 luglio 2010
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
La crisi più difficile, per tutti
Da oggi è tutto più difficile. In effetti, come dice Bersani, si naviga senza punti di riferimento.
E per quanto l’esito della guerra fratricida nel Pdl non fosse inatteso sul Quirinale, anche per Napolitano la situazione s’è fatta delicata.
Tutto è più difficile, molto più difficile, soprattutto per Berlusconi ovviamente.
Il pronostico di Giuliano Ferrara per il suo vecchio amico non è fausto, e a ragione. Lo scenario del prosieguo della legislatura è da incubo: se governare la maggioranza contro la guerriglia interna al Pdl s’è rivelato improbo, è davvero impensabile che si possa andare avanti alla camera dovendo scendere ogni giorno a patti con un nuovo gruppo di imprevista consistenza, per di più nato da un atto di ostilità. Non è affatto vero che la maggioranza senza i finiani sia autosufficiente: negli ultimi tempi il gruppo guidato da Cicchitto non lo era neppure quando era a ranghi completi. La brutta fine che ha fatto la legge sulle intercettazioni telefoniche è solo il primo esempio di una legislatura che definitivamente non ha più nulla da dare.
Eppure Bossi, colui che davvero può farlo, non stacca la spina, né sembra intenzionato a farlo finché il suo personale bottino di legislatura non si sia fatto congruo: si dovesse andare a votare ora, Berlusconi potrebbe farlo sull’eterno tema del tradimento subìto, ma la Lega al Nord avrebbe davvero poco da mostrare alla propria gente.
Questa è forse l’incognita più grossa che grava sui prossimi mesi, insieme alla partita che ovviamente si apre intorno a una nuova legge elettorale che apra la strada al voto.
Sono incognite che pesano su Berlusconi. Perché l’argomento del Fini traditore può forse funzionare fra i suoi aficionados, ma davanti all’opinione pubblica allargata il premier si è semplicemente rivelato incapace di tenere unita una coalizione, come già gli era successo con Follini, con Casini, e nel passato più remoto con lo stesso Bossi. Se la Lega, chiudendo il cerchio di questi sedici anni, tornasse ad anteporre i propri calcoli all’alleanza, il fallimento del leader sarebbe totale.
Non che la strada di Fini sia agevole. Intanto c’è, nonostante la sua posizione rigida e formalmente inattaccabile, il problema della presidenza della camera. È un tema che il Colle sta monitorando pur confermando la «continuità delle cariche istituzionali», e obiettivamente investe la funzionalità dei lavori parlamentari.
Nel caso assai probabile di scioglimento anticipato delle camere, Napolitano si troverebbe a dover consultare Fini in un ruolo molto peculiare. In più c’è da mettere nel conto, prima di arrivare a questo, una dura offensiva dei berlusconiani di Montecitorio, in ogni sede: il Fini scuro di ieri era il simbolo di una difficoltà e di un imbarazzo oggettivi.
Quel che invece risulterà facile a Fini sarà dare un’identità al suo nuovo gruppo. Europa aveva già notato la virata delle ultime settimane, da “strana” destra delle libertà civili a destra più tradizionale di legge e ordine, fin quasi giustizialista. Questa è la strada giusta per conquistarsi spazio nell’elettorato confuso e deluso del Pdl. Del resto, chi sta messo davvero male dalle parti del Pdl sono gli ex camerati di Fini rimasti con Berlusconi. Sì, la fedeltà ora li premierà, a breve. Ma fossimo in La Russa, Gasparri, Matteoli, gente ancora relativamente giovane, ci chiederemmo che cosa ne sarà di noi un minuto dopo l’uscita di scena di Berlusconi. Fini a quel punto sarà la vera destra (con questo calcolo si spiega il successo del reclutamento di Futuro e libertà). E loro chi saranno? Questo è da tempo l’assillo di Alemanno, che infatti si muove con notevole goffaggine intuendo il rischio di rimanere né carne né pesce, né berlusconiano né destra.
Chi aspetta vendemmia dal nuovo scenario che si è aperto è il centro, che vorremmo dire di Casini e di Rutelli se non fosse che il loro progetto unitario non s’è mai concretizzato. Diciamo che i due hanno azzeccato l’analisi sulla crisi del bipolarismo all’italiana, ma hanno vistosamente fallito nell’offrire un’alternativa politica. L’arrivo di Fini nel campo dei senza patria non semplificherà loro la vita, anzi: nel pollaio fa irruzione il gallo più grosso, più famoso e col credito più alto da esigere. Un vero progetto terzopolista non c’era e continuerà per un po’ a non esserci.

Infine, il Pd. Dei tre segretari democratici che si sono segretamente ispirati al motto “un minuto più di Berlusconi”, Bersani è quello che senza meriti specifici rischia di andare più vicino al successo.
È più fortunato degli altri due, come Europa gli ha sempre riconosciuto. Ma da qui a dire che la famosa mela cadrà nel suo famoso cesto, ne corre. Il Pd vede smontarsi il Pdl senza aver fatto nulla perché ciò accadesse. Anzi: sia il segretario sia molti dei suoi oppositori interni hanno sempre confessato il terrore per un collasso del sistema politico. Ancora dal viaggio americano di quindici giorni fa, i collaboratori di Bersani chiamati a commentare la sortita dalemiana sul governo di transizione garantivano: nulla da dire, perché a destra alla fine non succederà nulla. Invece qualcosa è successo, altroché. E D’Alema si ritrova a essere l’unico ad aver elaborato un minimo (davvero un minimo) di strategia davanti all’emergenza. Non avendoci pensato per tempo – nella convinzione/speranza che nulla sarebbe successo – il Pd come partito si ritrova subito diviso: le elezioni anticipate con l’attuale legge non le vuole nessuno, ma da Veltroni a Marino passando per gli ulivisti, sono tanti quelli che denuncerebbero l’adesione a un governo di transizione insieme alla destra come un tradimento della ragion d’essere democratica. In più ci sono i sondaggi, che vedono Pdl e Pd avvicinarsi sì, ma solo per il crollo berlusconiano. Rimane il timore che, a fronte di eventuali offerte elettorali innovative, i tantissimi voti in libera uscita da destra, dal centro e anche dalla sinistra potrebbero non premiare affatto il Pd.
Perdere “insieme” a Berlusconi è l’unico destino immaginabile che sia peggiore di perdere “contro” Berlusconi.
La crisi trascina il Pd giù dalla finestra alla quale s’era affacciato. Non erediterà automaticamente l’Italia dalla caduta del tiranno, questo dovrebbe essere chiaro a tutti. Nessuna mela in nessun cesto. Tocca trovare, molto rapidamente, una forte unità interna intorno a una proposta di soluzione adeguata all’emergenza.
Non è facile, perché ci saranno da tenere insieme una capacità di interlocuzione con gli altri, mai effettivamente tentata, e l’autonomia del Pd, che è stato uno dei totem delle primarie bersaniane. Non facile, già parlando di riforma elettorale.
Alla fine, comunque, nessuno finga sorpresa o disappunto se l’eventuale soluzione, tra le altre cose, implicherà la consegna della leadership (di transizione e non solo) a qualcuno fuori dal partito: come abbiamo scritto decine di volte, questa era la conseguenza implicita della rinuncia alla famigerata vocazione maggioritaria del Pd. Ci siamo quasi arrivati.
permalink | inviato da stefano menichini il 31/7/2010 alle 18:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
30 luglio 2010
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
L'onore ritrovato del deputato
Non si sa se saranno trenta, venti, dieci. Se faranno cadere un governo che doveva essere il più forte della storia repubblicana, o se “semplicemente” lo costringeranno a lavorare con gli strumenti della politica invece che con la propaganda. È difficile fare previsioni sul destino dei parlamentari che sceglieranno di andare con Fini. Una cosa è certa: con il proprio gesto stanno restituendo un’inaspettata dignità alla figura del parlamentare, forse promessa per una stagione diversa in tutti gli schieramenti. Non lo scriviamo perché Briguglio e Perina, Bocchino e Urso, stiano facendo un particolare favore al centrosinistra. Non è neanche detto che sia così: fino a qui è stata casomai l’opposizione ha fornire sponde a Fini, lui a guadagnare dalle difficoltà di Berlusconi, e la crisi che si apre potrebbe essere meglio sfruttata da forze che non sono il Pd.
Dunque, ci sono pochi calcoli da fare. Invece c’è un attestato di coraggio e perfino di disinteresse da riconoscere a questa pattuglia di dissidenti in via di epurazione. Da molti anni, pur con le dovute eccezioni, la scena a destra, a sinistra e al centro è dominata da scelte di convenienza, di comodo, di opportunità personale. La legge elettorale esalta la cooptazione, premia la fedeltà, promuove le logiche tribali. Intorno a Berlusconi questo criterio si è fatto stile di vita, costume, meccanismo di funzionamento di una corte sterminata. Da sedici anni, l’uomo che impersonifica la Seconda repubblica ha allargato i propri ranghi alternando carisma personale, potere di convincimento, illusione ideologica e anche pura e semplice corruzione delle persone e delle coscienze. Il berlusconismo non è stato solo questo, ma sono ormai passati alla storia gli arruolamenti prima in FI e poi nel Pdl perfezionati a colpi di regali, favori, promesse. E questa è anche la cronaca di queste ore di reclutamento d’emergenza. Se dozzine di parlamentari mettono oggi a rischio il proprio futuro politico per un libero convincimento, ciò testimonia del loro valore personale e anche del pauroso crollo del potere di convincimento del Capo. Proprio per questo si rafforzerà dopo la defezione finiana l’impressione che il tempo di Berlusconi sia scaduto.
permalink | inviato da stefano menichini il 30/7/2010 alle 17:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


sfoglia agosto